Modì et Noix de coco, l’amore triste, l’arte vitale

Di toscani la cui stella ha brillato alta nel cielo di Francia ce ne sono molti, e col tempo De amore gallico darà il giusto spazio a tutti. Oggi vi invito a conoscere da vicino l’arte, il talento e la tragedia di Amedeo Modigliani.

Nacque a Livorno, nel 1884 da padre di origini ebraiche e da madre marsigliese. La sua educazione fu condotta in casa, sia a causa dei problemi finanziari che affliggevano la famiglia, sia perché Modigliani era gracile e in cattiva salute.
L’apparato respiratorio era il suo tallone d’Achille: negli anni dell’infanzia e della giovinezza fu afflitto da numerose polmoniti che purtroppo si trasformarono in tubercolosi, la consunzione che lo avrebbe portato alla morte a soli trentasei anni.

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Risale al 1906 il suo arrivo a Parigi. Prima di quel momento Modigliani aveva attinto alla copiosa fonte dei Macchiaioli, il movimento pittorico livornese di cui Giovanni Fattori fu il più noto esponente. Grazie alla formazione avuta alla scuola di nudo fiorentina e all’accademia di belle arti veneziana, Modigliani poté sviluppare il suo talento e rafforzare la sua tecnica, tanto nella pittura quanto nella scultura.
Parigi lo accolse nel pieno degli anni d’oro delle comunità artistiche di Montmartre e Montparnasse. Là subì le influenze dei grandi maestri francesi, conobbe il movimento cubista, a lui contemporaneo, si interessò all’arte tradizionale africana, visse e si nutrì della vibrante atmosfera parigina, in un concerto di correnti, talenti, personaggi e geni che resero quel periodo così unico e luccicante da essere entrato nel mito.
Certo, l’alone di mistero e di dannazione che circondava le comunità artistiche della ville lumière ha avuto come fattore principale la dedizione di tanti magnifici pennelli a Venere, a Bacco e a tabacco. Modì non fu da meno, rifugiandosi spesso nel consumo smodato di hashish, oppio, alcool e nei letti delle signorine di Pigalle. Per un uomo dalla salute così cagionevole questi eccessi, già di per sé nocivi, ebbero degli effetti devastanti.
Non è oggettivo dipingerlo come un outsider, un maudit, visto che questo stile di vita era piuttosto nella norma, al tempo.
Va però riconosciuto che la fiamma del talento bruciò così intensamente in lui e che le sua complessità d’uomo e d’artista erano talmente sottili e profonde da rendere l’ubriachezza il modus con cui sondare quegli abissi spirituali, dragarli e portare alla superficie l’humus di cui cospargeva ogni sua opera.

Modigliani l’ho conosciuto da piccola grazie a mio padre, che mi portava a vedere mostre e musei. Ricordo che un giorno, nel guardare un nudo del livornese parigino, pensai che nella pittura ci dovessero essere gocce di sangue. Questa riflessione, o il senso ad essa sotteso, è riaffiorata ogni volta che ho avuto l’occasione di vedere una sua opera, dal vivo o in fotografia. Ragionando con occhio adulto su quei pensieri infantili, mi rendo conto che non è poi così folle credere che ogni tela di Modì contenga stille del suo sangue: le pennellate sono viscerali, sono intinte di emoglobina, di forza vitale, come se l’artista se ne sia privato di volta in volta un po’ di più, e ad ogni tela abbia lasciato un fiotto di quella vita che tanto presto lo ha abbandonato.
Il calore emanato dai nudi di Modigliani è fisico: la tela irradia il tepore di un letto su cui è stata trascorsa una notte d’amore, gli occhi fissi e le forme nette trasudano forza, come un umore denso e salino.

