Le Télémaque: il mistero del tesoro di Luigi XVI

Che cosa trasportava il brigantino Télémaque il 3 gennaio del 1790? Quali segreti erano custoditi nella sua stiva? Un mistero che ha intrigato storici, scrittori e cercatori d’oro degli ultimi duecento anni…

Struttura di un brigantino, un’imbarcazione a due alberi molto veloce

Il Télémaque, al momento del naufragio, non si chiamava più così. Il brigantino era infatti stato acquistato al rouennese Louis Durand da Jean-Vincent Le Canu, commerciante di rue des Charrettes, e dai suoi soci, il Capitano Quemin e altri. Le Canu aveva ribattezzato il Télémaque: la scelta del nuovo nome era caduta su Le Quintanadoine, in onore di una ‘famosa famiglia di armatori di Rouen’. Si sa, cambiare il nome ad una barca porta molta sfortuna! Poco importa come sia stato rinominato, questo bateau è comunque passato alla storia come Télémaque.

Il ruolo di bordo del Télémaque

Era stato anche riparato e ingrandito: dopo i lavori di ristrutturazione il brigantino misurava 26 metri di lunghezza per 7,33 di larghezza e 4,33 di altezza. Va sottolineato che il Capitano Quemin e tutto l’equipaggio che salì a bordo del Quintanadoine per la missione che finì in naufragio erano gli stessi che aveva lavorato su quelbrigantino quando si chiamava Télémaque. Squadra che vince non si cambia!

Il 24 Dicembre 1789 il Quintanadoine ricevette il lasciapassare dall’ammiragliato di Rouen e salpò alla volta di Brest per trasportare legname e carbone, ufficialmente…
Il brigantino solcava le placide acque della Senna, destreggiandosi tra le anse del fiume, arrivando il 2 gennaio 1790 a Quillebeuf-sur-Seine. L’equipaggio mise l’ex Télémaque au mouillage a circa 100 metri di distanza dalla riva della città. Ed ecco che accadde il fatto che diede vita al mistero.

Le cronache narrano che un frangente, cioè un’onda particolarmente violenta e anomala, si sia riversata sul brigantino, lo abbia schiantato da babordo verso tribordo, gli abbia fatto perdere gran parte del carico e abbia rotto tutte le cime e tutte le gomene che assicuravano l’imbarcazione.

Quemin fece immediatamente mettere in acqua le scialuppe di salvataggio e tutta la ciurma fortunatamente si salvò, fatta eccezione per il mozzo, poveretto. Infatti il Télémaque colò a picco, portando con sé il giovane apprendista marinaio di cui non è più stato trovato il corpo e, pare, tutto il carico che trasportava in quella missione. Il Capitano avrebbe dovuto immediatamente riportare l’incidente alle autorità competenti, ma sembra che l’ammiragliato di Quillebeuf non abbia ricevuto notifica del naufragio che tre giorni dopo, il 5 gennaio 1790. La cosa strana è che negli archivi non risulta nulla e che l’impiegato addetto alla registrazione dei documenti, intervistato in seguito, disse di non aver alcun ricordo riguardante il dossier del naufragio del Télémaque.

Il tragitto dell’ultimo viaggio del Télémaque

La leggenda – perché forse di leggenda si tratta, o magari di storia, noi non lo sappiamo – vuole che, invece di legname e carbone, il Télémaque trasportasse un tesoro incalcolabile: l’oro di Luigi XVI, del clero, delle abbazie di Jumièges, di Saint-Martin-de-Boscherville, di aristocratici e nobili che avevano pianificato la grande fuga all’estero, per mettersi al sicuro ed evitare che la Rivoluzione li espropriasse di tutto. Il problema è che, se anche si può reputare credibile che clericali e aristocratici, a cavallo tra il 1789 e il 1790, volessero prendere armi e bagagli e andarsene dalla Francia messa a ferro e fuoco dai giacobini, il re e la famiglia reale non tentarono la fuga che un anno dopo, nel 1791, quando furono scoperti nottetempo a Varennes (firmando così, in un certo senso, la loro condanna).

Negli anni successivi diversi personaggi, specialmente dei privati, fecero di tutto per spostare il relitto dal fondo della Senna di fronte a Quillebeuf, ufficialmente per ‘intralcio alla navigazione’, affermando che l’épave adagiata sul fondo del letto del fiume ostacolava il viavai fluviale, ma in realtà per cercare di recuperare il fantomatico tesoro. Primo tra essi fu un certo armatore del porto di Le Havre di nome Le Canut (strano e sospetto come il cognome ricordi quello del proprietario del Quintanadoine).

Va detto che ad alimentare la leggenda del Télémaque contribuì anche un pamphlet pubblicato nel 1842 da un inglese, un certo Taylor, uno dei tanti privati che negli anni aveva cercato di riportare in superficie il relitto. In questo pamphlet intitolato “Sauvetage du navire le Télémaque, naufragé en Seine devant Quillebeuf, le 3 janvier 1790, supposé contenir de 30 000 000 à 80 millions de francs” si leggeva che diversi testimoni illustri, nessuno dei quali desiderava essere nominato, affermavano che:

Una quantità considerevole di gioielli e tesori proveniente da alcune chiese sarebbe stata segretamente condotta dentro un magazzino di Rouen affittato di nascosto. In quel luogo, nottetempo, tutti quei tesori furono fusi in lingotti d’oro, poi messi in barili cerchiati di ferro e fatti rotolare fino nelle stive di DUE imbarcazioni: il Télémaque ribattezzato Quintanadoine e una misteriosa goletta.

Sempre in questo pamphlet si leggeva che la destinazione ufficiale era Brest, ma il Capitano Quemin aveva in realtà ricevuto una busta da aprire solo e soltanto una volta superato il Capo de la Hève. Regola della massima importanza: evitare ad ogni costo i doganieri. Questi, però, riuscirono a rintracciare le due barche. La goletta fu arrestata e fatta rientrare in un porticciolo fluviale non lontano da Quillebeuf; il suo carico prezioso fu ispezionato e requisito: vi fu trovata tutta l’argenteria della famiglia reale, pare.

Crestois in azione

Il Télémaque invece arrivò fino a Quillebeuf e… colò a picco. Secondo il pamphlet ciò accadde perché il capitano Quemin, di fretta com’era, manovrò maldestramente la barca. Insomma, una bellissima storia, un’interessantissima storia che portò come risultato altri tentativi di recuperare il relitto che si susseguirono nel tempo, con minore e maggiore frequenza, per i successivi centrotrentotto anni.

