L’affaire dei veleni: scandalo nella Francia del XVII secolo – parte seconda

Quando la Marchesa dei veleni fu giustiziata a Parigi, il 17 luglio 1676, l’attenzione degli inquirenti si volse ad altre morti sospette avvenute negli anni precedenti: la rete di avvelenatori poteva essere più grande di quanto si fosse sospettato in un primo momento, la “polvere della successione” poteva aver mietuto vittime a iosa.

Un certo Perrin, avvocatucolo di scarso successo, invitato ad una cena ben innaffiata di buon vino, udì tale Marie Bosse, conosciuta per le sue doti d’indovina, vantarsi poco prudentemente del successo della sua professione segreta, quella di avvelenatrice. Perrin, che conosceva Desgrez, uno dei poliziotti incaricati di investigare sulla rete di avvelenatori, riferì subito quanto appreso. Gli inquirenti scoprirono che la Bosse aveva fornito veleni alle mogli di numerosi parlamentari. Arrestata, Marie Bosse, in un estremo tentativo di difesa, indicò come vera responsabile una certa La Voisin.

La Voisin

Costei è passata alla storia con questo pseudonimo, ma in realtà si chiamava Catherine Deshayes, vedova di un certo Montvoisin o Monvoisin, gioielliere finito in bancarotta. Per sostentare la famiglia, aveva iniziato a lavorare come chiaroveggente, cartomante, chiromante e maga. Vendeva amuleti misteriosi, aiutava le donne ad abortire, dispensava polveri afrodisiache, organizzava messe nere. Fu arrestata il 12 Marzo 1679. Dalle sue confessioni si risalì a nomi illustri, personaggi in vista come le nipoti del Mazarino e Madame de Montespan, la favorita di re Luigi XIV, la quale aveva partecipato alle messe nere della La Voisin officiate tra gli altri anche dal noto prete scomunicato e occultista Étienne Guibourg.

Egli era un prete immorale che aveva mantenuto per lungo tempo un’amante con la quale aveva generato diversi figli e che si era poi dato all’occultismo e alle magie nere. Il suo nome è legato all’alchimia, alla chimica e alle messe blasfeme officiate in nome del diavolo, con spargimento di sangue innocente (bambini appena nati o nati prematuri) e altri elementi maligni. Codesti rituali oscuri e orribili, codeste blasfemie violente erano realizzate dalla Montespan con l’intento di diventare amante del re, al quale effettivamente diede ben sei figli, essendogli legata per lungo tempo. Successivamente la nobildonna aveva tramato, sempre con La Voisin, per uccidere il re: il sovrano infatti aveva cambiato favorita e messo in un angolo la Montespan. Purtroppo per le due congiurate, l’avvelenamento reale era fallito per una serie di circostanze fortuite: il foglio su cui era stata vergata una petizione da sottoporre al re, intriso di veleno, non gli era arrivato nelle mani poiché il giorno prescelto per l’assassinio la folla presente all’udienza ed il numero di petizioni presentate a sua maestà erano notevoli. Il sovrano non ebbe il tempo di occuparsi della finta petizione, e quindi la congiura fallì. L’arma del delitto fu poi bruciata dalla figlia della La Voisin.

Madame de Montespan, la favorita del Re Sole

Lo scandalo dei veleni in ogni caso si era rivelato così esteso e così complesso che fu istituito un tribunale speciale chiamato “Camera Ardente”. In tre anni di attività questa corte speciale emanò ben trentasei condanne a morte, trentadue ergastoli e trentaquattro bandi di esilio. In tutto questo bailamme, la Montespan restò immune e non venne mai sottoposta a processo: il re, sebbene non più innamorato, la preservò dal giudizio della Camera Ardente e, anni dopo la conclusione del fatto, ordinò la distruzione di tutti gli atti processuali. Gli incartamenti furono distrutti, ma tracce ne restarono un po’ ovunque, tanto che gli storici sono riusciti a ricostruire la vicenda con accuratezza.

Finisce qui la narrazione o piuttosto il riassunto di un capitolo assai misterioso della storia di Francia. Molti sono gli enigmi irrisolti, i misteri e le bizzarrie che si celano tra le pieghe del tempo. Non resta che tentare di sbrogliare queste matasse avviluppate di nebbia e leggenda!

