Pillola: la parigina fa tutto senza sforzo

Sono tornata per una vacanza natalizia in Italia. Le feste si avvicinano e arriva la passerella di vigilia, Natale, Santo Stefano, Capodanno ed Epifania. Trovare la giusta mise è un arduo compito a cui ho iniziato a pensare da giorni. A casa ho il manuale di Ines De La Fressange e nei preferiti del mio browser ho salvato una pagina in cui ci sono schematizzate le regole d’oro di Coco Chanel e di altri grandi della haute couture francese.

Cerco di tenere bene impresso nella mente tutto quello che leggo su come avere quella classe à la parisienne, quella nonchalance della parigina che riesce ad essere elegante senza mai dar a vedere di provarci troppo.

Poi però mi fermo davanti ad una vetrina e mi dico che in Francia non hanno da gestire tutti i pasti festivi che abbiamo noi in Italia, perché oltralpe Santo Stefano non è una ricorrenza sentita e in Italia tendiamo a fare pranzi lunghissimi con infinite e abbondantissime portate.

Le parigine fanno tutto senza sforzo, sì, ma perché non si devono sforzare per niente! Non devono trovare il vestito giusto che stia bene prima e dopo un pantagruelico e tarraresco pranzo di Natale all’italiana, quando il ventre può raggiungere le dimensioni di un cucciolo di elefante.

Ah, le parigine… che classe!

Ah, le italiane… che pranzi!

Pillola: nomi alla naftalina

I nomi di battesimo hanno sempre seguito le mode.
Qui in Francia l’ultimo grido per i ragazzi è  “Enzo”.
Ogni volta che incontro un ragazzo o un bambino che si chiama così l’effetto è bizzarro. “Enzo” è un nome delle generazioni anni ’40 o ’50, così come “Franco” e “Renzo”. Sono appellativi associabili più a ristoratori di lunga data, specializzati in piatti di pesce e in ammazzacaffè, prossimi alla pensione, sposati con Marise, Annunziate o Concette. Qui in Francia, invece, sono gli equivalenti di “Matteo”, “Riccardo” e “Federico” in quanto a popolarità.
Poi ci sono i grandi classici come “Clement”, “Florent”, “Alban”: oltralpe non passano mai di moda e anche i più piccini continuano ad essere chiamati così. Se penso ai loro equivalenti in italiano l’effetto è più che mai stridente: un decenne tutto pelle e ossa, svelto come una volpe che si chiama Clemente (tranquilli, se vi salta subito in testa Clemente Mastella è fisiologico: è l’unico Clemente non papa ad essere conosciuto su scala nazionale), un dodicenne pacioccone più dedito ai gelati che ad altro di nome Fiorenzo, un ragazzino appena uscito dalla scuola elementare, il piccolo boss del gruppo, bravo col pallone e con le racchette che si chiama Albano.

Sembra di essere caduta nell’armadio verso Narnia, solo che invece del leone e dell’universo magico ci si trovano nomi vecchio stile, un po’ odoranti di naftalina, un po’ polverosi, ma evergreen.

Lo dice una che si chiama Maria Costanza, nome da distinta novantenne in villeggiatura, determinata a seppellire tutti i suoi parenti più giovani, i quali attendono impazienti che la veneranda zia tiri le cuoia per arraffare la cospicua eredità.