Recupero di una parte del relitto

Infatti nel 1939, proprio quando venti di guerra soffiavano sull’Europa, finalmente, André Crestois, un industriale di Parigi, ottiene l’autorizzazione amministrativa ad effettuare dei lavori di recupero. Lo Stato francese era incoraggiato dai successi di missioni analoghe avvenute in quegli anni in giro per il mondo. Un sommozzatore in scafandro, René Cabioche, di Roscof, fu l’uomo che rese possibile il recupero di alcuni materiali dal relitto: candelabri, serrature, chiavi, chiodi, catene, ma anche dei crocifissi, dei sigilli con lo stemma fleur de lis, una catena enorme in oro massiccio usata come pettorale dai vescovi, monete d’oro… i lavori continuarono fino a che, nella primavera del 1940, una parte del relitto fu riportata in superficie. Peccato che su questa parte di relitto non si sia trovato nulla e che la stiva e la camera del Capitano siano sempre in fondo al fiume. Magari il tesoro vero e proprio sta ancora là sotto!

Oggi, purtroppo, dopo che molti lavori di sistemazione del letto fluviale della Senna sono stati fatti durante gli anni, sembra che il punto in cui il relitto affondò e fu successivamente ispezionato e in parte recuperato sia finito sotto un campo di calcio.

Va anche detto che all’epoca dei fatti gli abitanti di Quillebeuf erano conosciuti per essere degli sciacalli di relitti fluviali molto rapidi ed efficaci… chi lo sa, magari il Télémaque non fece nemmeno in tempo ad affondare che già tutto il tesoro era stato distribuito tra gli abitanti della cittadina; resta da vedere, come dicono, se tra le argenterie di famiglia a Quillebeuf ci sia niente recante lo stemma reale. Inoltre, i fanatici delle teorie del complotto affermano che il mozzo annegato durante il naufragio altri non era che il Delfino di Francia. Alla fine possiamo ben dire che tutto è possibile e che tutto è immaginabile.

Il libro di Simenon ispirato ai fatti del Télémaque

La vicenda ha ispirato fior di scrittori, da Victor Hugo che ci si mise di mezzo con un pettegolezzo da salotto, a Georges Simenon, con il suo libro ‘I superstiti del Télémaque’ e al contemporaneo Michel Bussi, che nel suo ‘Usciti di Senna’, pubblicato quest’estate in italiano per le Edizioni e/o mescola intrighi, pirati, tesori e misteri. Magari è la lettura giusta per le prossime domeniche autunnali, con un bel tè caldo e una coperta morbida sul divano, mentre fuori la pioggia sferza i vetri e vi porta, col suo suono lento e ripetitivo, indietro nel tempo, fino al Dicembre di duecentotrentuno anni fa…

Mademoiselle Lenormand – sibilla, chiaroveggente e cartomante di Napoleone

Spesso, dietro personaggi storici di calibro e reputazione insormontabili, si celano figure poco conosciute, financo oscure, che li hanno influenzati fatalmente.

È il caso di Mademoiselle Lenormand, sibilla, chiaroveggente e cartomante che guidò i passi di uomini politici come Robespierre e Napoleone. A lei si rifà un celebre mazzo di carte utilizzato molto spesso dai cartomanti per predire gli avvenimenti riguardanti la parte più semplice e ‘quotidiana’ della vita umana: i nuovi vicini saranno simpatici? Andremo d’accordo col nuovo capo? Qualcuno ha rubato dei soldi dalla cassa? L’appuntamento andrà bene o male? Nulla a che vedere con la potenza simbolica e archetipica incarnata dai tarocchi, a cui si è interessato Jung stesso.

Ritratto della Lenormand nel 1802

Dunque, Mademoiselle Lenormand. Chi era costei? Qui va fatta una precisazione: ci sono i fatti, cioè le notizie sulla sua vita raccolte da storici che indagarono su di lei in modo serio e sistematico, e i suoi racconti e diari, in cui si dipinge con colori vivaci e si attribuisce gesta mirabili. Nata ad Alençon nel 1768 (a suo dire 1772, ma i tentativi di ringiovanirsi sono un peccato che commettiamo tutti…), rimase orfana molto presto, all’età di cinque anni, ed entrò così in un collegio di suore benedettine, come avveniva alle bambine rimaste senza genitori. Dicono che, quando aveva sette anni, predisse la caduta di una delle sorelle del convento e che, sebbene il fatto fosse avvenuto davvero, la cosa le causò una marea di guai con le religiose, le quali le fecero scontare una dura punizione.

Arrivò a Parigi da giovane, tra il 1790, data da lei affermata, e il 1793, anno riscontrato dalle ricerche. Diceva di aver sin da subito frequentato i salotti bene della società, ma sembra che abbia svolto inizialmente lavori molto umili, come la lavandaia. La si può davvero biasimare per aver truccato e abbellito la propria vita? Chi, stando al suo posto, non avrebbe cercato di crearsi un’aura ed un passato migliori?

Mlle Lenormand apprese la cartomanzia, dicunt, sui tarocchi di Etteilla (a proposito di questa figura De amore gallico pubblicherà presto un articolo) da una signora chiamata Madame Gilbert. Questo dato è assai misterioso o una magica coincidenza, visto che sembra che il cognome da nubile di sua madre fosse proprio Gilbert. Pare comunque che Mlle Lenormand non si sia limitata solo alla cartomanzia, ma che avesse esteso il suo campo di conoscenze anche alla chiromanzia, alla negromanzia e all’astrologia.

Giuseppina imperatrice con i gioielli disegnati dal grande Nitot

Sebbene quest’attività di pitonessa fosse considerata illegale in Francia, al tempo, ella si guadagnò presto una certa fama e attirò clienti provenienti da diverse classi sociali: gente del popolo, ma anche borghesi ed infine nobili. Durante la rivoluzione pare che abbia consigliato figure quali Marat, Robespierre e perfino Saint-Just. Tuttavia la svolta definitiva avvenne quando una bellezza creola dai denti guasti, i modi frivoli, vedova con due figli e in procinto di sposarsi con un generale andò a trovarla per avvalersi delle sue capacità mantiche. Quella donna esotica era una tale Marie-Josèphe-Rose Tascher de La Pagerie, vedova Beauharnais, futura moglie del generale Bonaparte. Napoleone, dal canto suo, pare che sia stato sovente spinto dalla moglie a consultare le carte attraverso la sibilla, sebbene egli stesso non facesse affidamento su queste cose e vedesse con sospetto l’influenza che la veggente esercitava sulla sua preziosissima, amatissima moglie.

Altre fonti dicono che Giuseppina Bonaparte e Mlle Lenormand si siano incontrate in carcere quando il Regime del Terrore aveva fatto arrestare Giuseppina e il primo marito, Beauharnais, e la profetessa vi si trovava per una delle sue numerose capatine punitive, perché, come dicevamo, al tempo la sua attività era illegale e spesso le cartomanti venivano pizzicate dalle autorità e spedite al fresco per brevi periodi.

