L’argot franco-arabo spiegato agli italiani

Lingue come l’italiano, il francese, lo spagnolo e l’inglese, durante i secoli, hanno integrato nel loro vocabolario molti termini derivanti dalla lingua araba: sciroppo, azzardo, alcool, algebra, zenit, azimut, nadir, algoritmo, cifra, elisir, alambicco, magazzino, assassino, bizzeffe, fondaco, sensale, zerbino, marzapane, sambuco, materasso… In linea di massima si può dire che molto lessico astronomico, matematico e chimico vanta origine semitica.
Quando ero all’università e sudavo settanta volte sette camicie per superare l’esame di vocalizzazione, non avevo molta voglia di soffermarmi su queste raffinatezze della linguistica, preoccupata com’ero di riuscire ad arraffare un voto decente che non facesse piovere disonore sul mio libretto accademico e colare a picco la mia media. Ora, di tanto in tanto, ho piacere nell’andare a sfogliare i miei appunti e trovare collegamenti inimmaginabili e sorprendenti, analogie inaspettate e luccicanti come insetti rari della Foresta Amazzonica della linguistica.

Abitando in Francia, poco lontano da una città dalla fama levantina come Marsiglia, mi sono imbattuta in prestiti linguistici dall’arabo al francese che sono ben lontani dall’essere le “voci dotte” o dall’avere gli illustri etimi cui sono abituata grazie ai miei studi. Si tratta infatti di parole entrate nel lessico quotidiano familiare francese che danno al discorso un arrière-goût da gangsta-in-da-ghetto. Io stessa ho imparato ad usare con disinvoltura qualcuno di questi termini (ed altri, assai volgari e ben conosciuti e non di origine araba) per farmi valere nelle fasi più concitate di una discussione con gente che riesce a capire un discorso solo se corredato da una buona dose di violenza verbale. Come se un francese che vivesse in Italia ed iniziasse a discutere animatamente per un vicolo di Napoli con una vaiassa: se non in grado di usare un po’ del gergo partenopeo più tagliente, la battaglia è persa in partenza.

Per esempio il verbo fottere, usato sia per indicare il coito che per parlare di un imbroglio (subìto o perpetrato) si dice niquer. La parola viene da  ناك  che si legge nāka e che vuol dire appunto fottere. E per fottere serve lo zob, cioè il pene.

Il dottore è il tubib, dall’arabo classico طبيب ṭabīb. La prima vocale è cambiata, probabilmente perché il prestito in francese viene dall’arabo magrebino delle ex-colonie, che reca delle differenze rispetto all’arabo classico.

Quando qualche cosa ci piace possiamo dire Je kiffe. Kiffer infatti viene da una parola dell’arabo del Mashreq (Iraq, Siria, Giordania, Palestina) che vuol dire “piacere, apprezzare”, ma kif-kif (da كفء ) significa invece essere alla pari, dividere egualmente una spesa o aver pareggiato il conto .

Qualche volta è possibile sentir dire kawa al posto di café. Questo perché in arabo il caffè è qahwa, قهوة. L’aspirazione della h è sparita e ha lasciato una parola piana, svelta, rapidissima, quasi svogliata.

I francesi di origine magrebina spesso durante le vacanze tornano al bled, cioè “al paese”. Questo termine viene da بَلَد , balad, che significa “paese” e anche “villaggio”.

Il mio clebs si chiama Mario ed è un bellissimo continental bulldog di un anno e tre mesi. Cane in arabo si dice كلب kalb. In arabo è possibile utilizzare questa parola come insulto. In effetti nella società araba i cani godono di minor ammirazione e affetto rispetto ai gatti (قِطّ, ovvero qitt, che a me ricorda molto l’inglese kitty).

Per uscire la sera e andare a fare nouba con gli amici, cioè la festa, serve il flouze, cioè i soldi, altrimenti bisogna essere proprio un maboul, un matto, e rischiare di dover tornare a casa di notte a piedi anziché in taxi. In quel caso servirebbe la baraka divina per non farsi aggredire da qualche lascar (ceffo) al buio! Se quindi non c’è flouze, allora walou (niente, nada, nisba)! Spesso la penuria di soldi per uscire e divertirsi è causa di seum, ovvero rabbia, nervosismo e frustrazione.

Però tra poco è Natale e i parenti dovrebbero mettere qualche soldino sotto l’albero come regalo… chissà, magari mi ci posso comperare qualche cosa che kiffo particolarmente!

