“Après Babel, traduire” mostra al Mucem di Marsiglia – «Tradurre non è mai semplice né innocente»

“Choosing a meaning is neither easy nor innocent.”

Questo è uno dei tanti spunti di riflessione sulla traduzione che si trovano nella mostra “Après Babel, traduire”, aperta fino al 20 marzo al MuCEM di Marsiglia.
Si parte dal concetto di Babele e dalle sue radici linguistiche (“confusione” in ebraico), per arrivare alla domanda “Babele, maledizione o opportunità?”.
Riporto la sinossi ufficiale della mostra in francese:

La traduction est l’un des grands enjeux culturels et sociétaux d’un monde globalisé. Traduire, c’est préférer à une communication rapide et basique dans une langue dominante plus ou moins artificielle (aujourd’hui le « global english » ou globish) un travail coûteux et parfois déconcertant sur la différence des langues, des cultures, des visions du monde, pour les comparer et les mettre en harmonie.

La traduction est d’abord un fait d’histoire : les routes de la traduction, via le grec, le latin, l’arabe, sont celles de la transmission du savoir et du pouvoir. «La langue de l’Europe, c’est la traduction», a dit Umberto Eco. Les civilisations d’Europe et de Méditerranée se sont construites sur cette pratique paradoxale : dire « presque » la même chose, et inventer en passant, à la confluence des savoirs et des langues.

C’est aussi un enjeu contemporain. La diversité des langues apparaît souvent comme un obstacle à l’émergence d’une société unie et d’un espace politique commun, mais l’exposition Après Babel, traduire inverse cette proposition et montre comment la traduction, savoir-faire avec les différences, est un excellent modèle pour la citoyenneté d’aujourd’hui.

Partant d’une abstraction – le passage d’une langue à une autre -, l’exposition donne à voir, à penser et à voyager dans cet entre-deux. Du mythe de Babel à la pierre de Rosette, d’Aristote à Tintin et de la parole de Dieu aux langues des signes, elle présente près de deux cents œuvres, objets, manuscrits, documents installations, qui manifestent de façon spectaculaire ou quotidienne les jeux et les enjeux de la traduction.

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It’s raining cats and dogs – il pleut des cordes

Si parte dalle riproduzioni fiamminghe della torre di Babele, dal modello del monumento alla Terza Internazionale di Vladimir Tatin, passando naturalmente per la Stele di Rosetta e la sua importanza non solo nella traduzione, ma anche per la gestione del sapere in pieno periodo colonialista. Ci sono le tavolette in cuneiforme bustrofedico che fanno capolino dall’antica Mesopotamia, così come anfore greche a riportare miti e storie ellenici che saranno poi tradotti i centinaia di idiomi.

Si seguono le vie della traduzione che, come quelle della seta e delle spezie, hanno segnato profondamente la storia e lo sviluppo occidentale: dalla Grecia all’Arabia, passando per la Spagna, la Sicilia, arrivando fino a Wittenberg, Londra e Parigi. E Venezia.
Sempre Venezia. Perché la Serenissima, forte della sua indipendenza da papato e altri potentati maggiori, fu il centro editoriale più esuberante e all’avanguardia per secoli e secoli.
Se si cercano libri e grandi traduzioni, la mostra non lascia delusi: Bibbie e Corani antichi tradotti in tutte le lingue che vi possano venire in mente. C’è addirittura la traduzione della geometria euclidea in cinese fatta da Padre Matteo Ricci. Si trovano le traduzioni delle opere filosofiche classiche in arabo ed in ebraico. C’è perfino Tin Tin in esperanto, in mezzo a decine di manifesti polilinguistici comunisti, pieni zeppi di errori. Si sta là, di fronte ad un manifesto in cinese che riporta i ritratti di Marx, Engels, Lenin, Stalin e Mao, ed improvvisamente sembra che fuori fischi il vento e che infuri la bufera.
Chagall fa la sua comparsa con un dipinto in cui Mosè riceve le tavole della legge sul Sinai, mentre sullo sfondo una Madonna azzurra affiancata da un bue violetto regge un Bambinello celeste.