Tale intensità d’artista debordò in ogni aspetto della vita, compreso l’amore.
Jeanne Hébouterne, anche detta Noix de coco per la cascata di capelli neri e lisci che le copriva il capo, fu l’attrice femminile della loro tragedia. Si conobbero nel 1917: lei frequentava il circolo di Montparnasse, coltivando ambizioni artistiche e lavorando come modella. Già nel 1918 la coppia ebbe una figlia, Jeanne, che poi divenne storica dell’arte, dopo aver combattuto nella resistenza francese.
Le condizioni di salute di Modigliani peggioravano a vista d’occhio. Vissero un anno a Nizza, il cui clima mite avrebbe dovuto portare dei giovamenti ai polmoni dell’artista e la cui vita sociale lo portò a mantenere vivi rapporti con pittori come Picasso e De Chirico, ma la coppia fece ritorno a Parigi meno di un anno dopo.

Modì si spense tra le braccia di Jeanne Hébouterne in preda alla febbre e al delirio il 20 gennaio 1929, lasciando Noix de coco, incinta al nono mese della seconda gravidanza, in preda alla disperazione e al dolore più atroci. Tale fu l’abisso in cui era caduta la giovane che il giorno dopo, quando fu portata a forza nella casa paterna, si gettò dalla finestra, precisamente dal quinto piano, morendo col figlio in grembo, lasciando la piccola Jeanne di nemmeno due anni alle cure dei nonni.

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Modigliani ritratto da Jeanne

Link interessanti:

https://casanataleamedeomodigliani.com/

http://www.musee-orangerie.fr/en/artist/amedeo-modigliani

http://www.moreeuw.com/histoire-art/biographie-amedeo-modigliani.htm

Candelora e carnevale: tra nuove scoperte e nostalgia di casa

Febbraio è il mese più crudele.
Non si sta prendendo in giro Eliot, ma si sta parlando di nostalgia.
Sebbene l’espatrio sia una strada imboccata volontariamente, poco importa il motivo, ci si sente pur sempre un po’ Odìsseo, seduto sulla spiaggia di Ogigia, i sensi ricolmi della splendida Calipso, ma in preda a spasmi per la sua Penelope, umile regina tessitrice.
L’Italia è Penelope, e per accorgersene basta pensare alle meraviglie che si sono mancate trascorrendo oltralpe il carnevale: zeppole, castagnole, chiacchiere, frappe e cicerchiata a profusione, senza contare il numero di feste carnascialesche tra cui poter scegliere per festeggiare mascherandosi con gli amici, sfogando lo spirto goliardico e teatrale ch’entro mi rugge.
Certo, vale la pena fare un salto a vedere il Carnevale di Nizza: sicuramente è bellissimo. Sì, le crêpes sono deliziose, sia quelle alla Nutella che quelle salate farcite al prosciutto e al groviera.
Ma a carnevale ci vogliono le porcherie fritte ricoperte di granella di zucchero che al primo morso ricopre le labbra, facendo diventare la bocca tutta bianca come quella di un clown, ci vogliono le delizie mielate che appiccicano tutti i denti e fanno subito salire la glicemia e il buonumore, ci vogliono i coriandoli infilati dappertutto, pure nelle mutande, le stelle filanti tra i capelli e bambini in maschera a tutti gli angoli delle strade.
Che fare? Lasciare che la nostalgia prenda il sopravvento facendo diventare sgradevolmente campanilisti? No, grazie, è una disposizione d’animo di pessimo gusto da cui è meglio rifuggire, salvo che per la questione bidet.
Forse è il momento propizio per andare alla ricerca di qualche ghiottoneria locale, che sia diversa dalla solita brioche, dal solito pain au chocolat e anche dalla crêpe che, per quanto gustosa e tipica della stagione, oramai non fa più notizia.
Si schivano le grandiose charlottes che fanno tanto Trianon de Versailles, si evitano i macarons, una sciccheria per ricche rampolle dell’Upper East Side di New York, si mette da parte la celebre galette des rois, visto che l’Epifania è passata da un pezzo. Che fare? Sfogliare i libri di cucina regionale è la cosa più giusta: servirà a trovare ispirazione per comperare prodotti locali, che è l’unica soluzione al sottile senso di colpa che accompagna ogni acquisto alimentare: sarà a km 0? Sarà bio? Sarà senza olio di palma? Sarà senza olio di colza?