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Quando mi dicono che sono “bravo!”

Non sempre accade, ma quando mi sento dire “Bravo!” qualcosa stona alle mie orecchie. Come biasimarmi, visto che io invece mi sento “brava”? Vaglielo un po’ a dire, ai francesi!
Sono andata a dare un’occhiata all’etimo della parola e a fare qualche ricerca translinguistica, memore delle minacce a Don Abbondio, del cuore impavido di Mel Gibson e di “Bene, bravo, sette più!”. Quello che è venuto fuori è molto interessante e, se lo leggerete, vi farà diventare più belli e più superbi che pria.
Bravo!
Grazie.
Petrolini a parte, la questione etimologica del termine “bravo” è complessa. Il significato che comunemente diamo a questa parola è “in gamba”, “abile”, ma anche “diligente a scuola”. In inglese brave significa “coraggioso”, in spagnolo bravo può voler dire sia “in gamba” che “arrabbiato” e in certe parti della Francia, nel sud per la precisione, brave vuol dire “buono” quasi nell’accezione di “tanto buono e tanto tonto”.

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Il Nerone di Petrolini (più bello e più superbo che pria)

Però, come Manzoni insegna, i bravi erano anche gli sgherri dei signorotti prepotenti e “de’ birboni”: non dimentichiamo che gli scagnozzi di cui si racconta ne “I promessi sposi” erano alle dipendenze di Don Rodrigo, il cui nome sottolinea la dominazione spagnola del nord Italia nel 1600. L’etimo di “bravo” passa dunque necessariamente per l’idioma castigliano, arrivandovi dal latino. Da pravus? O forse da barbarus (latinizzazione del greco βάρβαρος)? Il primo termine è chiaramente all’origine di parole  con connotazione negativa come “depravato”, e infatti significa “distorto, cattivo, malvagio”. Il secondo è un’onomatopea per indicare l’incapacità degli stranieri di articolare bene la lingua ellenica, per cui lo si usava per i forestieri in generale. Poi, con la caduta dell’impero romano d’occidente nel 476 d.C., divenne la parola che designava i rozzi e bellicosi popoli che avevano invaso l’Europa, quindi “selvaggio”.

bravi
“Questo matrimonio non s’ha da fare”

Il dizionario etimologico online, non pago, ci ficca dentro anche una radice celtica (brau = “terrore”) e una possibile origine germanica con significato di “indomito, impetuoso, che abbatte gli ostacoli”. La cosa interessante è che, se fosse questa la vera origine di “bravo”, l’etimologia sarebbe comune a quella di un’altra parola molto simile, “brado” (libero, selvaggio, invincibile, come gli animali che sono “allo stato brado”).

Ma come è possibile che una parola dalle origini etimologiche così negative sia passata a significare caratteristiche positive e desiderabili? L’interessantissimo sito Una parola al giorno lo spiega favolosamente:

Non dobbiamo però scordare il cuore levantino in cui questa mediterranea parola ha ribollito per secoli, acuto nello scovare qualità positive nella canaglia.
Lo storto, fuori regola, è anche eccezionale, e così il selvaggio è indomito, valoroso, e non conosce paura. È vero, restano ancora in piedi i connotati più torbidi delle bravate, delle notti brave, dei bravi di Don Rodrigo, ma sono marginali: la radice di questa parola è esplosa nel mondo in un cristallino odore di apprezzamento, stima, nel vigore dell’abilità volta al bene. Così possiamo pensare al coraggioso inglese, il “brave”, e pensiamo all’universale “bravó” che rimbomba acclamante nei teatri più eleganti di tutto il globo.
Da noi è una parola normale, fondamentale – in virtù della sua storia, forse quasi identitaria, per la nostra cultura. Da piccoli facciamo i bravi a modo nostro e poi diventiamo bravi nel nostro lavoro, tornando a casa ci gustiamo una brava cena – splendido rafforzativo – e portiamo fuori il cane, dicendogli bravo quando ringhia alla vicina bisbetica. Il bravo resta ciò che spicca senza frastuoni, armoniosamente, al suo posto, in un modo anche originale, ormai ripulito dalle passate depravazioni – di cui è però rimasto lo smalto allegro e capace.