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Un’allegoria della traduzione presente nel triplo autoritratto di Johannes Gumpp.

Un esperimento linguistico è mostrato in video: un’anziana tunisina che parla solo arabo e che comprende un po’ il francese comunica con la figlia, arabofona e francofona. A sua volta ella comunica con sua figlia, nata e cresciuta tra Francia e Regno Unito, e che parla solo francese ed inglese senza avere nozione alcuna dell’arabo. Tra nonna e nipote la comunicazione, dunque, è limitata a gesti e a sorrisi.
C’è anche Dario Fo, con una sua masterclass-spettacolo sulla storia del gramelot, c’è un’installazione sulla lingua dei segni, con i gesti che variano da nazione a nazione, rispecchiando in modo visuale e mimico lo spirito di ogni popolo.

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Placca funeraria palermitana, circa 1149. Riporta iscrizioni in greco, latino, ebraico ed arabo.

Un’esposizione imperdibile per chi vive ogni giorno nel coloratissimo e mai noioso limbo del traduttore, mai interamente preciso, sempre problematico ed avventuroso.
I testi accuratamente redatti che accompagnano la mostra sono indicativi della complessità del tema trattato, così come della sua conformazione varia ed avvincente. Come è possibile limitare la traduzione ad un qualcosa di scritto sulla carta stampata, quando così tanti fattori incidono sulla sua efficacia e pienezza? Arte, editoria, archeologia, storia, sociologia ed antropologia sono ingredienti fondamentali della pozione magica che è il risultato del mestiere di traduttore, così come la politica ne definisce i contorni in modo fatalmente imprescindibile.

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Testina con cappello frigio rinvenuta in Afghanistan.
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Mel Bochner, BlahBlahBlah. “Babele” significa “confusione”, “barbaro” significa “balbettante”

Un viaggio interessante anche per chi non ha fatto della traduzione la sua occupazione principale, ma magari la vive quotidianamente per caso: una coppia mista, un datore di lavoro o un collega straniero. Tutti siamo traduttori, perché nessun messaggio arriva mai al destinatario nell’esatta forma e col senso preciso inteso da chi lo ha emesso: applichiamo sempre la nostra interiorità agli stimoli che l’esterno ci fornisce, sfumando di volta in volta i colori sulla tela con pennellate differenti. Mi pare dunque il caso di concludere con una delle tante citazioni stimolanti ed interessanti che la mostra espone lungo lo svolgersi del suo percorso:

“El original es infiel a la traduccion”
Jorge Luis Borges

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Palestina ed Israele: due lingue semitiche a confronto
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Modello del monumento alla Terza Internazionale di Tatlin
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Pillola: Olympique Marseille vs A.S. Monaco

La settimana scorsa sono stata ad una partita di calcio.
La prima della mia vita.

E anche l’ultima.

Si è disputata allo stadio Vélodrome di Marsiglia e ha visto in campo l’O.M. contro la squadra del principato di Monaco, che gareggia nel campionato francese.
Il 99% dei tifosi vestiva i colori della squadra di casa, mentre solo una piccola balconata, in un angolino, era decorata col bianco ed il rosso del Monaco.
Un Davidino di tifo monegasco per il Golia delle curve marsigliesi.

Io ero in curva.
Già.
In curva. Alla domanda “Come ci sei finita?” non voglio rispondere.
Si sappia solo che non ho mai visto tanti energumeni riuniti tutti insieme in vita mia.
Il Monaco, prevedibilmente, ha stracciato l’O.M., finendo col far andare a casa tutti quanti i sostenitori del club marsigliese con le facce lunghe, mogi mogi (io no, io ero solo sollevata che fosse finita, visto che ho passato due tempi regolamentari e due supplementari in piedi, senza la possibilità di posare il didietro sul posto che avevo pagato, perché tale posto era occupato dai piedi e dalle birre degli energumeni di cui sopra).

