Etimi, modi, fascini e grammatiche.

Oggi sono andata dal parrucchiere e mi hanno detto che ho un gran charme. Soddisfazione a parte, in macchina, sul tragitto di ritorno, si sono succeduti i seguenti pensieri, nella mia testa:
“Charme, che parola seducente! Charm, in inglese, e che curiosamente può significare sia fascino che incantesimo che amuleto. La radice quale sarà? Beh, latina, immagino. Poi vado a controllare. Qual era l’altra parola che dovevo riguardare? Ah, sì, façon e fashion. Che poi, se proprio vogliamo, si ricollega al discorso dello charme e del charm, perché assomiglia alla parola italiana fascino. E devo andare a rivedere quel legame tra glamour, grammatica e grimorio, che non mi resta mai in mente.”

Il seguente è il resoconto della mia ricerca etimologica odierna che spero interessi il lettore.

Fascino è una parola che, secondo il dizionario etimologico online, deriva dal latino fascinum, a sua volta proveniente dal greco, forse da femì, cioè “dico”, ma va confrontata anche con il verbo baskaino, cioè “ammalio o calunnio” (è proprio vero quello che diceva la mia professoressa del liceo: in greco ogni verbo vuol dire qualche cosa e anche il suo contrario). In latino, fascinum era la parola usata per indicare le malìe, gli incantesimi maligni, gli amuleti protettivi e anche il bel gingillo per cui andava famoso il dio Priapo. Le riproduzioni di questo enorme fallo erano considerate oggetti apotropaici: Wikipedia riporta che in una rappresentazione presente a Leptis Magna, nell’attuale Libia, si vede un mega membro, dotato di un ulteriore pene, che eiacula su di un occhio sormontato da uno scorpione. Proprio un malocchio! A proposito di oggetti apotropaici o portafortuna, è d’obbligo fare i debiti distinguo: la parola “talismano” ha una lunghissima storia. Si presume che il termine sia giunto nelle lingue neolatine attraversando la lingua araba (“tilsamàn”, plurale di “tilsàm”), che a sua volta aveva preso questo vocabolo dal persiano. Nella lingua persiana l’espressione era giunta partendo dal greco. τέλεσμα significa infatti “rito religioso”, “cose consacrate”.
Il termine “amuleto” deriva invece dal latino, precisamente dal verbo “amolior”, ovvero “allontano, tengo distante”. Ciononostante, alcuni etimologi fanno risalire la radice di questa parola alla greca “àmulon”, una focaccia che solitamente era data in offerta propiziatoria agli dei.
Qual è, se c’è, a differenza tra le due parole? Ed è corretto usarle come sinonimi? Le tradizioni medioevali ci dicono che esse non vogliono dire esattamente la stessa cosa.
Infatti, mentre l’amuleto era un oggetto utile a tener lontani gli spiriti cattivi e le disgrazie, il talismano veniva inteso come un oggetto atto ad attirare sulla persona che lo indossava fortuna, salute, amore e ogni cosa positiva potesse desiderare.
Quindi, due parole che noi usiamo indifferentemente, sono giunte fino a noi attraverso i secoli per indicare due cose ben diverse: oggetti apotropaici o oggetti propiziatori.

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Il fascinus che eiacula

Tornando al discorso principale, comunque, si nota che fascinus, tuttavia, resta una parola il cui principale significato ha una connotazione negativa: malìa, incantesimo malefico, attrazione fatale verso qualcuno di malvagio.
Come si è arrivati da tanta perfidia all’accezione positiva che gli si dà oggi? L’attrazione che una persona esercita è sintomo d’amore da parte dell’attirato, e chi è amato è sempre invidiato da chi non lo è. Mi preme sottolineare che, a discapito di quanto potrebbe sembrare di primo acchito, fascino non deriva da facio, cosa che invece accade per façon e, di conseguenza, anche per fashion.
Façon, 
infatti, verrebbe da factio, _onis, azione, modo di agire, gruppo che agisce, fazione etc.
Modo di agire è il significato che più si avvicina a quello odierno di façon. Arrivando all’inglese, l’Online Etymology Dictionary afferma:

fashion (n.)c. 1300, fasoun, “physical make-up or composition; form, shape; appearance,” from Old French façon, fachon, fazon “face, appearance; construction, pattern, design; thing done; beauty; manner, characteristic feature” (12c.), from Latin factionem (nominative factio) “a making or doing, a preparing,” also “group of people acting together,” from facere “to make” (see factitious).

Especially “style, manner” of make, dress, or embellishment (late 14c.); hence “prevailing custom; mode of dress and adornment prevailing in a place and time” (late 15c.). Meaning “good style, conformity to fashionable society’s tastes” is from 1630s.

There’s how it got from “shape” to “nice style”.

Passiamo ora all’altro punto all’ordine del giorno: charme e charm. Ancora una volta è tutta colpa del latino. Infatti:

Le mot « charme » a pour étymologie le mot latin carmen, qui signifie chant.

L’interessante sito Lexigolos dice:

Le mot charme, qui vient du latin carmen, chant, vers, ne signifie au propre et n’a signifié originairement que formule d’incantation chantée ou récitée. C’est le seul sens que l’ancienne langue lui attribue ; même au seizième siècle il n’a pas encore pris l’acception de ce qui plaît, ce qui touche, ce qui attire ; du moins mon dictionnaire n’en contient aucun exemple. C’est vers le dix-septième siècle que cet emploi néologique s’est établi. La transition est facile à concevoir. Aujourd’hui la signification primitive commence à s’obscurcir, à cause que l’usage du charme incantation, banni tout à fait du milieu des gens éclairés, se perd de plus en plus parmi le reste de la population. Mais considérez à ce propos jusqu’où peut aller l’écart des significations : le latin carmen en est venu à exprimer les beautés qui plaisent et qui attirent. L’imaginer aurait été, si l’on ne tenait les intermédiaires, une bien téméraire conjecture de la part de l’étymologiste.