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L’affaire dei veleni: scandalo nella Francia del XVII secolo – parte prima

Marchesa Marie-Madeleine Dreux d’Aubray. Un nome poco noto.

Eppure c’è stato un tempo in cui la donna era sulla bocca di tutti, in Francia.

31 luglio 1672: Godin de Sainte-Croix, ufficiale di cavalleria, muore accidentalmente. Pieno di debiti fino al collo, i suoi creditori domandano autorizzazione ufficiale per un inventario dei suoi beni. Tra gli averi del defunto viene trovato un scrigno rosso contrassegnato da un avviso:


” à n’ouvrir qu’en cas de mort antérieure à celle de la Marquise

Questo scrigno, aperto proprio perché il capitano di cavalleria era morto prima della nobildonna, contiene cose molto interessanti: il diario personale della d’Aubray, delle lettere d’amore scritte dalla marchesa e al Sainte-Croix indirizzate (erano infatti amanti), obbligazioni controfirmate dalla dama in date successive alla morte del padre di lei e alcune fiale piene di veleno.

Fu questo il casus belli del cosiddetto affaire des poisons, lo scandalo dei veleni che scosse l’opinione pubblica francese durante il regno di Luigi XIV.

La Marchesa d’Aubray

Il Sainte-Croix e la d’Aubray erano stati amanti per tanto tempo: avevano condotto una vita dissoluta e dispendiosa che aveva macchiato la reputazione della donna e quella dei suoi familiari i quali si opponevano a questa unione adulterina. Curiosamente non era il marito di lei, Antoine Gobelin, marchese di Brinvilliers, a disapprovare la liason, ma il padre della nobile, Antoine d’Aubray.

Vi si opponeva così strenuamente che nel 1663 fece “imbastigliare” il Sainte-Croix per sei settimane. Non poteva sapere che, così facendo, aveva firmato la sua condanna a morte. L’amante della figlia, infatti, strinse un sodalizio col suo misterioso compagno di cella, tale Nicolò Egidi, un chimico e avvelenatore italiano passato alla storia con lo pseudonimo di Exili. Da costui, il Sainte-Croix apprese numerose nozioni di alchimia e chimica, destreggiandosi nell’arte della preparazione di veleni.

Una volta uscito dalla Bastiglia, ritrovò la sua amante e la introdusse a questo suo nuovo passatempo, per il quale ella si rivelò particolarmente dotata.

Fu l’inizio di un’ecatombe: dapprima la marchesa si esercitò sui malati in ospedale, sperimentando le dosi ed annotando accuratamente effetti collaterali, tempi di agonia, eventuali tracce lasciate dalle polveri di arsenico nell’organismo e il verdetto dei medici quando il malato spirava.

Dopo aver fatto pratica, la donna si volse ai suoi familiari ai quali somministrò quella che fu poi soprannominata “la polvere della successione”: dapprima il padre, poi i due fratelli e la sorella. L’eredità dei Brainvilliers sarebbe stata tutta sua e coloro che si opponevano alla sua focosa relazione col Sainte-Croix sarebbero stati tolti di mezzo. Il marito, occupato con le sue amanti a sua volta e sospettoso nei confronti della moglie, molto prudentemente fece finta di nulla e abbandonò Parigi per rifugiarsi nelle terre di famiglia e lasciare la consorte al suo amante alchimista.

Tuttavia la cosa fu scoperta quando il Sainte-Croix, mascalzone ricattatire, tirò le cuoia e fece ritrovare tra i suoi beni il famoso cofanetto rosso. Alla marchesa non restò che fuggire via lontano, nella speranza di scampare dalla mannaia della giustizia.

Ritratto della Marchesa durante il processo

Fu acciuffata in un convento nei pressi di Liegi, torturata con l’ingestione forzata d’acqua e il cavalletto, processata e condannata a morte. La donna non confessò mai, nemmeno durante i supplizi a cui fu sottoposta durante la prigionia, e si comportò sempre con un fare degno di una innocente: pacata, pietosa nei confronti di tutti coloro che la circondavano in prigione, dignitosissima. Presto si diffuse la voce, sostenuta dal prete confessore che si occupò di lei, che in realtà la d’Aubray fosse una santa, una martire, ingiustamente accusata e condannata. Ma nemmeno queste voci poterono risparmiarle il patibolo: la donna fu decapitata con la spada nel 1667. Il suo corpo fu cremato e le ceneri sparse.