Una cosa bella, però, è successa: non ho mai visto i bagni riservati alle donne così sgombri, lindi e pinti.
Kudos per me.

Pillola: europei di calcio a colazione (già non ne posso più)

Oggi a colazione ho mangiato una viennoiserie ( così si chiama la pasticceria da bar, “vienneseria”), al cioccolato e alla crème anglaise. Questo dolce si chiama Suisse.

Una “vienneseria” chiamata “Svizzera”, con crema inglese, fatta in Francia e acquistata da un’italiana affamata. Altro che europei di calcio… io me li mangio a colazione!

Intanto a Marsiglia se le sono date di santa ragione, gli inglesi e i russi.
Would you like a cup of tea, tovarish?” disse l’hooligan armato di baguette mentre picchiava in testa un cosacco imbufalito.

Gli europei sono iniziati da due giorni e già non ne posso più.

Pillola: far west à Marseille

In questi ultimi giorni pare ci sia stata un’eccezionale frequenza di sparatorie in quel di Marsiglia. Non seguo molto i telegiornali francesi, sono estremamente prolissi e gli orari non mi sono consoni, tuttavia non ho potuto fare a meno di notare tali notizie, molto tristi, sull’altissimo tasso di violenza in questa città.

Spero prima o poi si sfati il mito della “cloaca umana di Francia”, perché Marsiglia non merita davvero questa fama, bella, antica e cosmopolita com’è.

Lo ammetto, però: quando ripenso al fatto di vivere con un marsigliese, mi sento molto “donna del gangster”.

Candelora e carnevale: tra nuove scoperte e nostalgia di casa

Febbraio è il mese più crudele.
Non si sta prendendo in giro Eliot, ma si sta parlando di nostalgia.
Sebbene l’espatrio sia una strada imboccata volontariamente, poco importa il motivo, ci si sente pur sempre un po’ Odìsseo, seduto sulla spiaggia di Ogigia, i sensi ricolmi della splendida Calipso, ma in preda a spasmi per la sua Penelope, umile regina tessitrice.
L’Italia è Penelope, e per accorgersene basta pensare alle meraviglie che si sono mancate trascorrendo oltralpe il carnevale: zeppole, castagnole, chiacchiere, frappe e cicerchiata a profusione, senza contare il numero di feste carnascialesche tra cui poter scegliere per festeggiare mascherandosi con gli amici, sfogando lo spirto goliardico e teatrale ch’entro mi rugge.
Certo, vale la pena fare un salto a vedere il Carnevale di Nizza: sicuramente è bellissimo. Sì, le crêpes sono deliziose, sia quelle alla Nutella che quelle salate farcite al prosciutto e al groviera.
Ma a carnevale ci vogliono le porcherie fritte ricoperte di granella di zucchero che al primo morso ricopre le labbra, facendo diventare la bocca tutta bianca come quella di un clown, ci vogliono le delizie mielate che appiccicano tutti i denti e fanno subito salire la glicemia e il buonumore, ci vogliono i coriandoli infilati dappertutto, pure nelle mutande, le stelle filanti tra i capelli e bambini in maschera a tutti gli angoli delle strade.
Che fare? Lasciare che la nostalgia prenda il sopravvento facendo diventare sgradevolmente campanilisti? No, grazie, è una disposizione d’animo di pessimo gusto da cui è meglio rifuggire, salvo che per la questione bidet.
Forse è il momento propizio per andare alla ricerca di qualche ghiottoneria locale, che sia diversa dalla solita brioche, dal solito pain au chocolat e anche dalla crêpe che, per quanto gustosa e tipica della stagione, oramai non fa più notizia.
Si schivano le grandiose charlottes che fanno tanto Trianon de Versailles, si evitano i macarons, una sciccheria per ricche rampolle dell’Upper East Side di New York, si mette da parte la celebre galette des rois, visto che l’Epifania è passata da un pezzo. Che fare? Sfogliare i libri di cucina regionale è la cosa più giusta: servirà a trovare ispirazione per comperare prodotti locali, che è l’unica soluzione al sottile senso di colpa che accompagna ogni acquisto alimentare: sarà a km 0? Sarà bio? Sarà senza olio di palma? Sarà senza olio di colza?