Una parola al giorno è un sito per amanti della linguistica e dell’etimologia. Potete iscrivervi e ricevere notifiche quotidiane su parole desuete e significati nascosti dei termini più comunemente usati. Io mi sono iscritta e trovo magnifico ricevere il buongiorno per mail con un approfondimento linguistico mai scontato né noioso.

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Un attivista pro-indipendenza della Scozia

Per quello che mi riguarda, sono riuscita ad educare il mio compagno a dirmi “brava” anziché “bravò!” quando vuole complimentarsi con me. Non solo: al nostro cane ora dice “bràvo”, con l’accento sulla a. Sono risultati di cui vado molto fiera. La contaminazione linguistica a casa nostra, però, è a doppio senso ed anche io, oramai, ho adottato espressioni così francesi che qualche volta devo andare a controllare il mio passaporto per essere sicura di essere ancora italiana. Succede a tutti gli espatriati o solo a me?

Pillola: fenicotteri che ballano il flamenco tra fiamme fiamminghe

Sembra che, mai come quest’estate, il fenicottero sia di moda. Dappertutto si vedono accessori, vestiti e gadget che raffigurano il roseo volatile.

In inglese si chiama flamingo, in francese flamant rose. La cosa bizzarra è che, secondo l’ Online Etymology Dictionary, l’inglese sembra aver preso in prestito il termine dal portoghese e dallo spagnolo, che a loro volta lo hanno importato dal dialetto provenzale, che con la parola flamanc indica i rosei uccelli che popolano le terre acquitrinose della Camargue.

Nel provenzale si è fuso il termine latino flamma col suffisso germanico –enc (ovvero “appartenente”).  La fiamma definisce il colore del piumaggio di questo bel volatile ghiotto di gamberi. D’altra parte “fenicottero” deriva dal greco “phoinikopteros” ovvero “dalle ali color della porpora”.

Ma che c’entrano i fenicotteri col flamenco, il passionale ballo iberico?

Le teorie in merito sono infinite. Pare che la parola, in questo caso, debba la sua origine al popolo fiammingo. Non dimentichiamo che la Spagna ha dominato per tanto tempo una parte di Olanda che nei volumi di storia viene chiamata “Paesi Bassi Spagnoli”. A Madrid i fiamminghi avevano nomea di essere gentaccia dal carattere tremendo, e forse è questo il motivo per cui una danza così focosa è associata alle Fiandre. O magari, più semplicemente, fumi dell’olio di papavero, usato per la tecnica pittorica di cui furono gli inventori, avevano dato loro un po’ alla testa…

A me, tutto sommato, piace pensare che il flamenco si chiami così perché le mosse prendono ispirazione dai fenicotteri, che se ne stanno spesso su una zampa sola e battono il becco per acchiappare i gustosi gamberi di cui la loro dieta è principalmente composta.

Che incredibili girandole linguistiche che escono fuori da una buffa moda estiva!

Pillola: Rigoletto mi ha fatta tribolare

L’opera verdiana “Rigoletto” è tratta dal dramma di Victor Hugo “Le roi s’amuse“, il cui protagonista si chiama Triboulet.

Verdi decise di cambiare il nome del buffone di corte da Triboletto, ovvero la versione italianizzata, preferendogli Rigoletto, derivato dal verbo francese “rigoler” che significa “scherzare, divertirsi, ridere”.

Triboulet, appellativo originario del buffone, deriva a sua volta dal verbo “tribouler“, che vuol dire “agiter, remuer, troubler, embrouiller”. Automatico è il legame che si fa con la parola trouble, sia nella lingua francese sia nella lingua inglese (che ha preso in prestito il termine proprio dal francese antico). L’origine di questo termine la si trova nel latino tribulare, cioètrebbiare il grano“. Il dizionario etimologico dice che il verbo è passato a significare “soffrire, patire, essere oppresso” quando Tertulliano nell’opera Adversus Iudaeos definì il giorno del giudizio “diem tribulationis“, inteso come il giorno in cui si coglierà il frutto di ciò che si è seminato.

A me invece pare più sensato affermare che tribulare sia passato dal significato di “mietere” a quello di “soffrire” perché mietere il grano con la falce era davvero una gran faticaccia, specie con il caldo del sole di giugno.

Buona festa della mietitura e della tribolazione.

Etimi, modi, fascini e grammatiche.