Fu così che iniziò l’affare dei veleni che scosse Parigi tra il 1670 ed il 1680.

Fine prima parte

La contessa delle tenebre, un enigma tuttora irrisolto

Hildburghausen, Turingia, 7 febbraio 1807: una coppia misteriosa fa la sua apparizione per le strade della città. Lui è alto, lei è di nero vestita, il volto completamente occultato da un velo scuro.

L’uomo si presenterà come Vavel de Versay, nobile e diplomatico olandese. Sulla sua compagna nemmeno una parola, neanche quando si trasferiranno nel castello d’Eishausen, dove la coppia misteriosa soggiornerà per trent’ann, né more uxorio, né sotto il sacro vincolo, ma semplicemente come coinquilini. Tre decadi in cui lei riuscirà a mantenere il riserbo totale sulla sua identità e sulle sue fattezze, tanto da essere conosciuta esclusivamente col soprannome di Comtesse des ténèbres, Dunkelgräfin in tedesco, la contessa delle tenebre.

Quando la donna morì, la sua identità continuò ad essere protetta: fu tumulata non nel cimitero né nella chiesa della città, bensì nel giardino del castello di Eishausen, con una stele completamente anonima. Il de Versay la seguì al Creatore otto anni dopo, disseminando l’informazione, sicuramente falsa, che la donna si fosse chiamata Sophie Botta e che fosse stata una nobile originaria della Vestfalia. Il problema è che tale nome non risulta in nessun registro parrocchiale, in nessun albo nobiliare della regione.

Fu così che si diffuse una voce, un sospetto: forse che la contessa delle tenebre…? Ma no, impossibile! Ma sì, ti dico, è lei! Chi te lo ha detto? L’ho saputo in città, notizie fresche da Parigi. Seh, fosse stata davvero lei allora sarebbero venuti a prenderla anni fa per tagliarle la testa, ti pare? Ma se l’hanno lasciata andare per uno scambio di prigionieri…!

Maria Teresa dipinta da Fuger

Insomma, sembra che la misteriosa donna fosse in realtà Maria Teresa Carlotta di Borbone-Francia, figlia di re Luigi XVI e di Maria Antonietta. Quando fu rilasciata dalle autorità repubblicane per uno scambio di prigionieri con Vienna, nel 1795, aveva diciassette anni ed era molto provata dalla tragedia che si era abbattuta sulla sua famiglia (sembra che avesse anche subito uno stupro durante la reclusione); la carrozza che l’attendeva fuori dal Tempio, dove aveva trascorso tutto il tempo della sua atroce detenzione, l’avrebbe portata in Austria, dagli Asburgo, i parenti della madre. Tuttavia la leggenda vuole che a metà strada Maria Teresa abbia fatto un patto con la sua amica Ernestine Lambriquet, figlia della sua tutrice a corte, affezionata compagna di giochi nel tempo dell’infanzia e, forse, figlia illegittima di Luigi XVI. Secondo questa versione dei fatti, la Lambriquet avrebbe assunto l’identità di Maria Teresa e come tale si sarebbe presentata dagli Asburgo, alla cui corte avrebbe vissuto in esilio, soprannominata Madame Royale, per poi sposare il cugino germano Luigi Antonio di Borbone-Francia, erede del ducato di Angoulême, dando vita ad una discendenza legittima di pretendenti al trono francese e diventando il simbolo della Restaurazione post-napoleonica.

Maria Teresa, invece, afflitta dagli orrori della rivoluzione, traumatizzata, stanca della vita pubblica, si sarebbe ritirata in Turingia nell’anonimato assoluto, dando vita poi alla leggenda della Contessa delle tenebre.

Nel 2013 è stata eseguita l’esumazione della Dunkelgräfin; i resti disseppelliti sono poi stati sottoposti all’analisi del DNA e i risultati hanno rivelato che la donna non era legata in alcun modo né ai Borbone né agli Asburgo.