Il successo della Lenormand, comunque, una volta divenuta celebre grazie ai Bonaparte, fu inevitabile: andare a farsi tirare le carte da lei era diventato quello che al giorno d’oggi viene chiamato un must. La sua fama di Sibilla dei Salotti attraversò addirittura i confini nazionali e divenne in tutto e per tutto la pitonessa più famosa d’Europa e una delle più conosciute della storia. Anche Talleyrand, il ministro francese che dovette gestire la spinosissima situazione in cui la Francia si ritrovò al Congresso di Vienna, fece appello alle capacità mantiche di Mlle Lenormand.

Alcune carte del mazzo storico Lenormand

Da un punto di vista ‘tecnico’, pare che la donna predicesse il futuro usando, molto semplicemente, il mazzo di carte francesi, quello da Scala Quaranta, per intenderci, e non i tarocchi mistici e misteriosi che altri veggenti hanno prediletto. E va anche detto, quindi, che il mazzo oggi conosciuto come ‘Sibilla Lenormand’ non è altro che l’evoluzione di un giuoco di carte precedente, chiamato ‘Della Speranza’: il bouquet, l’anello, la torre, le nuvole… non hanno nulla a che vedere con la sibilla di Napoleone, ma li dobbiamo all’editore storico delle carte francesi Grimaud.

Tornando alla vicenda terrena della donna, la copertura legale che Mlle Lenormand usava per la sua attività era quella di ‘libraia’, a rue de Tournon, ma spesso spie e soffiate la denunciarono alle autorità, col risultato che la sibilla si vide obbligata a qualche andirivieni tra il suo domicilio e le patrie galere. Tanto era il traffico di gente illustre che veniva a chiederle responsi, che una vita siffatta non poteva esser perduta nelle nebbie del tempo. Fu così che Mlle Lenormand iniziò a redigere le sue memorie, a cui è possibile far riferimento, certo, ma su cui non si può fare affidamento, come abbiamo già detto.

La sua vita continuò tra vaticini, oroscopi, personaggi illustri, mémoirs, andirivieni in prigione fino al 1843, quando si spense, il 25 giugno, lasciando dietro di lei un’eredità cospicua sia dal punto di vista economico, per i suoi nipoti (non ebbe figli, ma lasciò il suo patrimonio ai figli dei fratelli), sia in mistero e mitologia, per tutti noi che siamo ancora qui a leggere la sua verità e le sue presunte gesta.

Per chi volesse andarla a trovare, Mlle Lenormand si trova ancora a Parigi, la città che l’ha resa famosa, in una tomba situata nella terza divisione del cimitero Père Lachaise.

La Mauresse de Moret: un mistero alla corte di Luigi XIV

Sœur Louise Marie de Sainte-Thérèse, detta la Mauresse de Moret, è un nome avvolto ancora oggi dalle tenebre del mistero più fitto.
Fu una religiosa benedettina di etnia mista, vissuta tra il 1658 circa e il 1730 nel convento di Moret-sur-Loig, non lontano da una residenza reale molto famosa, il castello di Fontainebleau.

Il solo ritratto esistente della Mauresse

Non si conoscono con certezza né la data di nascita né quando e in quali circostanze la donna entrò nel convento. Si sa però che nomi importanti della corte del re Luigi XIV facevano sovente visita alla suora, senza che il motivo di questo illustre andirivieni sia stato delucidato: spiccano tra i vari visitatori della Mauresse de Moret la regina Maria Teresa d’Austria, moglie del re Sole, il Gran Delfino, il Duca di Saint-Simon, Voltaire e molti altri.

Il mistero si infittisce quando fonti storiche attendibili affermano che la casa reale versava donazioni cospicue al convento, un istituto dalla storia umile che non aveva mai ospitato suore di sangue nobile, ed elargiva perfino una pensione regolare alla religiosa.

Finito. Niente, Nisba. Non si sa altro. C’è un’omertà totale sulle sue origini, il che è quantomai intrigante quando si pensa al tipo di relazioni sociali che stavano alla base della vita di corte: ricatti, segreti, pettegolezzi, affaires… il silenzio stampa che è stato tramandato su questa figura, la cui storicità è irrefutabile, risulta molto strano: i fascicoli che normalmente dovrebbero riguardarla sono stati forse rubati dall’archivio del convento e tutto il resto tace.

Nei secoli sono state avanzate diverse teorie, delle più fantasiose a dire il vero, ma gli storici ne hanno scartate la maggior parte per lasciare solo tre carte sul tavolo da gioco: la prima ipotesi è che si tratti di una figlia avuta dal Re Sole con un’attrice di origini africane, la seconda è che la Mauresse sia stata una figlia nascosta di Maria Teresa regina di Francia, la terza è che questa donna fosse semplicemente una figlioccia della coppia di sovrani (la qual cosa sarebbe totalmente ‘innocente’ e non spiegherebbe in alcun modo i misteri legati alla sua figura, all’andirivieni che si creò tra la corte e il convento e al silenzio tombale nella documentazione storica).

Il Re Sole

La prima ipotesi non è affatto peregrina, perché il Re Sole collezionò conquiste a destra e manca, si sa, generando figli illegittimi un po’… a getto continuo, se mi è permessa l’espressione. Tra l’altro Madame la Marquise de Maintenon, che in maniera molto succinta possiamo definire la dama incaricata di occuparsi dei figli illegittimi del re, fece visita alla Mauresse in convento innumerevoli volte. Voltaire stesso scrive a proposito di queste visite e, soprattutto, della somiglianza tra la religiosa e il re. Inoltre è storicamente accertata la presenza di cortigiani e membri del personale del re che avevano origini africane.

Se queste sono solo prove indiziarie, come si suol dire in linguaggio tribunalesco, vi sono degli incartamenti, o meglio, un ammanco di incartamenti di cui la sola traccia è un ritratto di religiosa dalla pelle scura con l’annotazione “Moresque fille de Louis 14”. La carta su cui questi documenti sono stati stampati è molto rara e costituirebbe una prova di autenticità di tale ritratto.

L’annotazione sulla Moresque

La tesi secondo cui la suora fosse una figlia segreta della Regina Maria Teresa è stata molto apprezzata dal pubblico, soprattutto grazie al racconto che ne fa Victor Hugo nel romanzo ‘L’homme qui rit’.
L’idea è che la Mauresse e la principessa Marie-Anne di Francia, terzogenita della coppia reale, vissuta poco più di un mese alla fine dell’anno 1664, siano in realtà la stessa persona. Pare che la principessa Marie-Anne, partorita pubblicamente dalla regina come era uso al tempo, sia morta il 26 dicembre, che la salma sia stata esposta al popolo, come da tradizione, che il cuore sia stato deposto nelle urne reali nella chiesa Val-de-Grace more teutonico e che il feretro sia stato poi tumulato a Saint-Denis come tutti i reali defunti. Solo che questa, secondo i sostenitori della tesi sulla Mauresse figlia della regina, fu tutta una messinscena organizzata usando un altro infante morto in fasce, poverino, per nascondere la verità, ovvero che la bambina partorita dalla regina aveva la pelle nera!