Un qualsiasi libro di cucina provenzale lo si trova in una qualsiasi libreria. Anche le edicole ne vendono diversi. Se si dà un’occhiata alla sezione dedicata alla presente stagione e alle golosità più tipiche, saltano all’occhio tre ricette, ciascuna di esse legata a storie e tradizioni affascinanti.
Si prendano ad esempio les navettes de Marseille: questi dolci dal sapore di fior d’arancio sono preparati specialmente per la festa della Candelora (2 febbraio). Prima dell’alba l’arcivescovo di Marsiglia conduce una processione in memoria della presentazione di Gesù al Tempio e benedice le candele, simbolo della luce e della salvezza portate dal Cristo. Dopo aver detto messa, l’arcivescovo si dirige a rue Sainte e procede alla benedizione del Four des Navettes.  Questa boulangerie ha qualcosa in più rispetto a tutte le altre: oltre ad essere più antica della Repubblica Francese (fu fondata nel 1781), da più di duecento anni produce le navettes sempre allo stesso modo, mantenendo l’antica ricetta segreta e garantendo il gusto vero di questi dolci della Candelora. Sembrano essi stessi delle candele: lunghi circa quindici centimetri e costituiti di una pasta robusta e profumata, si conservano addirittura per un anno intero. Sono gli unici ad avere questa magica caratteristica. Infatti negli altri forni di Marsiglia si possono acquistare delle navettes di altro tipo, più corte e di forma molto simile alla chiglia di un vascello, hanno una pasta molto friabile e possono essere aromatizzate al fior d’arancio o all’anice: buonissime ma “tarocche” rispetto al prodotto sfornato da secoli (è proprio il caso di dirlo) dal Four des Navettes.
La leggenda vuole che dietro l’invenzione di questi gateaux ci sia la nave senza remi sulla quale giunsero in Francia le tre Marie, approdando esattamente a Saintes-Maries-de-la-Mer, in Camargue. Assieme ad esse venne una serva egiziana di nome Sara, detta Sara la Nera che, sebbene non sia stata canonizzata da nessuna confessione cristiana, è venerata come santa dalla comunità gitana della regione. Per maggiori informazioni: http://www.imninalu.net/tradizioniRom.htm

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Le navettes del forno marsigliese Le four des navettes

Un altro dolce tipico della Provenza che può soddisfare il palato del goloso in crisi di nostalgia per le ghiottonerie italiche è il Calisson d’Aix. Aix-en-Provence… più la si conosce e più segreti nasconde! Queste sucreries alle mandorle e alla frutta candita, così morbide che si sciolgono in bocca, hanno una storia italica alle spalle. Infatti pare che la ricetta sia stata esportata oltralpe solo nel XVI secolo e che sia invece originaria di Venezia: ci sono documenti in latino medievale e in italiano del duecento che parlano di un dolce di nome calisone, fatto con mandorle e frutta secca. Una curiosità: a Creta, isola che per molto tempo è stata dominata dalla Serenissima, si prepara un dolce fatto con mandorle e spezie che si chiama kalitsounia. Queste notizie, molto prevedibilmente, sono state trovate su Wikipedia, ma se si vuole approfondire si può cercare un testo a cui la stessa enciclopedia Wiki fa riferimento: “Calissons d’Aix, Nougats de Provence”, di Patrick Langer, edizioni Equinox.

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Calissons d’Aix

La terza ghiottoneria che non può deludere è detta croquant aux amandes de Provence. Nella tradizione dolciaria del sud francese le mandorle vanno forte, non c’è che dire. Un po’ come nel sud italiano, dove cassata e marzapane sono i re dei dessert. I croccanti provenzali sono specialità della biscotteria secca che, con numerose varianti, rientra nell’alveo dei “brutti ma buoni” o “spaccadenti”, solo col fine di giustificare l’abbinamento eccellente di queste specialità con un vino liquoroso in cui inzupparle. Proprio come i nostri cantucci con vin santo.

