Pillola: il ratto di Europa, miscellanea di pensieri post-elezioni

Al Musée de l’Annonciade di Saint Tropez si trova un quadretto di Ker-Xavier Roussell, esponente del movimento pittorico dei Nabis.

Si intitola “Il ratto di Europa” e, tra le macchie di colore allucinogene, si intuisce uno Zeus, stranamente in forma umana, con tra le braccia una recalcitrante fanciulla, diretto verso i monti, lontano, là dove le ragazze raffigurate di spalle in primo piano non potranno mai raggiungerlo.

Penso ad Europa figlia di Agenore re di Tiro, madre di Minosse. Penso al Minotauro, a Teseo e Arianna, a Dioniso, a Egeo.

Penso all’emiciclo dei parlamenti, a quello dei teatri antichi, al discorso agli ateniesi di Pericle, allo statuto dei meteci, delle donne greche, alle leggi di Dracone, a Leonida, alle Termopili, a Maratona e a Socrate, a Fidia, Antigone, Eteocle e Polinice.

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La melusina, una figura mitologica antichissima

Qualche giorno fa mi è capitato per le mani un volumetto quantomai interessante: si tratta della traduzione in italiano di un poema medievale scritto in tedesco ma che è già a sua volta la versione tradotta di un originale francese.
Io ci vado pazza per questi complicati giri storico-linguistici, ed oggi voglio presentarvi il mito oggetto del poema in questione: la melusina.
Può essere usato come nome comune, o inteso come nome proprio. Diventa allora Melusina, appellativo della dama protagonista dell’interessantissima storia medievale che ho letto negli ultimi giorni.

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J. Hubner “Raimondo e Melusina”

L’enciclopedia Treccani, fonte di inesauribili informazioni, dice in proposito:

Melusina (fr. Mélusine) Personaggio letterario dell’Histoire de Lusignan, intitolata anche Roman de Mélusine, scritta fra il 1387 e il 1394 dallo scrittore francese Giovanni di Arras. Melusina è una fata che una volta alla settimana si trasforma in serpente; essa sposa Raimondino, figlio del re dei Bretoni, che diviene, per le doti soprannaturali della moglie, valoroso principe di Lusignano; ma questi, rompendo il giuramento fatto alla moglie, la sorprende nel bagno e assiste alla sua metamorfosi in serpente; la scoperta, che lo priva della presenza della donna amata, lo getta in uno straziante dolore. Nel romanzo è espressa per la prima volta la leggenda della donna-serpente derivata dalle tradizioni popolari del Poitou intorno alla casa dei Lusignano.

La leggenda di Melusina, che ebbe larga diffusione nelle età successive e nelle varie letterature, specie nella poesia romantica tedesca, fu ripresa da J. W. Goethe nella fiaba Die neue Melusine (scritta prima del 1797 ma pubblicata soltanto nei Wilhelm Meisters Wanderjahre, 1821 segg.).

Il vocabolario Treccani approfondisce invece il nome comune “melusina”, con

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Melusina

particolare attenzione all’araldica:

meluina s. f. [dal nome di Melusina, fata della mitologia celtica, che nel romanzo Histoire de Lusignan (o Roman de Mélusine), scritto da J. d’Arras verso il 1390, si trasforma in serpente]. – In araldica, figura chimerica raffigurata come una sirena a due code, ch’essa tiene con ambedue le mani, uscente da un tino.

L’etimologia di questa parola è molto intrigante: il dictionnaire Littré la chiama “Merlusigne”, dando un’accezione acquatica al nome, che giustificherebbe la raffigurazione della donna dalla coda di pesce. Essendo legata alla Maison de Lusignan, Melusina potrebbe derivare da “Mère Lusigne“.
Non si può essere certi. Ci sono tesi che sostengono l’origine bretone del nome, collegandola alla fabbricazione del miele. Se si percorre quella via etimologica si arriva fino alle radici linguistiche celtiche che la Francia del nord condivide con le isole Britanniche.