Maria Teresa regina di Francia

Il pettegolezzo correva a corte… i medici cercavano di spiegare la cosa con la passione della sovrana per la cioccolata (proprio così) o col fatto che la regina aveva troppo spesso assistito agli spettacoli del buffone nano e di colore Nabo (il quale poi sparì dalla circolazione, poverino). Gli storici tuttavia sono quasi tutti concordi nell’affermare che questa possibilità sia più adatta alla trama di un romanzo feuilleton che al rigore di un’indagine storica fatta bene.

La terza ipotesi è invece la più noiosa, trattandosi di una spiegazione semplice come quella del rapporto tra padrino e madrina reali con una figlioccia. La sola cosa inedita, per l’epoca, è il colore della pelle della figlioccia in questione.

Io, per quello che vale la mia opinione, credo che si sia trattato di una dei tanti figli illegittimi del Re Sole. Ma resterà per sempre un mistero, come quello della famigerata Maschera di Ferro.

Per approfondire:
https://www.ina.fr/video/CPF86600807 oppure http://une-autre-histoire.org/la-mauresse-de-moret/ oppure https://www.europe1.fr/emissions/Au-coeur-de-l-histoire/les-grands-portraits-dau-coeur-de-lhistoire-la-mauresse-de-moret-2642823 o ancora http://archives.seine-et-marne.fr/louise-marie-therese-1675-1731

Pillola: lo strano caso della bambina che fu rapita da un’aquila

Mentre stavo facendo ricerche per un articolo, mi sono imbattuta in questo fait divers. Un avvenimento così bizzarro da DOVER essere raccontato su De amore gallico.

In breve, le cose sono andate così: nel 1838, sulle Alpi francesi, una bambina di nome Marie Delex, di soli cinque anni, fu rapita da un’aquila mentre stava giocando con degli amichetti su di un pendio. Il rapace, di dimensioni fuori della norma, le piombò addosso e la afferrò con i suoi temibili artigli.

I suoi compagni gridarono e andarono in cerca di aiuto, ma tutto quello che i compaesani della piccola accorsi sul luogo della tragedia riuscirono a trovare fu solo una delle sue scarpette, che giaceva abbandonata sull’orlo di un burrone. Come riporta Felix A. Pouchet nel suo “L’univers. Le infiment grands et les infiniment petits” del 1865, il cadavere della bambina fu trovato due mesi dopo a soltanto un chilometro di distanza dal luogo della scomparsa.

Ora, le aquile più grandi e potenti del continente europeo, le aquile reali, che pesano tra i 3 e i 7 chili, sono in grado di agguantare e trasportare solo prede di medie dimensioni. Una bambina di cinque anni, per quanto rachitica, malnutrita o di bassa statura, costituisce un carico impossibile da trasportare per gli artigli e le zampe del rapace.

Eppure…

Misteri della criptozoologia. La bestia del Gévaudan manda i suoi cordiali saluti.

L’epidemia del ballo di Strasburgo del 1518

Quando lavoravo in libreria, mi capitò tra le mani un volume di Jean Teulé. Sulla copertina due scheletri gialli saltellanti, con i radi capelli sparati sul cranio nudo, chiaramente estrapolati da un contesto medievale, catturavano il mio sguardo con frequenza allarmante. Il padrone della libreria lo aveva liquidato come un volume poco avvincente, un’opera minore, trascurabile, deludente di questo autore.

Proprio perché al mio capo non piaceva, io mi ci fiondai sopra con entusiasmo. Fu grazie a questo volume che venni a conoscenza di un fait divers quanto mai bizzarro ed interessante: l’epidemia del ballo di Strasburgo del 1518.


Une étrange épidémie a eu lieu dernièrement
Et s’est répandue dans Strasbourg
De telle sorte que, dans leur folie,
Beaucoup se mirent à danser
Et ne cessèrent jour et nuit, pendant deux mois
Sans interruption,
Jusqu’à tomber inconscients.
Beaucoup sont morts.


Chronique alsacienne, 1519

Nel luglio di quell’anno una donna di nome Troffea si mise a ballare in strada. Nulla di male se non fosse che non smise più, nonostante le suppliche del marito, i piedi insanguinati, i vestiti zuppi di sudore attaccati al corpo. Una settimana dopo l’inizio di questo suo comportamento da invasata, un centinaio di persone, uomini, donne, vecchi, bambini si unirono a lei nel ballo forsennato. In tutto i contagiati furono 400. Pareva una febbre, un’epidemia. I medici del tempo la chiamarono “sindrome del sangue caldo”. Forse doveva semplicemente essere sfogata, come una febbre che faccia sudare per una notte intera. Fu così che le autorità decisero di aiutare i contagiati a sfogare questa follia collettiva, approntando dei palchi scenici e delle orchestrine perché i tarantolati potessero ballare in condizioni di maggiore sicurezza e specialmente accompagnati dalla musica.

Danza della morte – M. Wolgemut

La scena non aveva alcunché di gioioso o di allegro. Le cronache del tempo dipingono tale situazione con tinte fosche, tetre, degne dell’Inferno dantesco. John Waller ha scritto un saggio su questo episodio angoscioso, “The dancing plague”, in cui riporta quanto accadde e scrive di gente stremata, al limite della propria resistenza fisica e che non riusciva a smettere di danzare, come in preda ad una trance ipnotica irresistibile.

La piaga del ballo iniziò a metà estate e si protrasse fino a settembre. Dopo poco tempo la gente iniziò a morire di sfinimento, di disidratazione, di arresti cardiaci, cadendo per terra a causa delle caviglie slogate, dei bacini sciancati. Spiravano circa quindici persone al giorno. Furono tentati benedizioni collettive, esorcismi. L’epidemia si dileguò gradualmente e lasciò nella città stupore generale, sbigottimento e paura che potesse ripetersi.

In realtà questo episodio, come spiega la pagina di Wikipedia, non fu l’unico nella storia. Altre epidemie di danza collettiva avvennero nella regione del Belgio e del Lussemburgo, ma quello di Strasburgo resta l’exploit più conosciuto.

Gli scienziati hanno provato a dare delle spiegazioni alla cosa. Sono giunti alla conclusione che deve essersi trattato di una follia collettiva, un caso di isteria generale e nulla più.