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I croccanti alle mandorle di Provenza

La nostalgia si è affievolita, si sopporta meglio la lontananza da casa e dagli affetti, anche se nei sogni torna sempre a fare visita il profumo di delizie fatte in casa dalla nonna e legato a dolci ricordi d’infanzia. Ci si consola con qualche dolcezza gallica, rendendosi conto che, in fin dei conti, sia italiani che francesi se la sanno ben godere a tavola, senza nulla togliere all’uno o all’altro: che si tratti di vino, pasta, pizza, carni, pesci, formaggi o dessert non è un caso che ci si consideri cugini germani, anche con quella rivalità e notevole urto di nervi che c’è tra Paolino Paperino e Gastone il fortunato.

Buon mercoledì delle ceneri a tutti: inizia la Quaresima. O la dieta. In ogni caso i preti indosseranno paramenti viola e i guitti piangeranno miseria.

Pillola: concubinage, more uxorio in salsa Versailles

Non serve chiamarsi “la favorita”, men che meno Madame Pompadour, per esser ancor oggi cortigiana, in Francia.
Non serve attenersi all’antica pratica della poligamia per essere ancor oggi concubina, in Francia.
Non serve fasciarsi i piedi fino alla deformazione e vivere nella Città Proibita per essere ancor oggi concubina, in Francia.

Gli antichi Romani, che, come ricordo sempre, hanno conquistato la Gallia (per maggiori informazioni rivolgersi a Goscinny e Uderzo), lo chiamavano concubinatus  (cum = con e cubare = dormire).

Se in Italia lo spaventosissimo negozio giuridico del matrimonio viene accerchiato rifugiandosi nella più rassicurante e meno impegnativa convivenza more uxorio, oltralpe c’è ancora l’istituzione del concubinage. E tanti saluti ai progressistissimi (si dice?) Pacs.

Chi vi scrive, per lo stato francese, è a tutti gli effetti una concubina.
Se ci si deve addossare l’onere, che venga conferito anche l’onore: che concubina si è senza parrucca incipriata, neo finto e corsetto in broccato?

L’artisan boulanger, mestiere controverso

Chiunque abbia avuto il piacere di visitare la Francia ha provato almeno una volta il brivido dell’acquisto di una baguette in boulangerie. Attratti dalla scritta spesso dipinta su un pannello di legno come quello delle botteghe d’antan, ci si avvicina piano piano, si preme il naso contro il vetro come un bambino affamato che non vede l’ora di sedersi a tavola dopo cinque noiose ore di scuola, si indulge con lo sguardo sulle burrose meraviglie esposte ed infine, vinti dalla gola, si entra in un mondo magnifico, tiepido, fragrante, zuccherino e lievitato.
Purtroppo non tutti i forni che si fregiano del titolo di artisan boulanger dicono la verità. Anzi, la maggior parte di quelli che lo affermano con grande sicurezza hanno invece un naso più lungo di quello di Pinocchio, visto che la piaga delle viennoiserie surgelate è subito dietro l’angolo.

A Parigi, per contrastare il dilagare della vendita di prodotti preparati e surgelati dalla grande distribuzione, gli artigiani che fanno veramente tutto nei pochi metri quadrati del loro laboratorio hanno promosso un’iniziativa: esporre un poster in vetrina che sia volto a segnalare la loro fedeltà alla panificazione tradizionale; chi acquista il loro prodotto non compera solo una baguette o un pain au chocolat, ma il sapiente uso di ingredienti di prima scelta affinato dall’esperienza.
Una volta assaporata la differenza, quel croissant che avevamo mangiato caldo “appena sfornato” nel bar della gare, pensando che fosse il paradiso in terra prima di una giornata d’inferno, sparisce come una fata morgana del deserto, perché siamo finalmente giunti alla sospirata oasi d’acqua fresca e cristallina: la brioche sucrée fatta DAVVERO con ingredienti freschi, sul posto, da chi la sa preparare con tutti i crismi e i carismi.