Escludere questi legami familiari non chiarisce però né perché questa donna abbia vissuto nell’anonimato totale, né perché sia stata seppellita in terra sconsacrata e alla chetichella.

Contessa delle tenebre, chi sei stata?

Notizia! Risolto il mistero dello sciatore deceduto negli anni ’50

Henri Joseph Leonce Le Masne, di Alençon, classe 1919.

H.M. e non M.M.

Il tempo aveva rovinato le iniziali cucite sugli abiti di questo signore deceduto in montagna il 26 Marzo del 1954, il giorno del suo 35esimo compleanno.

Grazie ai comunicati diffusi dalla polizia italiana tramite radio e social network, il fratello e la nipote dello scomparso si sono messi in contatto con le autorità, le quali hanno provveduto all’analisi del DNA. L’esito ha confermato l’identità dello sciatore misterioso.

Era un appassionato di montagna e apparteneva ad un ceto agiato, essendo funzionario del Minister delle Finanze francese. Il fratello lo aveva cercato tanto, ma il fatto che il corpo non fosse mai stato trovato aveva condotto la polizia ad archiviare il caso come irrisolto e la famiglia a darsi delle spiegazioni altre, a credere che si fosse trattato di una fuga volontaria per quanto assurda.

Il fratello Roger e la nipote Emma ora potranno seppellirlo nella cappella di famiglia.

Lo sconosciuto del ghiacciaio: M.M. e gli scii di lusso

Qualche giorno fa sul Corriere della sera è uscito un articolo molto interessante intitolato “Sci di lusso e scarponi francesi –  il giallo di M.M. morto negli anni ’50”.

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Carnet da 60 corse per la funivia ‘Breuil – Plan Maison’

Si tratta di un cosiddetto cold case che di freddo non ha solo la data (il decennio 1950) ma anche il contesto: Plateau Rosa, sopra Cervinia. Il cadavere di questo sconosciuto, le cui iniziali sono M.M. come si evince dagli abiti su cui sono cucite le due lettere, fu ritrovato nel luglio del 2005, a più di 3000 metri di quota. L’evento che fece riaffiorare il corpo fu lo scioglimento del ghiacciaio del Ventina, dalle parti di una località chiamata Cime Bianche.

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Bottoni e orologio appartenenti a M.M.

I resti sono quelli di un uomo alto 175 cm e la cui situazione finanziaria era abbastanza florida: è possibile affermarlo perché l’attrezzatura sciistica ed il vestiario erano di buona qualità e di marca; gli sci modello Olimpique della firma francese Rossignol, bastoncini in metallo (all’epoca un vero lusso), scarponi Le Trappeur di ottima qualità made in France, orologio Omega con numero di serie 11666171, venduto dalla fabbrica l’8 febbraio 1950 alle colonie francesi. M.M. portava occhiali con gradazione per miopia e in tasca, al momento della morte, aveva lire italiane, di un tipo che fu coniato per la prima volta nel 1946.

Un italiano o un francese, questo misterioso M.M.? La polizia ha condotto un’accuratissima indagine, cercando negli archivi delle persone scomparse. Sfortunatamente nella banca dati non c’è nessuno che può essere associato allo sconosciuto: alcun M.M., alcuna denuncia di scomparsa collegabile a questo ignoto.

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Occhiali con correzione per miopia

Il problema è l’orologio: si sa che l’Omega lo spedì verso les colonies. Ma quale delle tante? Guyana? Algeria? Gibuti? Senegal? Costa d’avorio? Tunisia? Pondichéry? Non stiamo parlando di una manciata di isolette, ma di un impero coloniale che ha potuto competere con quello britannico! Restringere il campo è difficile, anche perché i casi della vita sono infiniti: e se quell’orologio fosse stato un regalo di un cugino o di un socio d’affari? Se gli stessi abiti su cui sono cucite le lettere M.M. fossero state prestati da un amico che lo aveva ospitato per qualche giorno?

Una cosa è certa: le ultime ore di questo poveretto devono essere state terribili, al freddo e completamente solo, in balìa della neve e con la certezza della morte davanti agli occhi. Possiamo solo augurarci che la caduta lo abbia fatto spirare sul colpo e che non gli abbia inflitto una lunga agonia in mezzo ai ghiacci.

