Novità per De amore gallico!

Inizia oggi una collaborazione tra me e il sito di approfondimento linguistico, lessicale ed etimologico “Una parola al giorno“. A venerdì alterni curerò la parola del giorno, sempre di origine semitica, per scoprire insieme a voi come i commerci, le tradizioni religiose e più in generale la Storia hanno portato nella lingua italiana termini come sciroppo, alchimia, giubileo, nati nel deserto arabo o sulle sponde del Giordano e giunti fino a noi… Stay tuned – molto altro bolle in pentola!

Oggi venite a scoprire la parola del giorno, sciroppo.

Anche se non è un argomento legato alla Francia e alla cultura francese, ci tenevo moltissimo a condividere con i lettori di De amore gallico questa notizia. Grazie a tutti!

I numeri nella lingua francese e la soluzione dei belgi

Chiunque si sia accostato all’apprendimento del francese ha dovuto far fronte ad una difficoltà da non sottovalutare: i numeri.

Fino al sessantanove nessun problema. Dal settanta in poi iniziano i guai.

Sessanta e dieci = 70
Sessanta e undici = 71
Sessanta e dodici = 72

Eccetera fino ad arrivare al tanto temuto ottanta: quattro venti.

Quattro venti e uno, e due, e tre e quattro… e dieci, e undici, e dodici…

(4 x 20) + …

Ricordo che alla scuola media snobbavo la lingua francese, preferendole l’inglese, e detestavo cordialmente la matematica. La fusione delle mie due nemesi scolastiche fu l’argomento che mi valse uno dei peggiori voti mai avuti.

Mi ci sono voluti ben due anni di permanenza stabile in Francia per riuscire a gestire con facilità la numerazione vigesimale, anche se, come tutti sanno, si conta, si prega e si insulta sempre nella propria lingua madre.

Sono andata a dare un’occhiata all’origine di questo sistema e ho trovato la seguente spiegazione nel sito dell’Accademia di Lione:

Difficile de comprendre la suite des noms des dizaines. Cela commence par dix, vingt. Puis, tous les noms suivants se terminent par le suffixe -ante. Puis un mélange avec soixante-dix et retour de “vingt” dans quatre-vingt, quatre-vingt-dix.

Pourquoi ce changement alors que cela semblait plus être logique de continuer à mettre -ante à la fin de chaque mot?

Actuellement, personne ne peut dire exactement le pourquoi, mais voici quelques éléments pour comprendre :

Au Moyen-Age, les gens comptent par paquet de vingt : vingt-dix (30), deux vingt (40), deux vingt-dix (50), trois vingt (60), trois vingt-dix (70), quatre vingt (80), quatre vingt dix (90). L’origine de ce comptage remonterait aux Celtes, qui auraient influencé les Gaulois.

A la fin du Moyen-Age, les langues évoluent et de nouveaux mots apparaissent dont trente, quarante, cinquante, soixante, septante, octante, nonante qui sont basés sur un comptage de dix en dix.

Ce n’est qu’au XVIIe Siècle, l’époque où l’on rédige les premiers dictionnaires que la décision est prise d’utiliser les mots en usage aujourd’hui : dix, vingt, quatre-vingt, quatre-vingt-dix de l’ancien système ; trente, quarante, cinquante, soixante.

Certains historiens avancent que l’usage de soixante-dix, quatre-vingt et quatre-vingt-dix auraient été conservés car ils facilitent le calcul mental.

Non paga di questa spiegazione, ho cercato ancora e ho scoperto dal Wikizionario che l’antico popolo Vascone, originario della Navarra e da cui discendono i Baschi e i Guasconi ( e quindi anche D’Artagnan), utilizzava il sistema vigesimale. L’origine risiede nel numero totale di dita del corpo umano: la base dieci è più immediata, forse, perché abbiamo dieci dita della mani, ma in tempi in cui ancora non si usavano calzature, come 20 000 anni fa, esattamente dopo l’ultima glaciazione, era normale tenere in considerazione anche le altre dieci laggiù. Che siano stati dunque i Vasconi a suggerire il sistema ai Celti, i quali poi lo hanno trasmesso ai Galli?

Con una punta di ironia più che sapida viene da affermare che i francesi, nello scegliere questo modo di contare, abbiano voluto distinguersi e mettersi bene in mostra. Io dico pure che è per far dispetto agli altri, tanto per rendere ancor più difficile il tutto.
Questa cervellotica e machiavellica cospirazione numerica gallica mi fa pensare a quanto le cose siano complicate nella lingua araba: infatti nell’arabo classico, se si conta un oggetto il cui genere è maschile, l’aggettivo numerale sarà declinato al femminile e viceversa, con trappole sparse qua e là quando di mezzo ci si mettono le decine e le centinaia, che costituiscono esse stesse delle “cose contate” (es. due  di centinaia e nove di scarpe = 209 scarpe). Quel bazar!