D’altra parte in Italia, nel sud, vi è il tarantismo, una sindrome culturale isterica che nel passato affliggeva prevalentemente le giovani donne nel periodo della mietitura del grano e che era ricondotta al morso della taranta, un ragno velenoso. Questa malattia, che portava cupezza, insofferenza, dolori al ventre, insensatezza e spasmi, era curata dalla società con delle sessioni di ballo (chiamato pizzica o taranta – tarantella) scandito da musica tradizionale, dal ritmo molto sincopato. Come spiega l’enciclopedia Treccani:


Nelle sue linee essenziali il tarantismo si apre con la caduta del soggetto (per lo più femminile) in una condizione di crisi (non identificabile con una forma definita di turba psichica) attribuita al morso di una taranta (anch’essa non identificabile con questo o quel ragno). Al fine di restaurare la condizione normale si dà luogo a una terapia musicale nella quale vengono sottoposte alla tarantata, che versa in uno stato d’inerzia, melodie diverse fino a individuare quella che la stimola al ballo. Questa ‘esplorazione’ musicale è dovuta al fatto che le tarante sono concepite come una pluralità di figure mitiche articolate in categorie diverse, ciascuna delle quali è portatrice di un atteggiamento psicologico definito (tarante “libertine”, se la crisi si presenta con manifestazioni erotiche; “canterine”, se inducono una vistosa tendenza al canto; “tempestose”, se il soggetto palesa atteggiamenti agonistici e di potenza guerriera; “tristi e mute”, se la crisi si presenta con la morfologia degli stati depressivi) ed è legata a una melodia determinata. Dopo l’identificazione della taranta, ha inizio la fase più propriamente catartica. […] L’intero arco esorcistico può durare anche molti giorni, e il suo carattere simbolico è denunciato dal fatto che la crisi si rinnova di norma per molti anni secondo una periodicità calendariale che ne fissa l’insorgenza tra giugno e agosto; questo rinnovarsi è spiegato per lo più con l’idea tradizionalizzata di una “discendenza” lasciata dalla taranta; dopo l’esorcismo ha luogo un rendimento di grazie a s. Paolo.

Pizzicata, Salento
San Vito Martire

Altro paio di maniche il Ballo di San Vito, nome popolare della Corea di Sydenham, tipo di encefalite che provoca spasmi e movimenti incontrollati. Il perché sia popolarmente chiamata così, col nome del santo patrono degli attori e dei ballerini (eh già), è da ricercarsi nell’episodio che vuole San Vito abile taumaturgo che riuscì a placare gli attacchi, forse epilettici, del figlio di Diocleziano, l’imperatore romano. Ecco perché san Vito protegge anche gli epilettici.


Salsicce fegatini 
viscere alla brace 
e fiaccole danzanti 
lamelle dondolanti 
sul dorso della chiesa fiammeggiante 

vino, bancarelle 
terra arsa e rossa 
terra di sud, terra di sud 
terra di confine
terra di dove finisce la terra 

e il continente se ne infischia 
e non il vento 
e il continente se ne infischia e non il vento 
Mustafà viene di Affrica 
e qui soffia il vento d’Affrica 
e ci dice tenetemi fermo 
e ci dice tenetemi fermo 

ho il ballo di San Vito e non mi passa
ho il ballo di San Vito e non mi passa

La desolazione che era nella sera 
s’è soffiata via col vento 
s’è soffiata via col rhum 
s’è soffiata via da dove era ammorsata 
Vecchi e giovani pizzicati 
vecchie e giovani pizzicati 
dalla taranta, dalla taranta
dalla tarantolata 
cerchio che chiude, cerchio che apre 
cerchio che stringe, cerchio che spinge 
cerchio che abbraccia e poi ti scaccia 

ho il ballo di San Vito e non mi passa
ho il ballo di San Vito e non mi passa

dentro il cerchio del voodoo mi scaravento 
e lì vedo che la vita è quel momento 
scaccia, scaccia satanasso 
scaccia il diavolo che ti passa 
scaccia il male che ci ho dentro o non stò fermo 
scaccia il male che ci ho dentro o non stò fermo 

A noi due balliam la danza delle spade 
fino alla squarcio rosso d’alba 
nessuno che m’aspetta, nessuno che m’aspetta 
nessuno che mi aspetta o mi sospetta 

Il cerusico ci ha gli occhi ribaltati 
il curato non se ne cura 
il ragioniere non ragiona 
Santo Paolo non perdona 

ho il ballo di San Vito e non mi passa
ho il ballo di San Vito e non mi passa

Questo è il male che mi porto da 
trent’anni addosso 
fermo non so stare in nessun posto 
rotola rotola rotola il masso 
rotola addosso, rotola in basso 
e il muschio non si cresce sopra il sasso 
e il muschio non si cresce sopra il sasso 

scaccia scaccia satanasso 
scaccia il diavolo che ti passa 
le nocche si consumano 
ecco iniziano i tremmori 
della taranta, della taranta 
della tarantolata…

Vinicio Capossela

L’affaire dei veleni: scandalo nella Francia del XVII secolo – parte seconda

Quando la Marchesa dei veleni fu giustiziata a Parigi, il 17 luglio 1676, l’attenzione degli inquirenti si volse ad altre morti sospette avvenute negli anni precedenti: la rete di avvelenatori poteva essere più grande di quanto si fosse sospettato in un primo momento, la “polvere della successione” poteva aver mietuto vittime a iosa.

Un certo Perrin, avvocatucolo di scarso successo, invitato ad una cena ben innaffiata di buon vino, udì tale Marie Bosse, conosciuta per le sue doti d’indovina, vantarsi poco prudentemente del successo della sua professione segreta, quella di avvelenatrice. Perrin, che conosceva Desgrez, uno dei poliziotti incaricati di investigare sulla rete di avvelenatori, riferì subito quanto appreso. Gli inquirenti scoprirono che la Bosse aveva fornito veleni alle mogli di numerosi parlamentari. Arrestata, Marie Bosse, in un estremo tentativo di difesa, indicò come vera responsabile una certa La Voisin.

La Voisin

Costei è passata alla storia con questo pseudonimo, ma in realtà si chiamava Catherine Deshayes, vedova di un certo Montvoisin o Monvoisin, gioielliere finito in bancarotta. Per sostentare la famiglia, aveva iniziato a lavorare come chiaroveggente, cartomante, chiromante e maga. Vendeva amuleti misteriosi, aiutava le donne ad abortire, dispensava polveri afrodisiache, organizzava messe nere. Fu arrestata il 12 Marzo 1679. Dalle sue confessioni si risalì a nomi illustri, personaggi in vista come le nipoti del Mazarino e Madame de Montespan, la favorita di re Luigi XIV, la quale aveva partecipato alle messe nere della La Voisin officiate tra gli altri anche dal noto prete scomunicato e occultista Étienne Guibourg.