Un qualsiasi libro di cucina provenzale lo si trova in una qualsiasi libreria. Anche le edicole ne vendono diversi. Se si dà un’occhiata alla sezione dedicata alla presente stagione e alle golosità più tipiche, saltano all’occhio tre ricette, ciascuna di esse legata a storie e tradizioni affascinanti.
Si prendano ad esempio les navettes de Marseille: questi dolci dal sapore di fior d’arancio sono preparati specialmente per la festa della Candelora (2 febbraio). Prima dell’alba l’arcivescovo di Marsiglia conduce una processione in memoria della presentazione di Gesù al Tempio e benedice le candele, simbolo della luce e della salvezza portate dal Cristo. Dopo aver detto messa, l’arcivescovo si dirige a rue Sainte e procede alla benedizione del Four des Navettes.  Questa boulangerie ha qualcosa in più rispetto a tutte le altre: oltre ad essere più antica della Repubblica Francese (fu fondata nel 1781), da più di duecento anni produce le navettes sempre allo stesso modo, mantenendo l’antica ricetta segreta e garantendo il gusto vero di questi dolci della Candelora. Sembrano essi stessi delle candele: lunghi circa quindici centimetri e costituiti di una pasta robusta e profumata, si conservano addirittura per un anno intero. Sono gli unici ad avere questa magica caratteristica. Infatti negli altri forni di Marsiglia si possono acquistare delle navettes di altro tipo, più corte e di forma molto simile alla chiglia di un vascello, hanno una pasta molto friabile e possono essere aromatizzate al fior d’arancio o all’anice: buonissime ma “tarocche” rispetto al prodotto sfornato da secoli (è proprio il caso di dirlo) dal Four des Navettes.
La leggenda vuole che dietro l’invenzione di questi gateaux ci sia la nave senza remi sulla quale giunsero in Francia le tre Marie, approdando esattamente a Saintes-Maries-de-la-Mer, in Camargue. Assieme ad esse venne una serva egiziana di nome Sara, detta Sara la Nera che, sebbene non sia stata canonizzata da nessuna confessione cristiana, è venerata come santa dalla comunità gitana della regione. Per maggiori informazioni: http://www.imninalu.net/tradizioniRom.htm

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Le navettes del forno marsigliese Le four des navettes

Un altro dolce tipico della Provenza che può soddisfare il palato del goloso in crisi di nostalgia per le ghiottonerie italiche è il Calisson d’Aix. Aix-en-Provence… più la si conosce e più segreti nasconde! Queste sucreries alle mandorle e alla frutta candita, così morbide che si sciolgono in bocca, hanno una storia italica alle spalle. Infatti pare che la ricetta sia stata esportata oltralpe solo nel XVI secolo e che sia invece originaria di Venezia: ci sono documenti in latino medievale e in italiano del duecento che parlano di un dolce di nome calisone, fatto con mandorle e frutta secca. Una curiosità: a Creta, isola che per molto tempo è stata dominata dalla Serenissima, si prepara un dolce fatto con mandorle e spezie che si chiama kalitsounia. Queste notizie, molto prevedibilmente, sono state trovate su Wikipedia, ma se si vuole approfondire si può cercare un testo a cui la stessa enciclopedia Wiki fa riferimento: “Calissons d’Aix, Nougats de Provence”, di Patrick Langer, edizioni Equinox.