Mi auguro che la polizia italiana e quella francese vengano a capo di questo mistero e che M.M. trovi presto un nome ed un cognome, un’identità e forse una famiglia che possa dargli sepoltura.

 

Combourg, la Bretagna incantata (o forse stregata) di Chateaubriand

Partout silence, obscurité et visage de pierre: voilà le chateau de Combourg.

Il visconte François-René de Chateaubriand ne parla in “Memorie d’oltretomba”, opera autobiografica postuma. L’unica copia integrale della prima edizione si trova alla Bibliothéque Nationale de France, a Parigi e reca le correzioni fatte a mano da Chateaubriand in persona.

C’est dans les bois de Combourg que je suis devenu ce que je suis.

Suo padre, armatore originario di Saint-Malo, aveva acquistato la dimora per ridare lustro alla famiglia, la quale ora poteva godere della posizione agiata ottenuta grazie alla sua abilità commerciale. La fortezza fu costruita durante l’XI secolo per volere del vescovo di Dol e nel tempo subì mutamenti e fu ingrandita dalle varie famiglie che si succedettero.

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Chateaubriand, il romantico

Quattro torri svettano sulla collina dominante le Lac Tranquille, uno specchio d’acqua attorno il quale aleggia un’aura di mistero arricchita da leggende locali che vogliono un passaggio verso il mondo delle fate e dei folletti situato proprio sul fondo di una fontana che si trova nei pressi del lago, la fontaine de Margatte. La fontana era stata costruita al tempo dei monaci, quando uno zampillìo d’acqua improvviso aveva rivelato una fonte dalle proprietà curative miracolose.

La Bretagna è una delle sei nazioni celtiche (con l’Irlanda, la Scozia, il galles, la Cornovaglia e l’isola di Man), e come tutte le altre terre che son culla di questa cultura, è impregnata di leggende e miti legati all’aldilà e al mondo delle anime erranti. A leggere Chateaubriand si direbbe che il castello di Combourg è un luogo molto amato dai fantasmi e dagli spiriti vagabondi. Lo spettro di un conte di Combourg se ne andava spesso in giro, arrancando per i corridoi della fortezza sulla sua gamba di legno. Talvolta la gamba di legno, sola soletta, scortata semplicemente da un gatto nero, passeggiava per il castello. Tutto ciò spaventava a morte il piccolo visconte, segnando per sempre il suo immaginario, lasciando tracce indelebili nel suo animo che si sarebbe poi evoluto in quello del letterato romantico francese per eccellenza.

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Quando, nel 1800, il castello fu restaurato, dopo essere stato restituito alla famiglia del visconte che lo aveva perduto a causa della Rivoluzione, fu fatta una scoperta molto interessante ma anche agghiacciante: nella torre dove si trovava la stanza del giovane Chateuabriand, murato vivo e spontaneamente mummificato grazie alle particolari condizioni createsi nelle mura della costruzione, a fauci aperte, vi era un gatto.

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Probabilmente la povera bestia aveva fatto quella fine orrenda perché, durante il medioevo, era credenza comune che una pratica simile tenesse lontano il Diavolo. Un po’ come l’idea che la Peste Nera fosse causata dai poveri felini, quando invece era tutta colpa dell’orribile Rattus rattus, soppiantato poi dal più forte Rattus norvegicus.

Tutto ciò che è macabro, misterioso, legato a leggende e intriso di interrogativi affascina l’animo umano, lo attrae fatalmente per l’ignoto che vi si cela, come un burrone irresistibile. Anche io, come Chateaubriand, ho trascorso diversi momenti della mia infanzia in una dimora molto antica del centro Italia che apparteneva ai miei nonni paterni e la cui storia è costellata di mistero ed episodi violenti. Ricordo che la notte, quando dormivo con la nonna, la quale purtroppo russava come un orco delle favole, tendevo l’orecchio per afferrare il più piccolo rumore, cercando di non farmi distrarre dal russo terribile che risuonava nella stanza. Avevo paura che il fantasma dell’antico e malvagio proprietario mi venisse a prendere e che mi facesse del male.