Ecco perché vale la pena attraversare mezza città alle sei e tre quarti di mattina portando ancora il pigiama, combattere contro il freddo vento tagliente che proviene dal mare, arrancare lungo la scomoda salita per arrivare fino all’unica boulangerie del paese che fa tutto come una volta ed acquistare la propria colazione.

Salvo poi entrare nel negozio ancora frastornati dal sonno che ronza nella testa come uno sciame d’api e rispondere al caloroso “Bonjour!” della gentile signora dietro il bancone con un biascicato “Buongiorno, vorrei due brioche allo zucchero, per favore.”

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La regola più semplice da seguire per trovare una boulangerie “vera” è quella di evitare come la peste i forni dall’aria troppo chic: l’aria deve essere densa di farina e l’odore del lievito deve fare l’amore con quello del prodotto appena sfornato. Più la bottega ha un aspetto umile e dimesso, migliore sarà il vostro pain au chocolat. Il negozio nella foto vende, a mio giudizio, roba surgelata.

La Croix-Valmer: storia e birra

Nell’articolo precedente ho spiegato come la storia di Roma e del cristianesimo siano passate da queste parti lasciando la loro scia indelebile sul territorio. La Croix-Valmer ne è l’esempio più eclatante. Ma non è stata toccata solo dalle gesta degli antichi romani, come ci ricordano i fumetti di Asterix e Obelix e gli affreschi di Raffaello. Questo piccolo villaggio provenzale ha vissuto anche lo sbarco in Provenza delle truppe alleate nell’agosto del 1944: a poca distanza dal centro abitato, infatti, vi è una spiaggia chiamata proprio Plage du debarquement, teatro dell’operazione Anvil Dragoon.
Che cosa accadde? In soldoni, nella notte tra il 14 e 15 agosto 1944, lo squadrone Alpha giunse sul tratto di costa che va dalla celebre Pampelonne fino a Cavalaire-sur-mer. In un precedente articolo ho già trattato le vicende legate alla liberazione di Marsiglia, quindi l’argomento non è nuovo ai lettori del blog. Nella memoria di molti anziani del paese, che al tempo erano poco più che bambini, il giorno dello sbarco è rimasto scolpito, inciso a fuoco, come se fosse successo ieri. Prossimamente avrò occasione di riportare un’intervista ad un’anziana vedova che conserva memoria vivida di quanto avvenne. Per chiunque volesse approfondire la storia dello sbarco in Provenza, qui troverà il link alla pagina Wikipedia, come sempre fonte di ogni conoscenza.
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Lasciando da parte la storia bellica del secolo scorso e volgendo il pensiero alle meraviglie naturali di questi posti magnifici, mi preme parlare di una piccola spiaggia, selvaggia e nascosta alla maggior parte dei turisti che affollano la zona di Saint Tropez ogni estate. Si tratta di Gigaro, che il sito letourdesplages.fr pone tra le più belle spiagge della regione intera.
Chiunque avesse voglia di goderne appieno la beltà, può concedersi una passeggiata lungo il sentiero del Litorale, che da Gigaro arriva fino a Cap Lardier. La macchia mediterranea, con i suoi acri profumi, e la vista sulla distesa d’acqua che si staglia ai piedi del viaggiatore agiscono come un balsamo per l’anima, mentre si percorre il cammino tortuoso lungo la costa frastagliata e rustica.
Una volta tornati a Gigaro, accaldati dalla passeggiata, è piacevole sedersi sulla sabbia granulosa, riposare, e magari rinfrescarsi con un prodotto locale, La Croisienne. L’idea di produrre una birra artigianale che rispecchiasse lo spirito di Gigaro è stata partorita da tre cugini nati e cresciuti in questa contrada. Ecco perché La Croisienne, di cui sono disponibili sia la bionda che la blanche, è soprannominata “il segreto di Gigaro”. La si può trovare al link lesecretdegigaro.fr.

