Pillola: fenicotteri che ballano il flamenco tra fiamme fiamminghe

Sembra che, mai come quest’estate, il fenicottero sia di moda. Dappertutto si vedono accessori, vestiti e gadget che raffigurano il roseo volatile.

In inglese si chiama flamingo, in francese flamant rose. La cosa bizzarra è che, secondo l’ Online Etymology Dictionary, l’inglese sembra aver preso in prestito il termine dal portoghese e dallo spagnolo, che a loro volta lo hanno importato dal dialetto provenzale, che con la parola flamanc indica i rosei uccelli che popolano le terre acquitrinose della Camargue.

Nel provenzale si è fuso il termine latino flamma col suffisso germanico –enc (ovvero “appartenente”).  La fiamma definisce il colore del piumaggio di questo bel volatile ghiotto di gamberi. D’altra parte “fenicottero” deriva dal greco “phoinikopteros” ovvero “dalle ali color della porpora”.

Ma che c’entrano i fenicotteri col flamenco, il passionale ballo iberico?

Le teorie in merito sono infinite. Pare che la parola, in questo caso, debba la sua origine al popolo fiammingo. Non dimentichiamo che la Spagna ha dominato per tanto tempo una parte di Paesi Bassi che nei volumi di storia sono chiamati appunto “Paesi Bassi Spagnoli”. A Madrid i fiamminghi avevano nomea di essere gentaccia dal carattere tremendo, e forse è questo il motivo per cui una danza così focosa è associata alle Fiandre. O magari, più semplicemente, è tutta colpa dei fumi dell’olio di papavero, usato per la tecnica pittorica di cui furono gli inventori…

A me, tutto sommato, piace pensare che il flamenco si chiami così perché le mosse prendono ispirazione dai fenicotteri, che se ne stanno spesso su una zampa sola e battono il becco per acchiappare i gustosi gamberi di cui la loro dieta è principalmente composta.

Che incredibili girandole linguistiche che escono fuori da una buffa moda estiva!

Pillola: Rigoletto mi ha fatta tribolare

L’opera verdiana “Rigoletto” è tratta dal dramma di Victor Hugo “Le roi s’amuse“, il cui protagonista si chiama Triboulet.

Verdi decise di cambiare il nome del buffone di corte da Triboletto, ovvero la versione italianizzata, preferendogli Rigoletto, derivato dal verbo francese “rigoler” che significa “scherzare, divertirsi, ridere”.

Triboulet, appellativo originario del buffone, deriva a sua volta dal verbo “tribouler“, che vuol dire “agiter, remuer, troubler, embrouiller”. Automatico è il legame che si fa con la parola trouble, sia nella lingua francese sia nella lingua inglese (che ha preso in prestito il termine proprio dal francese antico). L’origine di questo termine la si trova nel latino tribulare, cioètrebbiare il grano“. Il dizionario etimologico dice che il verbo è passato a significare “soffrire, patire, essere oppresso” quando Tertulliano nell’opera Adversus Iudaeos definì il giorno del giudizio “diem tribulationis“, inteso come il giorno in cui si coglierà il frutto di ciò che si è seminato.

A me invece pare più sensato affermare che tribulare sia passato dal significato di “mietere” a quello di “soffrire” perché mietere il grano con la falce era davvero una gran faticaccia, specie con il caldo del sole di giugno.

Buona festa della mietitura e della tribolazione.

Pillola: fiori, confetti e superstizioni

Essendo periodo di cerimonie, di recente mi è capitato di ricevere bomboniere italiane e bomboniere francesi. Ho potuto notare una cosa, nelle due, che consiste di un minuscolo particolare ma che, almeno per me, fa un’enorme differenza.
La bomboniera della cresima che ho ricevuto da parte di una famiglia di carissimi amici siciliani recava all’interno cinque confetti, mentre quella francese, che proveniva dagli zii del mio compagno, ne aveva otto.

Allarmata, al momento dell’apertura, ho domandato quale sciagurata idea fosse venuta in mente agli zii francesi: confetti pari? Non si era mai sentito! Mi hanno spiegato che in Francia non esiste la superstizione dei confetti dispari, così come non è importante accertarsi del numero di fiori che si offrono a qualcuno. Da che mondo è mondo, almeno per me, ai vivi si donano fiori in numero dispari (a parte la famosa dozzina di rose rosse, sempre benaccetta), mentre ai morti si portano fiori in numero pari.

Sono andata a controllare l’origine di queste superstizioni, che per me sono un po’ la “noce moscata della vita”: il confetto, tra l’altro uno dei cavalli di battaglia del made in Italy, nacque nell’antica Roma sotto forma di mandorla ricoperta di una mistura di miele, acqua e farina. La stessa parola sbandiera ai quattro venti la sua origine latina: confectum da conficere, ovvero confezionare. La tradizione vuole che, nei matrimoni, si offrano agli ospiti confetti in numero dispari per rappresentare l’indivisibilità della coppia. Più in generale, i detti popolari attribuiscono ai numeri dispari una carica fortunata, forse dovuta alla presenza massiccia degli stessi nella religione cristiana: tre come la Trinità, sette come i doni dello Spirito Santo e le Virtù, nove come potenza di tre e pertanto una “super Trinità”. Il dodici, però, pur essendo un numero pari, è benigno perché ricorda le dodici tribù di Israele e i dodici apostoli.

Presumo che lo stesso discorso valga per i mazzi di fiori.
Ma ora che so che in Francia non si fa caso a queste cose, mi sono resa conto di non aver mai contato i fiori che il mio compagno mi ha regalato nel corso del tempo. Temo di aver ricevuto sovente mazzi pari, ed è da cinque minuti, ormai, che ho il piede attaccato alla base del tavolino, fatta di ferro.
La cosa non si ripeterà più, dopo la lezione di superstizione che gli ho propinato all’apertura delle bomboniere di cui sopra. Confido nel fatto che non lo dimenticherà mai.

Pillola: Gallia est omnis divisa in partes nonaginta sex

Gallia est omnis divisa in partes tres, quarum unam incolunt Belgae, aliam Aquitani, tertiam qui ipsorum lingua Celtae, nostra Galli appellantur. Hi omnes lingua institutis legibus inter se differunt. Gallos ab Aquitanis Garunna flumen, a Belgis Matrona et Sequana dividit.

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Cesare, nell’incipit del suo De bello gallico spiega come era suddiviso il territorio dell’odierna Francia al tempo della sua campagna militare: numerose tribù ma con una ripartizione definita.
Se volessimo riscrivere l’incipit dell’opera aggiornandola alla suddivisione dipartimentale di oggi allora dovremmo dire:

Gallia est omnis divisa in partes nonaginta sex. 

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Se solo Cesare sapesse che cosa ne è divenuto di quei Galli che tanto ha combattuto!
Nella speranza di non aver commesso un errore di grammatica latina nel concordare il numerale attingendo alle mie reminiscenze del liceo, salus et gratia.