Crescendo ci si rende conto che si deve aver paura dei vivi, e non dei morti, perché è solo la carne che può ferire altra carne. Ciò mi fa pensare a quello che Silente dice ad Harry:

Non provare pietà per i morti, Harry. Prova pietà per i vivi e soprattutto per coloro che vivono senza amore.

Però non posso impedirmi di pensare che un fantasma non sia altro che l’ombra di qualcuno che è vissuto senza amore.

Fonti:

La bête du Gevaudan, un caso ancora aperto?

Tempo fa sono andata a Marsiglia a trovare i parenti del mio compagno. Suo nonno, in quell’occasione, mi ha raccontato la storia della Bestia del Gevaudan.
Oggi voglio riferirvi la vicenda e tutte le speculazioni che nei secoli sono fiorite attorno a questi sanguinosi fatti, facendoli divenire un caposaldo dell’archeocriptozoologia quasi quanto il Sasquatch, lo Yeti, il Chupacabras o il mostro di Loch Ness.
Insomma: animali fantastici e dove trovarli, per citare J.K.Rowling.

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Incisione dell’epoca

I fatti si svolsero nel XVIII secolo, in una regione chiamata Gevaudan, oggi conosciuta come Lozère. Il nonno del mio compagno mi ha mostrato in un atlante dove si trova questo luogo e io riporto la cartina per maggiore accuratezza geografica. In quel tempo la provincia del Gevaudan era territorio prevalentemente dedito alla pastorizia, con diverse fattorie sparse qua e là per la campagna punteggiata di villaggi sparuti e poveri. La rivoluzione non sarebbe avvenuta che dopo qualche decade; i mezzi di comunicazione, le strade e il tenore di vita del popolino che abitava la regione  lasciavano molto a desiderare. gevaudanTutto questo non fece che aumentare l’aura di mistero e di terrore che avviluppò la vicenda, anche quando i racconti di quanto stava accadendo in quella remota provincia del centro-sud francese giunsero alla corte di Versailles, dove fu costituita una sorta di task force militare con il compito specifico di gettar luce sull’oscura e tragica sequela di morti e di stanare la bestia.

Andiamo con ordine: nell’aprile del 1764 una giovane pastora fu attaccata da un essere mostruoso, dotato di lunghi canini. La ragazza sopravvisse perché furono le mucche di cui si occupava a salvarla, intervenendo in branco.
Il sito “L’ombre de la bête” riporta che i testimoni oculari descrissero l’essere:

un corps massif, les oreilles courtes, un pelage fauve parcouru de bandes sombres, une bande noire sur le dos, la queue grosse et touffue, et une tache blanche en forme de cour sur la poitrine. Autre détail important: aucune victime ni témoin ne parlera jamais d’un loup.

Non passò molto tempo che la bestia riuscì ad uccidere qualcuno: era il 30 giugno e la vittima fu un’adolescente, Jeanne Boulet. Si susseguirono non meno di 124 morti in circa tre anni. La maggior parte delle vittime erano donne e bambini, sorpresi da soli nei pascoli mentre gli armenti si cibavano. La solitudine al momento dell’attacco era in qualche modo l’elemento in comune a tutte le aggressioni, insieme alla morte per sgozzamento. I corpi, poi, venivano mangiati, anche solo parzialmente. La bestia che aggrediva gli umani, nonostante non avesse in alcun modo l’aspetto di un lupo, venne subito bollata come lupo mannaro, loup garou, cosa che portò ad una strage di animali innocenti in tutta la regione. Altri dissero che si trattava di mastini particolarmente grossi, o di ibridi bizzarri, allevati da qualche famiglia di malintenzionati apposta per aggredire gli umani. Una sorta di Mastino dei Baskerville in piena campagna francese, senza le soluzioni fluorescenti e i mozziconi di sigaretta tanto cari a Conan Doyle.gevaudan2
Si pensò anche che la bestia fosse un animale messo sotto incantesimo da qualche magone che abitava nei paraggi, il quale amava stregarla per i suoi sadici scopi. Nella fattispecie, si sarebbe trattato di Jean Chastel, sospettato di essere un meneur de loups.
Altre teorie affermano che la bestia era in verità un animale esotico, come una iena o un licaone, magari giunto dall’Africa per divertire qualche nobiluomo bizzarro che voleva tenerlo in gabbia nel proprio giardino: l’animale, poi, sarebbe riuscito a darsi alla fuga fortunosamente, vivendo da allora come vagabondo in un habitat non suo.