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Calissons d’Aix

La terza ghiottoneria che non può deludere è detta croquant aux amandes de Provence. Nella tradizione dolciaria del sud francese le mandorle vanno forte, non c’è che dire. Un po’ come nel sud italiano, dove cassata e marzapane sono i re dei dessert. I croccanti provenzali sono specialità della biscotteria secca che, con numerose varianti, rientra nell’alveo dei “brutti ma buoni” o “spaccadenti”, solo col fine di giustificare l’abbinamento eccellente di queste specialità con un vino liquoroso in cui inzupparle. Proprio come i nostri cantucci con vin santo.

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I croccanti alle mandorle di Provenza

La nostalgia si è affievolita, si sopporta meglio la lontananza da casa e dagli affetti, anche se nei sogni torna sempre a fare visita il profumo di delizie fatte in casa dalla nonna e legato a dolci ricordi d’infanzia. Ci si consola con qualche dolcezza gallica, rendendosi conto che, in fin dei conti, sia italiani che francesi se la sanno ben godere a tavola, senza nulla togliere all’uno o all’altro: che si tratti di vino, pasta, pizza, carni, pesci, formaggi o dessert non è un caso che ci si consideri cugini germani, anche con quella rivalità e notevole urto di nervi che c’è tra Paolino Paperino e Gastone il fortunato.

Buon mercoledì delle ceneri a tutti: inizia la Quaresima. O la dieta. In ogni caso i preti indosseranno paramenti viola e i guitti piangeranno miseria.

Neo-bizantino: da Marsiglia a Parigi.

La fine del secolo XIX e l’inizio del XX videro il fiorire di una moda architettonica che ha lasciato tracce imponenti, al suo passaggio, ovvero lo stile neo-bizantino, di cui si trovano esempi notevoli specialmente in quella parte di Europa che è tutt’ora tradizionalmente legata a “Bisanzio”, nell’immaginario comune (Bulgaria, Russia, Grecia etc.).
Anche la Francia (e con essa il Belgio e il Canada) seguì la voga del tempo e si concesse la bellezza di quattro chiese, qualche sinagoga e pure una parte del rinomato cimitero Père Lachaise.

Vorrei soffermarmi su due edifici in particolare, due chiese che ho avuto il piacere di visitare personalmente e che, nel mio sentire, collegano in modo ideale le due più vaste città francesi, Parigi e Marsiglia.
La prima, in ordine cronologico, è Notre-Dame-de-la-Garde, arrampicata su un cucuzzolo a cavallo tra due quartieri marsigliesi, Vauban e Roucas Blanc. Anche chiamata “La Bonne Mère”, è la chiesa dedicata al culto della Madonna protettrice dei marinai. E tante grazie, viene da dire: chi mai dovrebbe proteggere la Madonna a Marsiglia?