Egli era un prete immorale che aveva mantenuto per lungo tempo un’amante con la quale aveva generato diversi figli e che si era poi dato all’occultismo e alle magie nere. Il suo nome è legato all’alchimia, alla chimica e alle messe blasfeme officiate in nome del diavolo, con spargimento di sangue innocente (bambini appena nati o nati prematuri) e altri elementi maligni. Codesti rituali oscuri e orribili, codeste blasfemie violente erano realizzate dalla Montespan con l’intento di diventare amante del re, al quale effettivamente diede ben sei figli, essendogli legata per lungo tempo. Successivamente la nobildonna aveva tramato, sempre con La Voisin, per uccidere il re: il sovrano infatti aveva cambiato favorita e messo in un angolo la Montespan. Purtroppo per le due congiurate, l’avvelenamento reale era fallito per una serie di circostanze fortuite: il foglio su cui era stata vergata una petizione da sottoporre al re, intriso di veleno, non gli era arrivato nelle mani poiché il giorno prescelto per l’assassinio la folla presente all’udienza ed il numero di petizioni presentate a sua maestà erano notevoli. Il sovrano non ebbe il tempo di occuparsi della finta petizione, e quindi la congiura fallì. L’arma del delitto fu poi bruciata dalla figlia della La Voisin.

Madame de Montespan, la favorita del Re Sole

Lo scandalo dei veleni in ogni caso si era rivelato così esteso e così complesso che fu istituito un tribunale speciale chiamato “Camera Ardente”. In tre anni di attività questa corte speciale emanò ben trentasei condanne a morte, trentadue ergastoli e trentaquattro bandi di esilio. In tutto questo bailamme, la Montespan restò immune e non venne mai sottoposta a processo: il re, sebbene non più innamorato, la preservò dal giudizio della Camera Ardente e, anni dopo la conclusione del fatto, ordinò la distruzione di tutti gli atti processuali. Gli incartamenti furono distrutti, ma tracce ne restarono un po’ ovunque, tanto che gli storici sono riusciti a ricostruire la vicenda con accuratezza.

Finisce qui la narrazione o piuttosto il riassunto di un capitolo assai misterioso della storia di Francia. Molti sono gli enigmi irrisolti, i misteri e le bizzarrie che si celano tra le pieghe del tempo. Non resta che tentare di sbrogliare queste matasse avviluppate di nebbia e leggenda!

L’affaire dei veleni: scandalo nella Francia del XVII secolo – parte prima

Marchesa Marie-Madeleine Dreux d’Aubray. Un nome poco noto.

Eppure c’è stato un tempo in cui la donna era sulla bocca di tutti, in Francia.

31 luglio 1672: Godin de Sainte-Croix, ufficiale di cavalleria, muore accidentalmente. Pieno di debiti fino al collo, i suoi creditori domandano autorizzazione ufficiale per un inventario dei suoi beni. Tra gli averi del defunto viene trovato un scrigno rosso contrassegnato da un avviso:


” à n’ouvrir qu’en cas de mort antérieure à celle de la Marquise

Questo scrigno, aperto proprio perché il capitano di cavalleria era morto prima della nobildonna, contiene cose molto interessanti: il diario personale della d’Aubray, delle lettere d’amore scritte dalla marchesa e al Sainte-Croix indirizzate (erano infatti amanti), obbligazioni controfirmate dalla dama in date successive alla morte del padre di lei e alcune fiale piene di veleno.

Fu questo il casus belli del cosiddetto affaire des poisons, lo scandalo dei veleni che scosse l’opinione pubblica francese durante il regno di Luigi XIV.

La Marchesa d’Aubray

Il Sainte-Croix e la d’Aubray erano stati amanti per tanto tempo: avevano condotto una vita dissoluta e dispendiosa che aveva macchiato la reputazione della donna e quella dei suoi familiari i quali si opponevano a questa unione adulterina. Curiosamente non era il marito di lei, Antoine Gobelin, marchese di Brinvilliers, a disapprovare la liason, ma il padre della nobile, Antoine d’Aubray.

Vi si opponeva così strenuamente che nel 1663 fece “imbastigliare” il Sainte-Croix per sei settimane. Non poteva sapere che, così facendo, aveva firmato la sua condanna a morte. L’amante della figlia, infatti, strinse un sodalizio col suo misterioso compagno di cella, tale Nicolò Egidi, un chimico e avvelenatore italiano passato alla storia con lo pseudonimo di Exili. Da costui, il Sainte-Croix apprese numerose nozioni di alchimia e chimica, destreggiandosi nell’arte della preparazione di veleni.

Una volta uscito dalla Bastiglia, ritrovò la sua amante e la introdusse a questo suo nuovo passatempo, per il quale ella si rivelò particolarmente dotata.

Fu l’inizio di un’ecatombe: dapprima la marchesa si esercitò sui malati in ospedale, sperimentando le dosi ed annotando accuratamente effetti collaterali, tempi di agonia, eventuali tracce lasciate dalle polveri di arsenico nell’organismo e il verdetto dei medici quando il malato spirava.

Dopo aver fatto pratica, la donna si volse ai suoi familiari ai quali somministrò quella che fu poi soprannominata “la polvere della successione”: dapprima il padre, poi i due fratelli e la sorella. L’eredità dei Brainvilliers sarebbe stata tutta sua e coloro che si opponevano alla sua focosa relazione col Sainte-Croix sarebbero stati tolti di mezzo. Il marito, occupato con le sue amanti a sua volta e sospettoso nei confronti della moglie, molto prudentemente fece finta di nulla e abbandonò Parigi per rifugiarsi nelle terre di famiglia e lasciare la consorte al suo amante alchimista.

Tuttavia la cosa fu scoperta quando il Sainte-Croix, mascalzone ricattatire, tirò le cuoia e fece ritrovare tra i suoi beni il famoso cofanetto rosso. Alla marchesa non restò che fuggire via lontano, nella speranza di scampare dalla mannaia della giustizia.

Ritratto della Marchesa durante il processo

Fu acciuffata in un convento nei pressi di Liegi, torturata con l’ingestione forzata d’acqua e il cavalletto, processata e condannata a morte. La donna non confessò mai, nemmeno durante i supplizi a cui fu sottoposta durante la prigionia, e si comportò sempre con un fare degno di una innocente: pacata, pietosa nei confronti di tutti coloro che la circondavano in prigione, dignitosissima. Presto si diffuse la voce, sostenuta dal prete confessore che si occupò di lei, che in realtà la d’Aubray fosse una santa, una martire, ingiustamente accusata e condannata. Ma nemmeno queste voci poterono risparmiarle il patibolo: la donna fu decapitata con la spada nel 1667. Il suo corpo fu cremato e le ceneri sparse.

