Neo-bizantino: da Marsiglia a Parigi.

La fine del secolo XIX e l’inizio del XX videro il fiorire di una moda architettonica che ha lasciato tracce imponenti, al suo passaggio, ovvero lo stile neo-bizantino, di cui si trovano esempi notevoli specialmente in quella parte di Europa che è tutt’ora tradizionalmente legata a “Bisanzio”, nell’immaginario comune (Bulgaria, Russia, Grecia etc.).
Anche la Francia (e con essa il Belgio e il Canada) seguì la voga del tempo e si concesse la bellezza di quattro chiese, qualche sinagoga e pure una parte del rinomato cimitero Père Lachaise.

Vorrei soffermarmi su due edifici in particolare, due chiese che ho avuto il piacere di visitare personalmente e che, nel mio sentire, collegano in modo ideale le due più vaste città francesi, Parigi e Marsiglia.
La prima, in ordine cronologico, è Notre-Dame-de-la-Garde, arrampicata su un cucuzzolo a cavallo tra due quartieri marsigliesi, Vauban e Roucas Blanc. Anche chiamata “La Bonne Mère”, è la chiesa dedicata al culto della Madonna protettrice dei marinai. E tante grazie, viene da dire: chi mai dovrebbe proteggere la Madonna a Marsiglia?

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Notre Dame de la Garde

La chiesa, di rito cattolico romano, fu progettata da un architetto protestante, Henri Espérandieu, nativo di Nimes. I lavori iniziarono nel 1853 e durarono più di vent’anni. L’ideatore del progetto morì prima che la sua opera fosse portata a compimento.
La prima cosa che colpisce è la sua imponenza esteriore: arroccata su una piattaforma alta tredici metri, reliquia di un antico fortino, domina Marsiglia tutta. Una volta entrati dentro la basilica, però, le dimensioni interne stupiscono per il contrasto: raccolta, intima, modesta, come se metri e metri cubi di volume fossero occupati esclusivamente dallo spessore delle mura.
In virtù dello stile architettonico così particolare, è legittimo pensare di essere entrati per errore in un luogo di culto ortodosso o armeno, salvo poi ricredersi, una volta resisi conto dell’enorme numero di ex voto presenti alle pareti della chiesa: per uomini tornati sani e salvi dalla guerra, per persone che hanno scampato il colera, per marinai ritornati da viaggi e da naufragi catastrofici… le date sono varie, gli stili di ex voto anche. Si va dalle placche di metallo o d’argento alle iscrizioni su marmo e ai quadri e ritratti dipinti a olio. L’oro la fa da padrone, nelle decorazioni, anche se, inesplicabilmente, l’effetto che ne risulta è molto meno impressionante di quello che si ha visitando monumenti il cui stile è bizantino tout court, vale a dire il mausoleo di Galla Placidia, a Ravenna, o Sant’Apollinare Nuovo e in Classe, della medesima città.
Ad ogni modo, essendo come sempre alla ricerca dell’ironico e del paradossale, mi preme parlare di ciò che accadde alla fine della seconda guerra mondiale, durante la liberazione, di cui le mura della basilica portano ancora i segni: non son sicura se siano “cicatrici” da bombardamento, da cannonate o da altro tipo di artiglieria, ma di certo fu opera dei tedeschi.
Comunque, il 15 agosto del 1944 gli alleati sbarcarono in Provenza. Marsiglia fu liberata con una battaglia che durò diverse giornate: dal 20 agosto al 28. Non è questo il luogo per una cronaca approfondita della manovra (per un diario dettagliato potete cliccare qui e qui), mi limito a riferire che la collina e la basilica furono liberate dal giogo tedesco per mano di soldati algerini (musulmani) facenti parte dell’ Armée d’Afrique.

Notre Dame de la Garde: una basilica cattolica, dalle sembianze ortodosse, progettata da un protestante, salvata dai musulmani.
Come è ironica la Storia.

Il secondo edificio su cui desidero soffermarmi è, insieme al Vittoriano di Roma, come riporta giustamente l’onnisciente Wikipedia, una delle costruzioni più bianche d’Europa: la pietra di Château-Landon (Seine-et-Marne), di cui è costituito, è un tipo di travertino che rigetta la polvere e l’inquinamento, restando sempre bianco, malgrado il passare del tempo e delle intemperie. Sto parlando della basilica del Sacré-Coeur di Parigi, che, eretta in un punto alto come la sua “cugina” marsigliese, domina la ville lumière dalla collina di Montmartre dal 1873, anno di inizio della sua costruzione, apparentemente voluta dall’Assemblea Nazionale per “espiare i peccati commessi dai Comunardi” (per un breve ripasso dell’avventura della Comune di Parigi cliccate qui).
Tuttavia non avvenne questo, in quanto è stato provato che la decisione di costruire una basilica sulla sacra collina di Montmartre (“Monte dei martiri”, forse a causa della disavventura di San Dionigi, decapitato proprio lì sopra) da parte dell’Assemblea fu anteriore all’avventura della Comune di Parigi. Qui trovate la fonte della mia affermazione.