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Raimondo vede Melusina al bagno in un’illustrazione del 1478 del poema di Jean dDArras

Di certo la figura della donna dalla coda di serpente o di pesce non ha origine nell’Europa medievale, ma la si ritrova nelle mitologie antiche e, perché no, anche nella Bibbia, precisamente nel libro della Genesi, dove la donna ed il serpente non sono riuniti in un’unica figura, è vero, ma interagiscono in modo oserei dire privilegiato.
Il binomio ginorettileo è ripetuto nelle raffigurazioni della Vergine Maria che pesta la testa di una serpe, eco del “Ella ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno” del primo testamento.
La mitologia greca propone diverse creature con elementi femminili e bestiali: le arpie (donna+volatile), le Gorgoni (donne+svariate bestie tra cui i serpenti in testa di Medusa), l’Echidna (donna+serpe), le Sirene (donne+pesce), le Erinni, o Eumenidi o Furie (donne+una miriade di animali pericolosissimi). La cultura egizia invece ha la Sfinge, che in Grecia non possiede un’identità tipicamente femminile, ma nell’immaginario collettivo, influenzato dalla rappresentazione più nota di questa bestia, è spesso rappresentata come un leone dalla testa di donna.

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“Susanna e i vecchioni” di Artemisia Gentileschi

Un altro tòpos che accomuna la versione medievale della storia di Melusina ad altre narrazioni antichissime è il voyerismo. Raimondino infrange il giuramento fatto alla moglie Melusina al momento dello sposalizio e la spia nel giorno del sabato:

“Il vit Mélusine dans le bassin. Jusqu’au nombril elle avait l’apparence d’une femme et elle peignait ses cheveux ; à partir du nombril elle avait une énorme queue de serpent, grosse comme un tonneau pour mettre les harengs, terriblement longue, avec laquelle elle battait l’eau qu’elle faisait gicler jusqu’à la voûte de la salle.”

La punizione è esemplare: Melusina fugge per non tornare mai più. Raimondino è abbandonato per sempre dalla sua amatissima sposa e sarà preda di tormenti e dolori fino alla fine dei suoi giorni.
Atena, spiata da Tiresia nel momento del bagno, accortasi del guardone che viola la sua intimità, lo acceca, dandogli però il dono della profezia. Anche Artemide, vista nel momento delle abluzioni, si vendica sul malcapitato cacciatore Atteone, che non ci aveva nemmeno fatto apposta, e lo tramuta in cervo, lasciandolo preda dei suoi stessi cani da caccia.

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La statua di Atteone nel giardino della reggia di Caserta

La Bibbia invece racconta di Susanna, colta nel momento del bagno da due vegliardi  e stimati giudici della comunità, i quali la ricattano dicendole che se non si concede loro, la accuseranno di aver fatto la sgualdrina con un giovanotto. Lei non cede e purtroppo i due vecchi mettono in atto le loro minacciose parole, salvo poi essere smascherati da Daniele, il profeta.

Trovo molto appagante ricongiungere i punti in questo modo, formando delle intricate costellazioni di tòpoi, personaggi, temi ricorrenti e universali. I simboli e le creature immaginifiche hanno parlato per secoli e secoli alle generazioni. Noi non dobbiamo dimenticare di continuare a leggere e a tramandare questo patrimonio inestimabile di racconti e storie che costituiscono trama e ordito della nostra cultura e della nostra identità.

Tauromachia à la fançaise, ovvero Arles e la sua selvaggia mascolinità

La Francia offre una varietà di paesaggi e di tradizioni davvero vasta, una tavolozza di sfumature culturali le cui radici affondano nei secoli e creano entusiasmanti riflessi cangianti sul tricolore blubiancorosso che fiero sventola “d’in su i veroni” di ogni Hôtel de ville.
La Camargue ha aggiunto un sapore aspro e sapido all’immagine che sto costruendo di questo paese vicinolontano.
Stretta tra i due bracci del delta del Rodano, a sud della bella Arles, la regione è molto conosciuta per essere una tela su cui le pennellate rosa dei fenicotteri, bianche dei cavalli e nere dei tori spiccano in mezzo all’atmosfera caliginosa e salina.