Fu così che iniziò l’affare dei veleni che scosse Parigi tra il 1670 ed il 1680.

Fine prima parte

La contessa delle tenebre, un enigma tuttora irrisolto

Hildburghausen, Turingia, 7 febbraio 1807: una coppia misteriosa fa la sua apparizione per le strade della città. Lui è alto, lei è di nero vestita, il volto completamente occultato da un velo scuro.

L’uomo si presenterà come Vavel de Versay, nobile e diplomatico olandese. Sulla sua compagna nemmeno una parola, neanche quando si trasferiranno nel castello d’Eishausen, dove la coppia misteriosa soggiornerà per trent’ann, né more uxorio, né sotto il sacro vincolo, ma semplicemente come coinquilini. Tre decadi in cui lei riuscirà a mantenere il riserbo totale sulla sua identità e sulle sue fattezze, tanto da essere conosciuta esclusivamente col soprannome di Comtesse des ténèbres, Dunkelgräfin in tedesco, la contessa delle tenebre.

Quando la donna morì, la sua identità continuò ad essere protetta: fu tumulata non nel cimitero né nella chiesa della città, bensì nel giardino del castello di Eishausen, con una stele completamente anonima. Il de Versay la seguì al Creatore otto anni dopo, disseminando l’informazione, sicuramente falsa, che la donna si fosse chiamata Sophie Botta e che fosse stata una nobile originaria della Vestfalia. Il problema è che tale nome non risulta in nessun registro parrocchiale, in nessun albo nobiliare della regione.

Fu così che si diffuse una voce, un sospetto: forse che la contessa delle tenebre…? Ma no, impossibile! Ma sì, ti dico, è lei! Chi te lo ha detto? L’ho saputo in città, notizie fresche da Parigi. Seh, fosse stata davvero lei allora sarebbero venuti a prenderla anni fa per tagliarle la testa, ti pare? Ma se l’hanno lasciata andare per uno scambio di prigionieri…!

Maria Teresa dipinta da Fuger

Insomma, sembra che la misteriosa donna fosse in realtà Maria Teresa Carlotta di Borbone-Francia, figlia di re Luigi XVI e di Maria Antonietta. Quando fu rilasciata dalle autorità repubblicane per uno scambio di prigionieri con Vienna, nel 1795, aveva diciassette anni ed era molto provata dalla tragedia che si era abbattuta sulla sua famiglia (sembra che avesse anche subito uno stupro durante la reclusione); la carrozza che l’attendeva fuori dal Tempio, dove aveva trascorso tutto il tempo della sua atroce detenzione, l’avrebbe portata in Austria, dagli Asburgo, i parenti della madre. Tuttavia la leggenda vuole che a metà strada Maria Teresa abbia fatto un patto con la sua amica Ernestine Lambriquet, figlia della sua tutrice a corte, affezionata compagna di giochi nel tempo dell’infanzia e, forse, figlia illegittima di Luigi XVI. Secondo questa versione dei fatti, la Lambriquet avrebbe assunto l’identità di Maria Teresa e come tale si sarebbe presentata dagli Asburgo, alla cui corte avrebbe vissuto in esilio, soprannominata Madame Royale, per poi sposare il cugino germano Luigi Antonio di Borbone-Francia, erede del ducato di Angoulême, dando vita ad una discendenza legittima di pretendenti al trono francese e diventando il simbolo della Restaurazione post-napoleonica.

Maria Teresa, invece, afflitta dagli orrori della rivoluzione, traumatizzata, stanca della vita pubblica, si sarebbe ritirata in Turingia nell’anonimato assoluto, dando vita poi alla leggenda della Contessa delle tenebre.

Nel 2013 è stata eseguita l’esumazione della Dunkelgräfin; i resti disseppelliti sono poi stati sottoposti all’analisi del DNA e i risultati hanno rivelato che la donna non era legata in alcun modo né ai Borbone né agli Asburgo.

Escludere questi legami familiari non chiarisce però né perché questa donna abbia vissuto nell’anonimato totale, né perché sia stata seppellita in terra sconsacrata e alla chetichella.

Contessa delle tenebre, chi sei stata?

Notizia! Risolto il mistero dello sciatore deceduto negli anni ’50

Henri Joseph Leonce Le Masne, di Alençon, classe 1919.

H.M. e non M.M.

Il tempo aveva rovinato le iniziali cucite sugli abiti di questo signore deceduto in montagna il 26 Marzo del 1954, il giorno del suo 35esimo compleanno.

Grazie ai comunicati diffusi dalla polizia italiana tramite radio e social network, il fratello e la nipote dello scomparso si sono messi in contatto con le autorità, le quali hanno provveduto all’analisi del DNA. L’esito ha confermato l’identità dello sciatore misterioso.

Era un appassionato di montagna e apparteneva ad un ceto agiato, essendo funzionario del Minister delle Finanze francese. Il fratello lo aveva cercato tanto, ma il fatto che il corpo non fosse mai stato trovato aveva condotto la polizia ad archiviare il caso come irrisolto e la famiglia a darsi delle spiegazioni altre, a credere che si fosse trattato di una fuga volontaria per quanto assurda.

Il fratello Roger e la nipote Emma ora potranno seppellirlo nella cappella di famiglia.

La bête du Gevaudan, un caso ancora aperto?

Tempo fa sono andata a Marsiglia a trovare i parenti del mio compagno. Suo nonno, in quell’occasione, mi ha raccontato la storia della Bestia del Gevaudan.
Oggi voglio riferirvi la vicenda e tutte le speculazioni che nei secoli sono fiorite attorno a questi sanguinosi fatti, facendoli divenire un caposaldo dell’archeocriptozoologia quasi quanto il Sasquatch, lo Yeti, il Chupacabras o il mostro di Loch Ness.
Insomma: animali fantastici e dove trovarli, per citare J.K.Rowling.

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Incisione dell’epoca

I fatti si svolsero nel XVIII secolo, in una regione chiamata Gevaudan, oggi conosciuta come Lozère. Il nonno del mio compagno mi ha mostrato in un atlante dove si trova questo luogo e io riporto la cartina per maggiore accuratezza geografica. In quel tempo la provincia del Gevaudan era territorio prevalentemente dedito alla pastorizia, con diverse fattorie sparse qua e là per la campagna punteggiata di villaggi sparuti e poveri. La rivoluzione non sarebbe avvenuta che dopo qualche decade; i mezzi di comunicazione, le strade e il tenore di vita del popolino che abitava la regione  lasciavano molto a desiderare. gevaudanTutto questo non fece che aumentare l’aura di mistero e di terrore che avviluppò la vicenda, anche quando i racconti di quanto stava accadendo in quella remota provincia del centro-sud francese giunsero alla corte di Versailles, dove fu costituita una sorta di task force militare con il compito specifico di gettar luce sull’oscura e tragica sequela di morti e di stanare la bestia.