Oggi sono andata dal parrucchiere e mi hanno detto che ho un gran charme. Soddisfazione a parte, in macchina, sul tragitto di ritorno, si sono succeduti i seguenti pensieri, nella mia testa:
“Charme, che parola seducente! Charm, in inglese, e che curiosamente può significare sia fascino che incantesimo che amuleto. La radice quale sarà? Beh, latina, immagino. Poi vado a controllare. Qual era l’altra parola che dovevo riguardare? Ah, sì, façon e fashion. Che poi, se proprio vogliamo, si ricollega al discorso dello charme e del charm, perché assomiglia alla parola italiana fascino. E devo andare a rivedere quel legame tra glamour, grammatica e grimorio, che non mi resta mai in mente.”

Il seguente è il resoconto della mia ricerca etimologica odierna che spero interessi il lettore.

Fascino è una parola che, secondo il dizionario etimologico online, deriva dal latino fascinum, a sua volta proveniente dal greco, forse da femì, cioè “dico”, ma va confrontata anche con il verbo baskaino, cioè “ammalio o calunnio” (è proprio vero quello che diceva la mia professoressa del liceo: in greco ogni verbo vuol dire qualche cosa e anche il suo contrario). In latino, fascinum era la parola usata per indicare le malìe, gli incantesimi maligni, gli amuleti protettivi e anche il bel gingillo per cui andava famoso il dio Priapo. Le riproduzioni di questo enorme fallo erano considerate oggetti apotropaici: Wikipedia riporta che in una rappresentazione presente a Leptis Magna, nell’attuale Libia, si vede un mega membro, dotato di un ulteriore pene, che eiacula su di un occhio sormontato da uno scorpione. Proprio un malocchio! A proposito di oggetti apotropaici o portafortuna, è d’obbligo fare i debiti distinguo: la parola “talismano” ha una lunghissima storia. Si presume che il termine sia giunto nelle lingue neolatine attraversando la lingua araba (“tilsamàn”, plurale di “tilsàm”), che a sua volta aveva preso questo vocabolo dal persiano. Nella lingua persiana l’espressione era giunta partendo dal greco. τέλεσμα significa infatti “rito religioso”, “cose consacrate”.
Il termine “amuleto” deriva invece dal latino, precisamente dal verbo “amolior”, ovvero “allontano, tengo distante”. Ciononostante, alcuni etimologi fanno risalire la radice di questa parola alla greca “àmulon”, una focaccia che solitamente era data in offerta propiziatoria agli dei.
Qual è, se c’è, a differenza tra le due parole? Ed è corretto usarle come sinonimi? Le tradizioni medioevali ci dicono che esse non vogliono dire esattamente la stessa cosa.
Infatti, mentre l’amuleto era un oggetto utile a tener lontani gli spiriti cattivi e le disgrazie, il talismano veniva inteso come un oggetto atto ad attirare sulla persona che lo indossava fortuna, salute, amore e ogni cosa positiva potesse desiderare.
Quindi, due parole che noi usiamo indifferentemente, sono giunte fino a noi attraverso i secoli per indicare due cose ben diverse: oggetti apotropaici o oggetti propiziatori.

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Il fascinus che eiacula

Tornando al discorso principale, comunque, si nota che fascinus, tuttavia, resta una parola il cui principale significato ha una connotazione negativa: malìa, incantesimo malefico, attrazione fatale verso qualcuno di malvagio.
Come si è arrivati da tanta perfidia all’accezione positiva che gli si dà oggi? L’attrazione che una persona esercita è sintomo d’amore da parte dell’attirato, e chi è amato è sempre invidiato da chi non lo è. Mi preme sottolineare che, a discapito di quanto potrebbe sembrare di primo acchito, fascino non deriva da facio, cosa che invece accade per façon e, di conseguenza, anche per fashion.
Façon, 
infatti, verrebbe da factio, _onis, azione, modo di agire, gruppo che agisce, fazione etc.
Modo di agire è il significato che più si avvicina a quello odierno di façon. Arrivando all’inglese, l’Online Etymology Dictionary afferma:

fashion (n.)c. 1300, fasoun, “physical make-up or composition; form, shape; appearance,” from Old French façon, fachon, fazon “face, appearance; construction, pattern, design; thing done; beauty; manner, characteristic feature” (12c.), from Latin factionem (nominative factio) “a making or doing, a preparing,” also “group of people acting together,” from facere “to make” (see factitious).