E dunque:

charm (v.)c. 1300, “to recite or cast a magic spell,” from Old French charmer (13c.) “to enchant, to fill (someone) with desire (for something); to protect, cure, treat; to maltreat, harm,” from Late Latin carminare, from Latin carmen (see charm (n.)). In Old French used alike of magical and non-magical activity. In English, “to win over by treating pleasingly, delight” from mid-15c. Related: Charmed; charming. Charmed (short for I am charmed) as a conventional reply to a greeting or meeting is attested by 1825.
charm (n.)c. 1300, “incantation, magic charm,” from Old French charme (12c.) “magic charm, magic, spell; incantation, song, lamentation,” from Latin carmen “song, verse, enchantment, religious formula,” from canere “to sing” (see chant (v.)), with dissimilation of -n- to -r- before -m- in intermediate form *canmen (for a similar evolution, see Latin germen “germ,” from *genmen). The notion is of chanting or reciting verses of magical power.

Tutto quadra.

E tutto quadra, magicamente, anche nell’affaire che vede coinvolti tre individui insospettabili di ogni legame: la grammatica, il grimorio e il glamour. La prossima volta che qualcuno vi dà della “perfida strega” assicuratevi di avere a portata di mano l’ultimo numero della rivista Glamour, per essere credibili.
Infatti grammatica, termine derivato dal greco grammatikè tècne (arte dello scrivere), ha ispirato la parola grimorio, perché nel Medioevo le grammatiche erano libri contenti istruzioni e, più generalmente, nozioni di varia natura. Essendo l’istruzione appannaggio dell’élite clericale, coloro che praticavano le arti occulte e che compilavano tomi pieni di formule magiche e ricette di pozioni scrivevano dei libri di sapere sui generis, comparabile agli immensi compendi di filologia e retorica. Oppure, come riporta sempre l’Online Etymology Dictionary:

The sense evolution is characteristic of the Dark Ages: “learning in general, knowledge peculiar to the learned classes,” which included astrology and magic; hence the secondary meaning of “occult knowledge” (late 15c. in English), which evolved in Scottish into glamour (q.v.).
glamour (n.) 1720, Scottish, “magic, enchantment” (especially in phrase to cast the glamor), a variant of Scottish gramarye “magic, enchantment, spell,” said to be an alteration of English grammar (q.v.) in a specialized use of that word’s medieval sense of “any sort of scholarship, especially occult learning,” the latter sense attested from c. 1500 in English but said to have been more common in Medieval Latin. Popularized in English by the writings of Sir Walter Scott (1771-1832). Sense of “magical beauty, alluring charm” first recorded 1840. As that quality of attractiveness especially associated with Hollywood, high-fashion, celebrity, etc., by 1939. 

 

 

Pillola: anniversaire e anniversario

Il compleanno è l’anniversario della propria nascita.
Mi interessano sempre le etimologie e le radici linguistiche dei termini, così sono andata a dare un’occhiata a questi due mots.

Anniversario: dal lat. anniversarius, comp. di annus ‘anno’ e del tema di vertĕre ‘volgere’ •metà sec. XIII

Compleanno: dallo sp. cumpleaños, comp. di cumplir ‘compiere’ e año ‘anno’ •prima del 1865.

I francesi utilizzano anniversaire sia per ricorrenze generiche che per il genetliaco. Gli italiani invece hanno differenziato le due cose andando addirittura a prendere in prestito una palabra dall’idioma iberico. Chissà perché?

Comunque a me non importa in quale lingua li si faccia, anche se come sempre ho un debole per l’inglese: gli auguri son sempre graditi, specie se accompagnati da una fetta di torta con una candelina da spegnere per poter esprimere un desiderio.

Ora chiudo gli occhi e penso intensamente al mio desiderio. Spero tanto che si avveri…

Pillola: una lingua all’antica

Spesso mi soffermo col pensiero su alcuni termini della lingua francese. Non è il mio idioma preferito, lo ammetto. L’inglese, nel mio cuore, ha un posto speciale e non verrà mai detronizzato. De gustibus. E non accetto repliche.

Ma certe originalità nel passaggio italiano-francese e viceversa sono degne di nota.

Per esempio le parole souvent, tôt, se souvenir, s’appeler, amener, acheter hanno il loro esatto equivalente nei termini sovente, tosto, sovvenirsi, appellarsi, menare, accattare.

Sono tutti vocaboli dal sapore antico, da “Giornalino di Giamburrasca” o magari (e qui mi riferisco esplicitamente ad “accattare”) da gentiluomo napoletano d’altri tempi.

Che sia anche in queste sfumature d’antan il sottile fascino del francese?

Pillola: abbreviazioni, in breve “abbr.”

I francesi, nella lingua parlata, abbreviano qualsiasi cosa.

Inizialmente, perplessa e incuriosita, mi sono detta che è come se noi italiani cominciassimo a parlare in questo modo: “D’acc, non ti preocc”, “All’uni quante lezioni settim di linguis hai?”,”Dai ti faccio sentire qualche form tipico delle mie parti.”

Poi mi sono resa conto che in effetti c’è parecchia gente che maltratta la lingua così, principalmente i ragazzini, e che anche io sono stata saltuariamente vittima della brevitas più volgare, specie nei messaggi. Qui in Francia la cosa parrebbe essere abbastanza trasversale e coinvolgere molte più generazioni del previsto: adolescenti, ventenni, trentenni… fino ai sessantenni.

Solo che sentire una vecchietta di ottantasei anni: “La mia amica è andata al risto la settimana scorsa” fa un certo effetto, lo devo ammettere.