I belgi, benedetti loro, che per ammissione degli stessi francesi sono “dei francesi simpatici” (e io potrei metterci la mano sul fuoco visto che una delle mie più care amiche è belga) e gli svizzeri sono francofoni meno integralisti e perciò hanno adottato un sistema che non costituisce un ostacolo all’apprendimento della lingua per chi coi numeri ha sempre fatto a cazzotti sin dall’asilo.

Quanto è piacevole e familiare sentir dire septante, huitante e nonante!

L’argot franco-arabo spiegato agli italiani

Lingue come l’italiano, il francese, lo spagnolo e l’inglese, durante i secoli, hanno integrato nel loro vocabolario molti termini derivanti dalla lingua araba: sciroppo, azzardo, alcool, algebra, zenit, azimut, nadir, algoritmo, cifra, elisir, alambicco, magazzino, assassino, bizzeffe, fondaco, sensale, zerbino, marzapane, sambuco, materasso… In linea di massima si può dire che molto lessico astronomico, matematico e chimico vanta origine semitica.
Quando ero all’università e sudavo settanta volte sette camicie per superare l’esame di vocalizzazione, non avevo molta voglia di soffermarmi su queste raffinatezze della linguistica, preoccupata com’ero di riuscire ad arraffare un voto decente che non facesse piovere disonore sul mio libretto accademico e colare a picco la mia media. Ora, di tanto in tanto, ho piacere nell’andare a sfogliare i miei appunti e trovare collegamenti inimmaginabili e sorprendenti, analogie inaspettate e luccicanti come insetti rari della Foresta Amazzonica della linguistica.

Abitando in Francia, poco lontano da una città dalla fama levantina come Marsiglia, mi sono imbattuta in prestiti linguistici dall’arabo al francese che sono ben lontani dall’essere le “voci dotte” o dall’avere gli illustri etimi cui sono abituata grazie ai miei studi. Si tratta infatti di parole entrate nel lessico quotidiano familiare francese che danno al discorso un arrière-goût da gangsta-in-da-ghetto. Io stessa ho imparato ad usare con disinvoltura qualcuno di questi termini (ed altri, assai volgari e ben conosciuti e non di origine araba) per farmi valere nelle fasi più concitate di una discussione con gente che riesce a capire un discorso solo se corredato da una buona dose di violenza verbale. Come se un francese che vivesse in Italia ed iniziasse a discutere animatamente per un vicolo di Napoli con una vaiassa: se non in grado di usare un po’ del gergo partenopeo più tagliente, la battaglia è persa in partenza.

Per esempio il verbo fottere, usato sia per indicare il coito che per parlare di un imbroglio (subìto o perpetrato) si dice niquer. La parola viene da  ناك  che si legge nāka e che vuol dire appunto fottere. E per fottere serve lo zob, cioè il pene.

Il dottore è il tubib, dall’arabo classico طبيب ṭabīb. La prima vocale è cambiata, probabilmente perché il prestito in francese viene dall’arabo magrebino delle ex-colonie, che reca delle differenze rispetto all’arabo classico.

Quando qualche cosa ci piace possiamo dire Je kiffe. Kiffer infatti viene da una parola dell’arabo del Mashreq (Iraq, Siria, Giordania, Palestina) che vuol dire “piacere, apprezzare”, ma kif-kif (da كفء ) significa invece essere alla pari, dividere egualmente una spesa o aver pareggiato il conto .

Qualche volta è possibile sentir dire kawa al posto di café. Questo perché in arabo il caffè è qahwa, قهوة. L’aspirazione della h è sparita e ha lasciato una parola piana, svelta, rapidissima, quasi svogliata.

I francesi di origine magrebina spesso durante le vacanze tornano al bled, cioè “al paese”. Questo termine viene da بَلَد , balad, che significa “paese” e anche “villaggio”.

Il mio clebs si chiama Mario ed è un bellissimo continental bulldog di un anno e tre mesi. Cane in arabo si dice كلب kalb. In arabo è possibile utilizzare questa parola come insulto. In effetti nella società araba i cani godono di minor ammirazione e affetto rispetto ai gatti (قِطّ, ovvero qitt, che a me ricorda molto l’inglese kitty).

Per uscire la sera e andare a fare nouba con gli amici, cioè la festa, serve il flouze, cioè i soldi, altrimenti bisogna essere proprio un maboul, un matto, e rischiare di dover tornare a casa di notte a piedi anziché in taxi. In quel caso servirebbe la baraka divina per non farsi aggredire da qualche lascar (ceffo) al buio! Se quindi non c’è flouze, allora walou (niente, nada, nisba)! Spesso la penuria di soldi per uscire e divertirsi è causa di seum, ovvero rabbia, nervosismo e frustrazione.

Però tra poco è Natale e i parenti dovrebbero mettere qualche soldino sotto l’albero come regalo… chissà, magari mi ci posso comperare qualche cosa che kiffo particolarmente!