Especially “style, manner” of make, dress, or embellishment (late 14c.); hence “prevailing custom; mode of dress and adornment prevailing in a place and time” (late 15c.). Meaning “good style, conformity to fashionable society’s tastes” is from 1630s.

There’s how it got from “shape” to “nice style”.

Passiamo ora all’altro punto all’ordine del giorno: charme e charm. Ancora una volta è tutta colpa del latino. Infatti:

Le mot « charme » a pour étymologie le mot latin carmen, qui signifie chant.

L’interessante sito Lexigolos dice:

Le mot charme, qui vient du latin carmen, chant, vers, ne signifie au propre et n’a signifié originairement que formule d’incantation chantée ou récitée. C’est le seul sens que l’ancienne langue lui attribue ; même au seizième siècle il n’a pas encore pris l’acception de ce qui plaît, ce qui touche, ce qui attire ; du moins mon dictionnaire n’en contient aucun exemple. C’est vers le dix-septième siècle que cet emploi néologique s’est établi. La transition est facile à concevoir. Aujourd’hui la signification primitive commence à s’obscurcir, à cause que l’usage du charme incantation, banni tout à fait du milieu des gens éclairés, se perd de plus en plus parmi le reste de la population. Mais considérez à ce propos jusqu’où peut aller l’écart des significations : le latin carmen en est venu à exprimer les beautés qui plaisent et qui attirent. L’imaginer aurait été, si l’on ne tenait les intermédiaires, une bien téméraire conjecture de la part de l’étymologiste.

E dunque:

charm (v.)c. 1300, “to recite or cast a magic spell,” from Old French charmer (13c.) “to enchant, to fill (someone) with desire (for something); to protect, cure, treat; to maltreat, harm,” from Late Latin carminare, from Latin carmen (see charm (n.)). In Old French used alike of magical and non-magical activity. In English, “to win over by treating pleasingly, delight” from mid-15c. Related: Charmed; charming. Charmed (short for I am charmed) as a conventional reply to a greeting or meeting is attested by 1825.
charm (n.)c. 1300, “incantation, magic charm,” from Old French charme (12c.) “magic charm, magic, spell; incantation, song, lamentation,” from Latin carmen “song, verse, enchantment, religious formula,” from canere “to sing” (see chant (v.)), with dissimilation of -n- to -r- before -m- in intermediate form *canmen (for a similar evolution, see Latin germen “germ,” from *genmen). The notion is of chanting or reciting verses of magical power.

Tutto quadra.

E tutto quadra, magicamente, anche nell’affaire che vede coinvolti tre individui insospettabili di ogni legame: la grammatica, il grimorio e il glamour. La prossima volta che qualcuno vi dà della “perfida strega” assicuratevi di avere a portata di mano l’ultimo numero della rivista Glamour, per essere credibili.
Infatti grammatica, termine derivato dal greco grammatikè tècne (arte dello scrivere), ha ispirato la parola grimorio, perché nel Medioevo le grammatiche erano libri contenti istruzioni e, più generalmente, nozioni di varia natura. Essendo l’istruzione appannaggio dell’élite clericale, coloro che praticavano le arti occulte e che compilavano tomi pieni di formule magiche e ricette di pozioni scrivevano dei libri di sapere sui generis, comparabile agli immensi compendi di filologia e retorica. Oppure, come riporta sempre l’Online Etymology Dictionary:

The sense evolution is characteristic of the Dark Ages: “learning in general, knowledge peculiar to the learned classes,” which included astrology and magic; hence the secondary meaning of “occult knowledge” (late 15c. in English), which evolved in Scottish into glamour (q.v.).
glamour (n.) 1720, Scottish, “magic, enchantment” (especially in phrase to cast the glamor), a variant of Scottish gramarye “magic, enchantment, spell,” said to be an alteration of English grammar (q.v.) in a specialized use of that word’s medieval sense of “any sort of scholarship, especially occult learning,” the latter sense attested from c. 1500 in English but said to have been more common in Medieval Latin. Popularized in English by the writings of Sir Walter Scott (1771-1832). Sense of “magical beauty, alluring charm” first recorded 1840. As that quality of attractiveness especially associated with Hollywood, high-fashion, celebrity, etc., by 1939. 

 

 

Pillola: il trucco che si nasconde nei trucs

Truc.
La prima volta che ho sentito questa parola, automaticamente ho pensato al trucco: teatrale, cinematografico, nascosto, di magia, di follia. Nel mio caso specifico, la persona che utilizzò questo termine si riferiva all’aggeggio che si usa per le inalazioni e i fumenti contro il catarro.