Non mi resta che dire: “Alla salute!”

De amore gallico vi augura buon Natale e che l’inizio del 2016 sia foriero di gioia e prosperità per tutti. A prestissimo con nuovi articoli e nuove curiosità.

Novembre, santi, candele e maschera di ferro

Una domenica pomeriggio novembrina. Il tempo ha infine deciso di convertirsi alla pungente religione autunnale: è freddo, ventoso, il mare è quasi nero, la pelle si secca e gli occhi lacrimano.

Non importa, si va al mercato domenicale e si torna a casa due ore dopo carichi di noci e castagne, erbe aromatiche, zucche e arance: un cesto marrone e arancione che profuma e mette appetito. Sulla via verso l’appartamento, inerpicandosi su per i vicoli, ci si imbatte in una bancarella di vecchi dischi in vinile e vecchi libri. Un volume in particolare attira l’attenzione: Guide de la Provence mystérieuse. Due euro, ed è acquistato. Al suo interno una collezione di petits riens che sono il sale per i curiosi, la compagnia di quei momenti intimi trascorsi sotto le coperte prima di cadere addormentati e sognare le storie e i misteri di cui si stava leggendo accanto all’abat-jour del comodino, su quelle pagine mezze muffite e puzzolenti.

Il pomeriggio lo si trascorre sul divano, soffocati da coperte morbide, illuminati da una luce vellutata che, come quella di una lanterna ad olio, lentamente svanisce dietro i tetti delle case del centro, dietro il campanile della vecchia chiesa, dietro il cantiere nel porto. Accendere la luce? No, ci sono candele, in casa, si usino quelle. Si metta la teiera sul fuoco. Si scaldi il forno per le castagne.

Così, comodamente appollaiati sul divano, con un disco in sottofondo, fiammelle danzanti per tutta la stanza, una tisana bollente all’ibisco e caldarroste appena sfornate, si inizia a leggere il volumetto sulla Provenza misteriosa. Scorrendo le pagine, ci si imbatte nel capitolo sull’Isola di Santa Margherita e, sorpresa, vengono fuori i nomi di due tipetti che, nel cuore e nella libreria, hanno un posto d’onore: Voltaire e Dumas (il babbo). Tutti e due hanno a che fare con la storia enigmatica della Maschera di Ferro. Arouet per aver soggiornato brevemente presso la Bastiglia nel 1717 ed aver saputo direttamente dalle guardie che, anni prima, vi era stato imprigionato un detenuto di rango, il cui volto era costantemente celato da una maschera di velluto nero retta da cinghie e fibbie di ferro. Voltaire, successivamente, svolse ulteriori ricerche e fu proprio sulle sue indagini che Dumas fondò parte dell’impianto narrativo de”Il visconte di Bragelonne”, ultimo romanzo della trilogia dei moschettieri.

Parrebbe, dunque, che il Forte di Santa Margherita sia stato per un certo periodo dimora di questo misterioso prigioniero. Quando il governatore del forte, Benigno di Saint-Mars, fu nominato direttore della Bastiglia, l’illustre sconosciuto fu anch’egli trasferito nella prigione parigina, in quanto era preciso compito del Saint-Mars occuparsi dell’uomo mascherato. Durante il tragitto fecero una breve sosta a Marsiglia, più precisamente al Castello d’If. Questo luogo riporta la mente ancora a Dumas padre e al Conte di Montecristo, o a Edmond Dantès, se si preferisce.

L’identità dell’uomo dietro la maschera resta ancora un mistero insoluto, ma “fare ricerche”, pigramente adagiati sul sofà, alternando libri all’onnipresente Wikipedia e alle sue dubbie fonti, rende il novembrino pomeriggio domenicale un’isola temporale, una culla, un bozzolo di lana caldo e sereno, in cui la mente vaga nel passato e nella letteratura, fantasticando e colorando le pareti dell’anima.