I gioielli della corona italiana e della corona francese, un’indagine appassionata – parte 2

Benvenuti nella seconda parte della nostra trattazione sui gioielli delle corone d’Italia e Francia. Come anticipato, se da una parte la catalogazione precisa e completa delle gioie d’Italia è difficile per via delle vicende storiche del secolo scorso, quella Francese è più semplice ma anche più frustrante, in quanto ciò che resta del tesoro della corona di Francia si trova tutto nella Galleria d’Apollo al museo del Louvre, ma la quantità di gioielli che dalla Rivoluzione Francese ai giorni nostri è stata perduta, rubata, venduta all’asta, smantellata e riutilizzata è davvero importante.

Certo, i pretendenti al trono di Francia, nel tempo, hanno continuato ad arricchire la loro collezione privata di gioie. Ma il cuore storico si trova nel palazzo che fu residenza dei sovrani, proprio il Louvre. Per una volta non si può aver nulla da ridire su questo!

Tiara di smeraldi della duchessa Maria Teresa, conservata al Louvre
Diadema di smeraldi della famiglia reale norvegese, un tempo appartenuto alla seconda moglie di Napoleone

Il primo pezzo da novanta di cui si parlerà oggi è un diadema in oro, diamanti e smeraldi appartenuto a Maria Teresa, duchessa d’Angoulême, unica figlia di Maria Antonietta e Luigi XVI sopravvissuta alla rivoluzione. Dono di nozze da parte del marito, Louis Antoine duca d’ Angoulême, fu prodotta nel 1819 e vanta ben quaranta smeraldi. Questo è un diadema che fa appassire di invidia, a mio avviso, l’altra grande tiara di smeraldi di origine francese, creata più o meno nello stesso periodo per l’imperatrice Maria Luisa, seconda moglie di Napoleone, e che si trova in possesso di una famiglia reale regnante: la tiara di smeraldi della corona norvegese. La delicatezza e grazia del diadema della duchessa Maria Teresa mette in ombra, a mio modesto parere, la roboante figura della tiara norvegese, sgraziata da quel grosso smeraldo quadrato che sembra un francobollo.

A Maria Luisa, imperatrice di Francia, apparteneva anche una demi-parure, sempre in smeraldi, che si trova al Louvre. Il diadema abbinato alla collana e agli orecchini è oggi conservato allo Smithsonian Institute e gli smeraldi sono stati sostituiti con dei turchesi. Che peccato!

La Galleria d’Apollo custodisce anche due bracciali appartenuti alla Duchessa Maria Teresa, di squisita fattura, in oro, diamanti e rubini.

C’è poi la meravigliosa parure di zaffiri della regina Maria Amelia, la cui storia è assai complessa: sembra che gli zaffiri siano appartenuti all’imperatrice Giuseppina. Sicuramente nell’anno 1821 essi erano in possesso della figlia di lei, Hortense, la quale li vendette al Duca d’Orléans, che nove anni dopo divenne re di Francia col nome di Luis-Philippe I. Egli li donò a sua moglie, passata alla storia come la regina Maria Amelia.

Un diadema meraviglioso, fatto d’oro, diamanti e perle troneggia nella teca in cui sono custoditi tutti questi tesori: si tratta della tiara di perle dell’imperatrice Eugenia prodotta da Gabriel Lemonnier intorno al 1853. Essa fu commissionata nientemeno che da Napoleone III come dono di nozze per la sua sposa Eugenia de Montijo e contiene 1998 diamanti e 212 perle che appartenevano già alla corona di Francia. A causa di ciò, la tiara non fu considerata proprietà privata e, quando Eugenia partì in esilio con il marito, dopo i fatti del 1870, la lasciò in Francia.

Ecco che si arriva al punto cruciale della storia dei gioielli francesi: che cosa accadde? Perché ne restano così pochi? Perché le corone di Svezia, Danimarca e Norvegia sono in possesso di tanti gioielli napoleonici e la Francia, o meglio, il Museo del Louvre, ne è sprovvisto?

Ebbene, nel 1885 la terza repubblica francese vendette all’asta tantissimi pezzi della collezione della corona. I gioielli della monarchia che erano sopravvissuti alla rivoluzione, le gioie dell’impero napoleonico, i preziosi accumulati da Napoleone III subirono una vendita ridicola: molte pietre furono svendute per una frazione del loro valore reale, e questo perché la perizia e la stima furono fatte in fretta e furia, alla carlona. Col tempo l’istituzione del Louvre riuscì a recuperare diversi preziosi, ma di certo le gioie esposte al museo sono un ben misero resto di quello che doveva essere la collezione intera. Come è stato fatto nel post relativo ai gioielli italiani con la Corona Ferrea, vale la pena menzionare un oggetto storico, di grande importanza simbolica, che fa parte della collezione d’oltralpe: si tratta della corona di Luigi XV, che parrebbe tempestata di pietre e perle preziose. In realtà le gemme furono sostituite con dei cristalli allorché la terza repubblica si apprestava ad organizzare la grande vendita all’asta. La corona fu risparmiata, perché aveva una grande importanza storica, nondimeno le pietre originali furono disperse.