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I magnifici tori della Camargue

Il sale ed il riso sono i prodotti prìncipi della Camargue, così come la lavanda di mare e le myricae, o se preferite tamerici “salmastre e arse“, che crescono sul suolo salato e paludoso, sono le piante più diffuse.
Le leggende legate a questo luogo sono numerose. La più conosciuta è sicuramente lo sbarco a Saintes-Maries-de-la-mer delle tre Marie, seguite da Marta di Betania e da Sara la nera, venerata dalla nutrita comunità zigana come santa, come ho scritto nel precedente post.
Anche la cittadina di Tarascona, a sud di Arles, offre una notevole quantità di storie, sia grazie alla penna di Daudet, che nel ciclo picaresco di Tartarino immortala lo spirito del Midi, sia grazie alla leggenda del mostro chiamato Tarasque, ammansito proprio da Marta di Betania e che successivamente battezzerà il nucleo urbano.

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La Tarasque, il mostro della Camargue

Ma l’essenza della Camargue, più che nelle storie ad essa legate, si percepisce nel suo essere profondamente maschile.
In un post del settembre scorso ho spiegato ciò che intendo per “genere dei luoghi”: è la sensazione che si prova nell’approdare in un posto ed avere la stessa tensione d’anima di quando si fa la conoscenza di un uomo o di una donna. La Camargue è un bel maschietto, per dirla come lo strillerebbe un’ostetrica in sala parto. Forse a farmi sentire questa profonda mascolinità è stato l’epigono dell’antica ταυρομαχία/tauromachia greca, ovvero la moderna corrida.
Sebbene nell’immaginario comune sia più tipicamente legata alla penisola iberica e alle ex colonie, questo tipo di spettacolo è ben presente anche nel mezzogiorno francese e ha il suo centro proprio nella Camargue, precisamente ad Arles.
Numerose sono le vestigia romane che abbelliscono il centro storico della città che è stata teatro del taglio dell’orecchio di Van Gogh in seguito ad una furiosa litigata con Gaugain.

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Autoritratto con benda all’orecchio e trafiletto sul giornale locale in cui si parla del fattaccio.

Le più suggestive sono senza dubbio i criptoportici, ovvero i portici dell’antico forum visitabili nel sottosuolo della città e a cui si accede dal pianterreno del municipio. Arles rivela in questo la sua importanza al tempo della repubblica e dell’impero di Roma, quando veniva chiamata Arelate. Successivamente, sotto Costantino, mutò di nome a causa della vanità del sovrano a cui non era bastato ribattezzare Bisanzio “Costantinopoli”: avendovi infatti fatto nascere il figlio Costantino II, rinominò Arles “Constantina”. Poi il toponimo cambiò ancora divenendo “Constantia”, per tornare infine alle origini con la caduta dell’impero e l’invasione visigota.
Non solo criptoportici: i resti del teatro romano sono lì per essere ammirati, sebbene chiunque abbia già provato la meraviglia di assistere ad una tragedia di Euripide nel teatro greco di Siracusa, nella nostra Sicilia, ha ben poco di cui stupirsi.
La pars leonis è tutta per la famosa Arena, il più grande anfiteatro romano rimasto in piedi in Francia. Dalla caduta dell’Impero essa fu utilizzata come una fornitura di pietre che portò alla sua destrutturazione parziale. Successivamente divenne una sorta di fortino abitato, in quanto vennero aggiunte quattro torri di guardia e costruite delle vere e proprie abitazioni al suo interno, cosicché l’arena doveva apparire in questo modo:

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L’arena di Arles diventata villaggio fortificato