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Notre Dame de la Garde

La chiesa, di rito cattolico romano, fu progettata da un architetto protestante, Henri Espérandieu, nativo di Nimes. I lavori iniziarono nel 1853 e durarono più di vent’anni. L’ideatore del progetto morì prima che la sua opera fosse portata a compimento.
La prima cosa che colpisce è la sua imponenza esteriore: arroccata su una piattaforma alta tredici metri, reliquia di un antico fortino, domina Marsiglia tutta. Una volta entrati dentro la basilica, però, le dimensioni interne stupiscono per il contrasto: raccolta, intima, modesta, come se metri e metri cubi di volume fossero occupati esclusivamente dallo spessore delle mura.
In virtù dello stile architettonico così particolare, è legittimo pensare di essere entrati per errore in un luogo di culto ortodosso o armeno, salvo poi ricredersi, una volta resisi conto dell’enorme numero di ex voto presenti alle pareti della chiesa: per uomini tornati sani e salvi dalla guerra, per persone che hanno scampato il colera, per marinai ritornati da viaggi e da naufragi catastrofici… le date sono varie, gli stili di ex voto anche. Si va dalle placche di metallo o d’argento alle iscrizioni su marmo e ai quadri e ritratti dipinti a olio. L’oro la fa da padrone, nelle decorazioni, anche se, inesplicabilmente, l’effetto che ne risulta è molto meno impressionante di quello che si ha visitando monumenti il cui stile è bizantino tout court, vale a dire il mausoleo di Galla Placidia, a Ravenna, o Sant’Apollinare Nuovo e in Classe, della medesima città.
Ad ogni modo, essendo come sempre alla ricerca dell’ironico e del paradossale, mi preme parlare di ciò che accadde alla fine della seconda guerra mondiale, durante la liberazione, di cui le mura della basilica portano ancora i segni: non son sicura se siano “cicatrici” da bombardamento, da cannonate o da altro tipo di artiglieria, ma di certo fu opera dei tedeschi.
Comunque, il 15 agosto del 1944 gli alleati sbarcarono in Provenza. Marsiglia fu liberata con una battaglia che durò diverse giornate: dal 20 agosto al 28. Non è questo il luogo per una cronaca approfondita della manovra (per un diario dettagliato potete cliccare qui e qui), mi limito a riferire che la collina e la basilica furono liberate dal giogo tedesco per mano di soldati algerini (musulmani) facenti parte dell’ Armée d’Afrique.

Notre Dame de la Garde: una basilica cattolica, dalle sembianze ortodosse, progettata da un protestante, salvata dai musulmani.
Come è ironica la Storia.

Il secondo edificio su cui desidero soffermarmi è, insieme al Vittoriano di Roma, come riporta giustamente l’onnisciente Wikipedia, una delle costruzioni più bianche d’Europa: la pietra di Château-Landon (Seine-et-Marne), di cui è costituito, è un tipo di travertino che rigetta la polvere e l’inquinamento, restando sempre bianco, malgrado il passare del tempo e delle intemperie. Sto parlando della basilica del Sacré-Coeur di Parigi, che, eretta in un punto alto come la sua “cugina” marsigliese, domina la ville lumière dalla collina di Montmartre dal 1873, anno di inizio della sua costruzione, apparentemente voluta dall’Assemblea Nazionale per “espiare i peccati commessi dai Comunardi” (per un breve ripasso dell’avventura della Comune di Parigi cliccate qui).
Tuttavia non avvenne questo, in quanto è stato provato che la decisione di costruire una basilica sulla sacra collina di Montmartre (“Monte dei martiri”, forse a causa della disavventura di San Dionigi, decapitato proprio lì sopra) da parte dell’Assemblea fu anteriore all’avventura della Comune di Parigi. Qui trovate la fonte della mia affermazione.

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Le Sacré-Coeur

La sua stazza è colossale: la pianta della basilica è a croce greca, con un catino absidale decorato da un gigantesco mosaico dominato dall’oro e dal blu. Anche in questo caso l’architetto, Paul Abadie, vincitore della gara di appalto, morì prima di vedere la sua creatura completa. Il Sacro Cuore, infatti, fu conclusa solo nel 1914, ma la chiesa fu consacrata solo nel 1919, alla fine della prima guerra mondiale.
La prima volta che la vidi, duramente provata da una giornata trascorsa a zonzo per Parigi, non ebbi le energie sufficienti da dedicare al suo interno, per cui mi limitai ad una toccata e fuga da turista che mi fece quasi vergognare.
La seconda volta mi rifeci ampiamente, arrivando anche a seguire una funzione religiosa in lingua filippina che si stava celebrando in quel momento, sia per poter osservare con calma l’interno della basilica, sia per poter riposare i piedi, sia per ascoltare quell’idioma a me sconosciuto e dai suoni alquanto bizzarri.