Intanto, però, le segrete di Oslo, Stoccolma e Copenaghen traboccano di gioielli francesi. Pourquoi? Parce que il maresciallo Bernadotte, generale napoleonico, divenne re di Svezia e di Norvegia col nome di Carlo XIV Giovanni di Svezia e Carlo III Giovanni di Norvegia. Lui sposò l’ex fidanzata di Napoleone (eh sì, come in una una telenovela), Desirée Clary, la fanciulla che fu piantata in asso dal condottiero e stratega per l’affascinante e sensuale Giuseppina. Il figlio della coppia, Oscar, sposò poi Joséphine di Leuchtemberg, nipotina della Guseppina Bonaparte di cui sopra (ma non nipote di Napoleone, eh, perché Napoleone e Giuseppina non ebbero mai figli insieme!), e del re Massimiliano di Baviera. Gli eredi Bernadotte, sparsi tra Svezia, Norvegia e Danimarca, disseminarono i preziosi del maresciallo, di Desirée e di Joséphine tra le tre capitali e sono oggi tra le parure più belle e raffinate d’Europa: la tiara di camei, il diadema di zaffiri Leuchtemberg, le tiare di bottoni di diamanti, la parure di ametiste, la tiara Braganza… sono tutte ancora a Stoccolma ad ornare i fortunati capi delle reali svedesi; la parure di smeraldi già menzionata invece decora la testa della regina di Norvegia, mentre quella di rubini è appannaggio esclusivo della principessa ereditaria di Danimarca.

Di seguito alcune foto. Se avete bisogno, mettete gli occhiali da sole.

De amore gallico spera di avervi fatto sognare un po’ con questo excursus fatuo e vanesio negli scrigni reali d’Europa. L’arte orafa è meraviglia, frivolezza, moda, gusto, luccichio e anche, come abbiamo visto, storia.

Le foto non sono mie, sono state trovate nel web ed appartengono ai legittimi proprietari.

Pillola: Ritals, la coppa del mondo e Napoleone.

Ebbene, nonostante abbia seguito l’esempio di Svevo Moltrasio della webserie Ritals (che ahimè sembrerebbe giunta al termine), ovvero di gufare les bleus con tutte le mie forze, non ce l’abbiamo fatta.

Una seconda stella è comparsa sul maillot e hai voglia a rispondere alle loro plaisanteries con la battuta: “Sì sì, ma intanto voi siete un albergo di second’ordine e noi siamo un 4 stelle con vista sul mare Mediterraneo, ristorante stellato e optional extra lusso”.

Sulla Gazzetta dello Sport di oggi Gene Gnocchi ha saggiamente citato Napoleone: “Ho sempre saputo che prima o poi la Francia avrebbe vinto in Russia”.

Con più di duecento anni di ritardo, e in estate, ma è vero: hanno vinto. Chapeau.

Chiudo aggiungendo un’ultima cosa: aprite una carta geografica dell’Europa a caso e guardatela bene. Non notate una cosa? Chi si trova esattamente in mezzo a Francia e Croazia? Sì, siamo proprio noi! Si può dire quel che si vuole, rimane il fatto che noi “eravamo tra le nazioni finaliste”.

Bum!

Due giugno

Due giugno

La festa della Repubblica Italiana trascorsa su territorio francese porta a fare qualche riflessione storica.
Si dice comunemente che noi, in Italia, siamo arrivati a quota tre repubbliche: la prima va dal 2 giugno 1946, giorno del referendum che vide per la prima volta le donne alle urne, al 17 febbraio 1992, quando scoppiò l’affare di Tangentopoli. La seconda coincide più o meno con la parabola berlusconiana, tramontata il 16 novembre 2011, con l’incarico di presiedere il consiglio dei ministri a Mario Monti. Eccoci nella terza.

I francesi sono alla quinta. Qualche intervallo imperiale, tanto per gradire, ma in generale, una volta tagliata la testa al toro (il re), la repubblica c’è sempre stata, in Francia.