Andiamo con ordine: nell’aprile del 1764 una giovane pastora fu attaccata da un essere mostruoso, dotato di lunghi canini. La ragazza sopravvisse perché furono le mucche di cui si occupava a salvarla, intervenendo in branco.
Il sito “L’ombre de la bête” riporta che i testimoni oculari descrissero l’essere:

un corps massif, les oreilles courtes, un pelage fauve parcouru de bandes sombres, une bande noire sur le dos, la queue grosse et touffue, et une tache blanche en forme de cour sur la poitrine. Autre détail important: aucune victime ni témoin ne parlera jamais d’un loup.

Non passò molto tempo che la bestia riuscì ad uccidere qualcuno: era il 30 giugno e la vittima fu un’adolescente, Jeanne Boulet. Si susseguirono non meno di 124 morti in circa tre anni. La maggior parte delle vittime erano donne e bambini, sorpresi da soli nei pascoli mentre gli armenti si cibavano. La solitudine al momento dell’attacco era in qualche modo l’elemento in comune a tutte le aggressioni, insieme alla morte per sgozzamento. I corpi, poi, venivano mangiati, anche solo parzialmente. La bestia che aggrediva gli umani, nonostante non avesse in alcun modo l’aspetto di un lupo, venne subito bollata come lupo mannaro, loup garou, cosa che portò ad una strage di animali innocenti in tutta la regione. Altri dissero che si trattava di mastini particolarmente grossi, o di ibridi bizzarri, allevati da qualche famiglia di malintenzionati apposta per aggredire gli umani. Una sorta di Mastino dei Baskerville in piena campagna francese, senza le soluzioni fluorescenti e i mozziconi di sigaretta tanto cari a Conan Doyle.gevaudan2
Si pensò anche che la bestia fosse un animale messo sotto incantesimo da qualche magone che abitava nei paraggi, il quale amava stregarla per i suoi sadici scopi. Nella fattispecie, si sarebbe trattato di Jean Chastel, sospettato di essere un meneur de loups.
Altre teorie affermano che la bestia era in verità un animale esotico, come una iena o un licaone, magari giunto dall’Africa per divertire qualche nobiluomo bizzarro che voleva tenerlo in gabbia nel proprio giardino: l’animale, poi, sarebbe riuscito a darsi alla fuga fortunosamente, vivendo da allora come vagabondo in un habitat non suo.

Il 12 gennaio 1765, quando la bestia cercò di attaccare nuovamente, un gruppo di ragazzini riuscì a scacciarla, ligi al detto “l’unione fa la forza”. Re Luigi XV fu così colpito dall’audacia di quei fanciulli che donò loro 300 soldi.

Le morti continuarono e, come riporta il sito ufficiale del museo della Bestia del Gevaudan:

De 1764 à 1767, deux animaux (l’un identifié comme un gros loup, l’autre comme un canidé s’apparentant au loup) furent abattus. Le gros loup fut abattu par François Antoine, porte-arquebuse du roi de France, en septembre 1765, sur le domaine de l’abbaye royale des Chazes. À partir de cette date, les journaux et la cour se désintéressèrent du Gévaudan, bien que d’autres morts attribuées à la Bête aient été déplorées ultérieurement. Le second animal fut abattu par Jean Chastel, enfant du pays domicilié à La Besseyre-Saint-Mary, le 19 juin 1767. Selon la tradition, l’animal tué par Chastel était bien la Bête du Gévaudan car, passé cette date, plus aucune mort ne lui fut attribuée.

Sì, proprio lo stesso Chastel sospettato di essere meneur de loups. Giusto per aggiungere ulteriore foschia al quadro.
Alcune testimonianze di sopravvissuti hanno portato, nel tempo, a razionalizzare i fatti, mettendoli in un’ottica meno favolistica, forse, ma assai più inquietante, perché la realtà supera sempre di molto la fantasia, nel bene e nel male.
Riporto di seguito quanto scritto nella monografia “Notes sur ‘La bête du Gevaudan’ de Pascal Cazottes” redatta da Robert Dumont:

Il est flagrant que, sur le nombre de victimes (plus de 100 même en ne considérant que les estimations les plus restrictives), certaines ne sont pas imputables à la Bête elle-même. Les hommes étant ce qu’ils sont, il est inévitable que, lorsque sévit un « tueur en série » (qu’il soit humain ou animal), d’aucuns profitent de la circonstance pour régler un compte personnel, avec la quasi-certitude que ledit tueur endossera sans problème quelques meurtres de plus. Il semble également que, durant ces sanglants évènements, se soit manifesté un personnage plus ou moins « déguisé » en animal. Le 11 août 1765 la Bête attaque Marie-Jeanne Vallet, servante du curé de Paulhac. Notons au passage que pour ce faire, la Bête se dresse sur ses membres postérieurs. Sans perdre son sang-froid, Marie-Jeanne Vallet lui allonge un coup de baïonnette en plein poitrail. La Bête pousse un cri déchirant et porte l’une de ses pattes antérieures à sa blessure. A-t-on jamais vu un quadrupède accomplir un tel geste ? 

Gli attacchi sferrati in modo sistematico, con il modus operandi di cui sopra, a posteriori fanno pensare non solo ad un uomo, ma ad un gruppo di uomini, forse dedito a rituali magici di qualche tipo, che si dilettavano nella caccia all’umano nascondendo le loro fattezze sotto una pelle d’orso o di lupo. Una qualche setta, forse, contraddistinta da sadismo e perfidia.gevaudan4
Un’altra teoria afferma che il responsabile di questi attacchi potrebbe esser stato un uomo affetto da ipertricosi, emarginato dalla società per questa sua triste condizione, ridotto alla follia e assetato di vendetta nei confronti degli altri.
Ancora, si è pensato che gli autori di tutto l’affaire siano stati dei soldati divenuti antropofagi per necessità, di ritorno dalla guerra dei Sette Anni e nascostisi nelle campagne, ridotti ad uno stato psicologico di profonda prostrazione ed aggressività.

Comunque sia, la bestia del Gevaudan costituisce tuttora un mistero su cui gli appassionati di archeocriptozoologia continuano ad arrovellarsi. Che cos’era? O forse è meglio domandarsi chi era? Le ipotesi più disparate compongono questo puzzle misterioso e affascinante, sì, ma specialmente terribile, perché macchiato dal sangue di più di un centinaio di innocenti periti in circostanze davvero drammatiche.