Un vero e proprio paesello, con una chiesa e un santo venerato al suo interno. Tutto questo fu demolito nel XIX secolo, quando un’opera di restaurazione massiccia lasciò in piedi solo lo scheletro romano e le torri di guardia. Da allora l’anfiteatro ha assunto la funzione di plaza de toros. La corrida è stata introdotta in Francia a partire dal 1850 dall’imperatrice Eugenia de Montijo, moglie di Napoleone III, sebbene lo sport taurino per eccellenza praticato in Camargue sia la Course camarguaise: essa coinvolge il toro tipico della regione, molto più piccolo e più agile rispetto ai bovini da combattimento spagnoli, e non finisce in un bagno di sangue. Qui trovate delle informazioni interessanti su questa competizione. Personalmente ritengo che qualsiasi attività ludica legata agli animali vada abolita, e per attività ludica intendo caccia, corrida, spettacoli circensi e pesca sportiva:
un tempo questo tipo di pratiche agonistiche e venatorie aveva un senso molto profondo, legato alla sopravvivenza dell’uomo, alla sua supremazia sul Creato e all’alimentazione. Ora sono solo un simulacro divenuto quasi status symbol, come la partecipazione al concerto di capodanno dei Wiener Philharmoniker.
Al di là di ciò, per tornare alla lotta col toro, la sua origine mediterranea risale alla civiltà micenea (3650 a.C.-1100 a.C.), conosciuta anche dai non addetti ai lavori per la sua natura spiccatamente matriarcale. Da dove viene allora questo spirito così virile? Dal culto del toro come divinità, ancora più antico della stessa civiltà minoica: abbiamo notizie che giungono addirittura dal Pelolitico in merito alla venerazione del bovino e della sua forza vitale e riproduttiva: le grotte di Lascaux, proprio qui in Francia, ne sono la testimonianza più eclatante. Il Gran Toro Celeste viene ucciso da Gilgamesh nell’epopea mesopotamica e gli egizi ne fanno l’incarnazione terrestre di un dio.

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Particolare delle grotte di Lascaux

Arriviamo dunque alla già menzionata civiltà Cretese, dove il salto del toro, la taurocathapsia, diventa un rituale importantissimo, praticato da uomini e donne. È proprio a Creta che nasce la leggenda del Minotauro, il mostro dallo statuario corpo umano e dalla spaventosa testa cornuta.

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Palazzo di Cnosso, Creta: affresco che raffigura la taurocathapsia.

Narra il mito che Pasifae, regina dell’isola, ninfa oceanina di grande bellezza, moglie di re Minosse, provò una passione carnale bruciante nei confronti del Toro di Creta. Questo ardente desiderio le fu indotto dal dio Poseidone, offeso dall’oltraggio di Minosse (il re aveva rifiutato di sacrificare un bel bovino sull’altare dedicato alla divinità marina).
Poseidone riteneva dunque che obbligare Pasifae a tradire il marito fosse una punizione più che giusta: la donna iniziò quindi ad anelare all’unione con il bellissimo esemplare taurino. Arrivò a chiedere aiuto al famoso architetto Dedalo: egli si ingegnò e compose un aggeggio dalla forma di vacca, tutto in legno e cavo, cosicché la ninfa, accecata dalla passione, potesse entrarvi e consumare finalmente l’unione con l’animale.
Ne nacque il Minotauro.

 

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Il Minotauro

La storia procede poi con la caduta di Icaro, l’arrivo di Teseo, l’aiuto di Arianna, la sua “piantatura in Nasso” (letteralmente), il suo incontro con Dioniso, il cambio delle vele della nave di Teseo per concludere in bellezza col suicidio di Egeo.
Per la cronaca: quel bellissimo toro seduttore fu catturato da Eracle e poi passò di proprietà fino ad arrivare nelle mani di Era.
Come si vede, la mitologia greca celebra in modo molto esplicito la vitalità del toro, la sua carica sessuale e l’importanza che la riproduzione del bovino aveva per la sopravvivenza della specie umana la quale, da nomade e cacciatrice, era divenuta stanziale e allevatrice.
Natura, evoluzione, pulsioni, mitologia e cultura si fondono in un unicum, un patrimonio che costituisce il sostrato del nostro sentire, del nostro essere odierno. Ecco quindi che, sebbene con pratiche deplorevoli per il giorno d’oggi, questo antico legame con il toro viene celebrato e perpetuato nelle tradizioni, nel linguaggio comune, nell’astronomia e nell’astrologia. Il toro è un animale sacro perfino ora e laddove viene tipicamente allevato è possibile percepirne l’essenza, non soltanto nella sua presenza effettiva sui pascoli, nella gastronomia tradizionale regionale e nelle arene dove è costretto a sbuffare e a correre: il suo spirito così maschile è presente soprattutto nella ruvida e terrena atmosfera che avvolge ogni cosa laggiù, nella bella Camargue.