Se i galli debbono ai latini l’apprendimento di tale forma di governo, è lo stivale dovere il tricolore all’esagono. O meglio, a Napoleone, che dopotutto troppo francese non era, viste le origini italianissime della gens Bonaparte. Qui il link alla pagina Wikipedia che può delucidarvi un po’ sulla storia di questa interessantissima famiglia.
Riporto qui di seguito la storia del nostro vessillo come viene riportata nel sito ufficiale del Quirinale:

Il tricolore italiano quale bandiera nazionale nasce a Reggio Emilia il 7 gennaio 1797, quando il Parlamento della Repubblica Cispadana, su proposta del deputato Giuseppe Compagnoni, decreta “che si renda universale lo Stendardo o Bandiera Cispadana di Tre Colori Verde, Bianco, e Rosso, e che questi tre Colori si usino anche nella Coccarda Cispadana, la quale debba portarsi da tutti”. Ma perché proprio questi tre colori? Nell’Italia del 1796, attraversata dalle vittoriose armate napoleoniche, le numerose repubbliche di ispirazione giacobina che avevano soppiantato gli antichi Stati assoluti adottarono quasi tutte, con varianti di colore, bandiere caratterizzate da tre fasce di uguali dimensioni, chiaramente ispirate al modello francese del 1790.
Nei tre decenni che seguirono il Congresso di Vienna, il vessillo tricolore fu soffocato dalla Restaurazione, ma continuò ad essere innalzato, quale emblema di libertà, nei moti del 1831, nelle rivolte mazziniane, nella disperata impresa dei fratelli Bandiera, nelle sollevazioni negli Stati della Chiesa.
Dovunque in Italia, il bianco, il rosso e il verde esprimono una comune speranza, che accende gli entusiasmi e ispira i poeti: “Raccolgaci un’unica bandiera, una speme”, scrive, nel 1847, Goffredo Mameli nel suo Canto degli Italiani.
E quando si dischiuse la stagione del ’48 e della concessione delle Costituzioni, quella bandiera divenne il simbolo di una riscossa ormai nazionale, da Milano a Venezia, da Roma a Palermo. Il 23 marzo 1848 Carlo Alberto rivolge alle popolazioni del Lombardo Veneto il famoso proclama che annuncia la prima guerra d’indipendenza e che termina con queste parole:”(…) per viemmeglio dimostrare con segni esteriori il sentimento dell’unione italiana vogliamo che le Nostre Truppe(…) portino lo Scudo di Savoia sovrapposto alla Bandiera tricolore italiana.”
Allo stemma dinastico fu aggiunta una bordatura di azzurro, per evitare che la croce e il campo dello scudo si confondessero con il bianco e il rosso delle bande del vessillo.

A quest’ultima informazione aggiungo che l’azzurro, oltre a delimitare meglio lo stemma savoiardo, era anche il colore ufficiale del casato stesso. Dove lo ritroviamo? Nelle favole: il Principe Azzurro, infatti, deve questo nome ai Savoia (nelle tradizioni nordiche il principe è invece “affascinante” – Prince Charming). Nella birra: Nastro Azzurro Peroni, che a me non piace perché è troppo gassata. Nelle uniformi delle nazionali sportive del nostro paese, appunto “gli azzurri”.
Ironia della sorte: la nazionale francese è vestita di un colore non così differente: il blu. Ecco perché gli sportivi d’oltralpe sono noti come “les bleus“.

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Per quello che riguarda i motti nazionali, quello francese non ha bisogno di presentazioni, sennonché ho notato una spaventosa ignoranza tra gli italiani riguardo l’ordine preciso delle tre parole. Si dice “liberté, égalité, fraternité”, e tutti gli altri miscugli e variazioni sul tema sono fasulli. Diffidate delle imitazioni.
Ma qual è il nostro motto? Non ce l’abbiamo. In passato era valido quello di casa Savoia, ovvero “FERT”, sulla cui origine si elucubra molto. In genere viene interpretato come un acronimo di varie frasi in latino inneggianti alla forza, a Torino, a Roma eccetera eccetera.
La Repubblica Sociale Italiana, nella sua brevissima vita, si fregiò del motto “Per l’onore d’Italia”.

Anche le repubbliche hanno degli stemmi, degli emblemi. Quello italiano, disegnato da paolo Paschetto, è composto di vari elementi ed è così spiegato dal sito ufficiale del Quirinale:

L’emblema della Repubblica Italiana è caratterizzato da tre elementi: la stella, la ruota dentata, i rami di ulivo e di quercia.
Il ramo di ulivo simboleggia la volontà di pace della nazione, sia nel senso della concordia interna che della fratellanza internazionale.
Il ramo di quercia che chiude a destra l’emblema, incarna la forza e la dignità del popolo italiano. Entrambi, poi, sono espressione delle specie più tipiche del nostro patrimonio arboreo.
La ruota dentata d’acciaio, simbolo dell’attività lavorativa, traduce il primo articolo della Carta Costituzionale: “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”.
La stella è uno degli oggetti più antichi del nostro patrimonio iconografico ed è sempre stata associata alla personificazione dell’Italia, sul cui capo essa splende raggiante. Così fu rappresentata nell’iconografia del Risorgimento e così comparve, fino al 1890, nel grande stemma del Regno unitario (il famoso stellone); la stella caratterizzò, poi, la prima onorificenza repubblicana della ricostruzione, la Stella della Solidarietà Italiana e ancora oggi indica l’appartenenza alle Forze Armate del nostro Paese.