C’è sempre magia, un’atmosfera spessa e vischiosa, in questi luoghi così ricchi di Storia e di storie. A Notre Dame de la Garde l’aria sa di anice e di salsedine, è ruvida e arrabbiata, un po’ come un marinaio marsigliese appena sceso giù al porto. Al Sacré-Coeur, invece, essa lascia in gola un sentore di pioggia e di zucchero, dolce e un po’ stucchevole, come la Parigi delle cartoline, come la Parigi che ci immaginiamo e che, per fortuna, non troviamo.

 

 

 

Pastìs, un pasticcio alcolico occitano

Chi ha avuto modo di passare del tempo in Provenza, ha potuto gustare i diversi sapori e odori che la rendono una terra magica.

Una di queste fragranze è l’anice, ingrediente principale di una bevanda emblematica della città di Marsiglia, il Pastis. Da bere come aperitivo, diluito con acqua e rinfrescato da cubetti di ghiaccio, è un must per chiunque voglia godersi la città con in bocca il suo sapore più autentico.

Il nome del liquore deriva da una parola occitana, “pastìs“, che significa “miscuglio”, “pasticcio”, ma l’aperitivo alcolico viene anche chiamato pastaga. Fece la sua comparsa nel 1915, quando il governo francese proibì il consumo dell’assenzio, la fée verte, terribile musa ispiratrice di poeti e scrittori che son passati alla storia sia per il loro contributo alla letteratura che per essere stati i padri dello stile di vita “sesso, droga e rock ‘n’ roll”, con molta droga e niente rock ‘n’ roll. La fata verde, dicevo, fu proibita dal governo francese, preoccupato per la dilagante piaga sociale dell’alcolismo, ma fu sorprendentemente coadiuvato dalle case produttrici di vino, che avevano visto i loro affari cadere in disgrazia a causa della popolarità dell’assenzio.

Iniziò così la ricerca di un liquore commercializzabile, che avesse un gusto simile a quello dell’assenzio, che fosse composto di una varietà d’erbe aromatiche già utilizzate per la fata verde, ma con un tasso alcolico di molto inferiore. Questo mélange, allora, prese ad assumere dei connotati ben definiti, sebbene ancora fino al 1932 ciascun banco di mescita marsigliese avesse una sua propria ricetta: qualcuno aggiungeva più anice, qualcuno utilizzava più zucchero, ma nessuno di loro ebbe mai l’idea che invece fece la fortuna di un giovane ventenne marsigliese, tale Paul Ricard.

Figlio di un commerciante di vini, Ricard aveva una grande ambizione: fare il pittore. Suo padre, contrario all’aspirazione del figlio, lo obbligò ad entrare nell’azienda di famiglia. Nonostante lo sconforto dovuto a tale coercizione, il giovane non si diede per vinto e trovò il modo di esprimere la sua creatività tra alambicchi e profumi. Aggiunse al mélange di base, che allora costituiva la matrice della ricetta di questo pastaga, un ingrediente che rese la bevanda famosa in tutta la Francia: la liquirizia. Il successo fu enorme. Ricard disegnò anche la bottiglia e l’etichetta del liquore e, negli anni, creò campagne pubblicitarie innovative, sfogo di uno spirito creativo che non aveva potuto manifestarsi nella pittura.

Nel tempo, la ditta Ricard e la Pernod, altra grande produttrice di Pastis, si unirono e crearono la Pernod-Ricard, da cui, nel 1951 nacque anche un altro tipo di pastaga, il 51. Tale numero ricorda sia l’anno della sua creazione, sia le proporzioni con cui il liquore va consumato: cinque parti di acqua per una di Pastis.

Per riportare qualche dato, pensate che in Francia se ne consumano 130 milioni di litri per anno, l’equivalente di due litri per abitante. Si direbbe una bevanda irrinunciabile per qualsiasi francese. Forse è proprio per questo che l’attore marsigliese Fernandel diceva, a proposito del Pastis: “È come il seno femminile: uno non basta, tre sono troppi!”