Il 12 gennaio 1765, quando la bestia cercò di attaccare nuovamente, un gruppo di ragazzini riuscì a scacciarla, ligi al detto “l’unione fa la forza”. Re Luigi XV fu così colpito dall’audacia di quei fanciulli che donò loro 300 soldi.

Le morti continuarono e, come riporta il sito ufficiale del museo della Bestia del Gevaudan:

De 1764 à 1767, deux animaux (l’un identifié comme un gros loup, l’autre comme un canidé s’apparentant au loup) furent abattus. Le gros loup fut abattu par François Antoine, porte-arquebuse du roi de France, en septembre 1765, sur le domaine de l’abbaye royale des Chazes. À partir de cette date, les journaux et la cour se désintéressèrent du Gévaudan, bien que d’autres morts attribuées à la Bête aient été déplorées ultérieurement. Le second animal fut abattu par Jean Chastel, enfant du pays domicilié à La Besseyre-Saint-Mary, le 19 juin 1767. Selon la tradition, l’animal tué par Chastel était bien la Bête du Gévaudan car, passé cette date, plus aucune mort ne lui fut attribuée.

Sì, proprio lo stesso Chastel sospettato di essere meneur de loups. Giusto per aggiungere ulteriore foschia al quadro.
Alcune testimonianze di sopravvissuti hanno portato, nel tempo, a razionalizzare i fatti, mettendoli in un’ottica meno favolistica, forse, ma assai più inquietante, perché la realtà supera sempre di molto la fantasia, nel bene e nel male.
Riporto di seguito quanto scritto nella monografia “Notes sur ‘La bête du Gevaudan’ de Pascal Cazottes” redatta da Robert Dumont:

Il est flagrant que, sur le nombre de victimes (plus de 100 même en ne considérant que les estimations les plus restrictives), certaines ne sont pas imputables à la Bête elle-même. Les hommes étant ce qu’ils sont, il est inévitable que, lorsque sévit un « tueur en série » (qu’il soit humain ou animal), d’aucuns profitent de la circonstance pour régler un compte personnel, avec la quasi-certitude que ledit tueur endossera sans problème quelques meurtres de plus. Il semble également que, durant ces sanglants évènements, se soit manifesté un personnage plus ou moins « déguisé » en animal. Le 11 août 1765 la Bête attaque Marie-Jeanne Vallet, servante du curé de Paulhac. Notons au passage que pour ce faire, la Bête se dresse sur ses membres postérieurs. Sans perdre son sang-froid, Marie-Jeanne Vallet lui allonge un coup de baïonnette en plein poitrail. La Bête pousse un cri déchirant et porte l’une de ses pattes antérieures à sa blessure. A-t-on jamais vu un quadrupède accomplir un tel geste ? 

Gli attacchi sferrati in modo sistematico, con il modus operandi di cui sopra, a posteriori fanno pensare non solo ad un uomo, ma ad un gruppo di uomini, forse dedito a rituali magici di qualche tipo, che si dilettavano nella caccia all’umano nascondendo le loro fattezze sotto una pelle d’orso o di lupo. Una qualche setta, forse, contraddistinta da sadismo e perfidia.gevaudan4
Un’altra teoria afferma che il responsabile di questi attacchi potrebbe esser stato un uomo affetto da ipertricosi, emarginato dalla società per questa sua triste condizione, ridotto alla follia e assetato di vendetta nei confronti degli altri.
Ancora, si è pensato che gli autori di tutto l’affaire siano stati dei soldati divenuti antropofagi per necessità, di ritorno dalla guerra dei Sette Anni e nascostisi nelle campagne, ridotti ad uno stato psicologico di profonda prostrazione ed aggressività.

Comunque sia, la bestia del Gevaudan costituisce tuttora un mistero su cui gli appassionati di archeocriptozoologia continuano ad arrovellarsi. Che cos’era? O forse è meglio domandarsi chi era? Le ipotesi più disparate compongono questo puzzle misterioso e affascinante, sì, ma specialmente terribile, perché macchiato dal sangue di più di un centinaio di innocenti periti in circostanze davvero drammatiche.