La Francia non ha un emblema ufficiale, ma utilizza un logo complessivo di motto, bandiera e Marianne, l’allegoria della nazione, la nota fanciulla con cappello frigio, coccarda blubiancarossa e seno scoperto. Eugène Delacroix l’ha raffigurata nel suo dipinto “La libertà che guida il popolo”.
La nostra versione allegorica è chiamata Italia Turrita. I filatelici la conoscono bene, perché in passato veniva raffigurata spessissimo sui francobolli. Io stessa ne ho a bizzeffe, di Italie Turrite, con stampato in faccia le date di spedizione di lettere e pacchi.
La pagina di Wikipedia riguardante questa figura è ricca di dettagli e cita fonti interessanti a cui io stessa faccio riferimento: potete leggere qui e qui per avere spiegazioni esaustive.
In breve, la fanciulla che la rappresenta ha i tipici tratti mediterranei: mora, giunonica e dalla pelle olivastra. In testa porta una corona a forma di cinta muraria e in mano un fascio di spighe, per la fertilità, o una spada, per la forza, o una bilancia, per la giustizia. A seconda delle necessità iconografiche, dunque, l’oggetto portato in mano può variare.

Dopo questo excursus storico, araldico e iconografico non mi resta che augurare a tutti i miei compatrioti un buon due giugno. Agli italiani all’estero dico: forza e coraggio, lo so che oggi lavorate e che non è giorno di festa, ma tanto il primo articolo della nostra costituzione dice che la Repubblica Italiana è fondata sul lavoro, quindi vedete che gli stiamo facendo onore.
E a tutti i non italiani che riescono a leggere il mio blog dico di fare un salto dalle nostre parti, perché tutti i paesi del mondo sono belli, ma l’Italia è più bella, perché è a forma di scarpa. E le scarpe sono la parte più importante nell’abbigliamento di una persona.

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“La libertà che guida il popolo” Delacroix

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Italia turrita in una raffigurazione del tempo del Regno d’Italia

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Italia turrita che vota, raffigurazione di una “Domenica del corriere” del 1958

Pillola: la questione della restituzione

Quando si parla di “restituzione” e il contesto in cui quella parola salta alla bocca degli astanti è franco-italiano, essa assume un solo ed unico significato: Monna Lisa e le altre.

Tutte le opere d’arte che Napoleone ha sgraffignato e portato nel suo impero, ora custodite in massima parte al museo del Louvre, sono oggetto di una contesa che è come un carbone ardente nascosto sotto la cenere: si inizia con facezie, vanesi discorsi da salotto, si passa lentamente ad innocue celie dal sapore piacevolmente campanilistico per poi improvvisamente finire in bisticci pungenti e amari.

La cosa peggiore è quando tutto questo accade ad una riunione di famiglia, e per fatalità è la primissima a cui si è invitati, il “ballo delle debuttanti”, il banco di prova su cui viene soppesato il valore dell’elemento che ambisce ad entrare nella squadra.

L’amore può tutto, ma non mi farà mai cambiare idea: ridateci Monna Lisa e le altre!

 

Informazione: La Gioconda fu portata in Francia da Da Vinci stesso, a quanto pare. Napoleone non c’entrava niente, in quest caso, anche se, ricordiamolo, fece bottino di centinaia e centinaia di bellezze nostrane. Se qualcuno, illo tempore, lo avesse detto al povero Vincenzo Peruggia, la storia si sarebbe vista espropriata di uno dei furti d’arte più clamorosi e gustosi che siano mai stati commessi.

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Marcel Duchamp, “L.H.O.O.Q.” – Elle a chaud au cul (Ha caldo al culo).

Pillola: Napoleone e i fratelli Lumière

Si va a fare la spesa in giro per La Ciotat, una cittadina au bord de la mer a pochi chilometri da Marsiglia. L’occhio cade sul numero 58 di rue des Poilus. Una targa indica che un capitano d’artiglieria di nome Napoleone Bonaparte, preparando l’assedio di Tolone, alloggiò in quella casa il 4 e 5 settembre del 1793.

Poi si scopre che anche i fratelli Lumière hanno lasciato qualche traccia da queste parti: infatti è qui che hanno girato uno dei loro primissimi film, intitolato “L’arrivo di un treno alla stazione di La Ciotat”, 45 secondi di puro brivido in bianco e nero.

I francesi non hanno conquistato il mondo con Napoleone, ma di certo ci sono riusciti col cinema.

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L’arrivèe d’un train en gare de La Ciotat.