Poi la verità mi è stata rivelata:
coso.
(I fan di Lost possono commuoversi con me: “Hey, dude!“).

Truc è traducibile con coso. Robo. Che dalle mie parti è anche detto ciaffo. E ci credo che “l’aggeggio che si usa per le inalazioni e i fumenti contro il catarro” è un coso. Nemmeno io so come si chiama propriamente!

Che poi, a ben guardare, in realtà avevo ragione a dipingermi immagini mentali legate al maquillage o al mondo del teatro e delle macchine teatrali. Se si va a vedere sul dizionario (in questo caso il Garzanti), infatti, il primo significato attribuito a questa parola è proprio:

1. trucco: les trucs du métier, i trucchi del mestiere |avoir, (o connaître o trouver) le —, conoscere, scoprire il trucco; sapere, scoprire come si fa

E solo in seconda e in terza posizione si trovano invece i significati:

2. (fam.) coso, affare, aggeggio: donne-moi ce —!, dammi quell’affare!; qu’est-ce que c’est que ce —?, che cos’è questo aggeggio?; j’ai un — à te dire, ho una cosa da dirti |c’est pas mon —, non è la mia specialità, non è il mio forte | (fam.)— de ouf, roba da matti

3.Truc, Tizio: j’ai rencontré Truc qui m’a dit…, ho incontrato Tizio che mi ha detto…

La lingua è davvero un truc de ouf, certe volte!

P.s. a tal proposito, forse, l’inglese, col suo make-up, è ancora più eloquente.

Sul mare d’inverno, Emily Brontë, etimologie e la poesia della stasi.

Metti una domenica pomeriggio di fine febbraio in riva al mare.
Il freddo è pungente, il vento si infila nelle maniche del cappotto e raggiunge i gomiti, il mare è burrascoso. Il viandante sul mare di nebbia. Friedrich. Quel dipinto è meraviglioso, ma io preferisco Turner, in generale. Ha dipinto il mare meglio di chiunque altro, I think. E chi è che lo ha descritto meglio?
Omero. Sì, lui l’ha descritto come un pennello. Il mare però non è da descrivere, lo si deve far salire dalle profondità dell’esofago e farlo agitare nella gola di chi legge.
Emily Brontëmpestose.
Ma il mare non compare mai, in nessun passo del libro, è tutta brughiera e disperazione.
La disperazione è il mare.

Ma il mio amore per Heathcliff somiglia alle rocce eterne sotto di noi… una sorgente di gioia poco visibile, ma necessaria. Nelly, io sono Heathcliff… lui è sempre, sempre nella mia mente… non come un piacere, non più di quanto io sia un piacere per me stessa, ma come il mio stesso essere

Quando l’ho letto per la prima volta pensavo che la tempesta che tuonava attorno alle cime fosse quella del mare. Per me il romanzo resta sempre qualcosa di oceanico, come la disperazione e il dolore scolpiti tra quelle righe a martello e penna.

Il pomeriggio d’inverno in riva al mare è pieno di schiuma. Quanta schiuma! Sana, non malata né mefitica. Bianca e vellutata alla vista. Basta guardarla per capire che Afrodite non poteva che nascere da lì. Aphròs, è il suono della spuma quando biancheggia sulla battigia, è proprio così.

Aphròssssssss
Aphròsssssssssssssssssss…

Schiuma.
SSSSSSchiuuuuuuuma.

SSSSSSea foam. Ssssseeeaaaafooooaaaaammmmmmmmmmmm…
Spume.
SpUme.

écume.
écume.
écume.
écume.
écume.
écume.
écume.

C’è più poesia in una sola parola che in tutti i miei pensieri di oggi pomeriggio.
Pomeriggio d’écume.

L’après-midi d’un faune.
Dans l’ècume.
Avec l’écume.

écume.
In francese esiste anche la parola mousse.
Ma è écume la parola che indica SSSEEEEEAAAAA FOOOAAAAMMMMMMMMMMMMMMM…

La schiuma del mare.

L’écume des vagues.

Orgasmi verbali statici e sospesi.

Quanta poesia in una sillaba.

Stasi.

Questo accade quando le sinapsi formano un sistema la cui entropia giunge al parossismo.