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Le Sacré-Coeur

La sua stazza è colossale: la pianta della basilica è a croce greca, con un catino absidale decorato da un gigantesco mosaico dominato dall’oro e dal blu. Anche in questo caso l’architetto, Paul Abadie, vincitore della gara di appalto, morì prima di vedere la sua creatura completa. Il Sacro Cuore, infatti, fu conclusa solo nel 1914, ma la chiesa fu consacrata solo nel 1919, alla fine della prima guerra mondiale.
La prima volta che la vidi, duramente provata da una giornata trascorsa a zonzo per Parigi, non ebbi le energie sufficienti da dedicare al suo interno, per cui mi limitai ad una toccata e fuga da turista che mi fece quasi vergognare.
La seconda volta mi rifeci ampiamente, arrivando anche a seguire una funzione religiosa in lingua filippina che si stava celebrando in quel momento, sia per poter osservare con calma l’interno della basilica, sia per poter riposare i piedi, sia per ascoltare quell’idioma a me sconosciuto e dai suoni alquanto bizzarri.

C’è sempre magia, un’atmosfera spessa e vischiosa, in questi luoghi così ricchi di Storia e di storie. A Notre Dame de la Garde l’aria sa di anice e di salsedine, è ruvida e arrabbiata, un po’ come un marinaio marsigliese appena sceso giù al porto. Al Sacré-Coeur, invece, essa lascia in gola un sentore di pioggia e di zucchero, dolce e un po’ stucchevole, come la Parigi delle cartoline, come la Parigi che ci immaginiamo e che, per fortuna, non troviamo.

 

 

 

Vedi Marsiglia e poi muori.

Qual è la caratteristica preponderante di Marsiglia? Nell’immaginario italiano, essa ha un po’ la fama di “Napoli della Francia”, sottintendendo con questa espressione tutta una serie di aspetti negativi strettamente legati alla malavita e alla povertà, assai poco lusinghieri per entrambe. Ma la saggezza popolare, che Goethe stesso apprezzava, la sa più lunga, e, come è vero che “vedi Napoli e poi muori”, così si potrebbe dire per Marsiglia.

La via d’accesso per eccellenza a questa città è l’acqua. Si direbbe che Marsiglia tutta sia costituita di questo elemento: i muri delle case, i volti delle persone, persino il sole caldo e splendente di un 14 luglio qualsiasi sembrano galleggiare su una superficie iridescente e salmastra, che la magia della ville rievoca negli occhi appannati del viaggiatore un po’ affaticato. Ma se non si ha la possibilità di giungervi per nave, allora vale la pena prendere il primo treno che passa, in qualsiasi punto della Francia ci si trovi, e arrivare a Marsiglia scendendo sui binari della Gare Saint Charles, stazione ferroviaria che commuove per la sua ineluttabile ottocenteschitudine.

Si scende il grande scalone che dalla Gare conduce al boulevard d’Athènes; ci si getta in questo reticolato di magnifiche costruzioni e ampi viali che portano al cuore di Marsiglia, la zona che l’ha resa tanto nota, nel bene e nel male: le Vieux Port, un bacino d’acqua letteralmente abbracciato dalla città, che vi si aggrappa, come una madre che non riesca a staccarsi da un figlio non ancora svezzato.

Notre Dame de La Garde osserva tutto da sud. La chiesa, dedicata alla Madonna protettrice dei marinai, ricorda vagamente l’arroganza accigliata del Sacré Coeur di Parigi. Nostra Signora della Guardia, arroccata sul punto più alto della città, si pavoneggia ostentando bellezza e distacco, mentre la sua antagonista, la Cathédrale la Major sembra ergersi, serena e pacata, direttamente dalle acque. La si incontra discendendo verso il mare, cedendo al suo richiamo irresistibile, dopo una passeggiata e un pranzo in uno dei localini del quartiere più tipico di tutta la città: le Panier.

“Il cesto” deve il suo nome alla via che ne costituisce la spina dorsale. A sua volta, essa lo ha preso dall’insegna di uno dei numerosi alberghi che lì si trovavano. Le Panier sorge nel secondo arrondissement, laddove un tempo i coraggiosi navigatori greci che si erano spinti fino al Mediterraneo nord-occidentale avevano fondato la colonia battezzata Messalia. Nei secoli, esso fu abbandonato dalle classi sociali più abbienti, divenendo così un quartiere popolare, dove marinai e migranti, poveri e prostitute trovarono rifugio. Da ciò la sua pessima fama, che lo ha accompagnato fino ad una ventina di anni fa, quando una notevole opera di riqualificazione lo ha reso un quartiere vivo e vitale, pieno di bei negozi di artigiani locali, brasserie e ristoranti che lo animano fino a tarda sera. È una zona colorata, tipicamente mediterranea, gioiosa e ricca di teatri-studio, laboratori artistici e luoghi di incontro e di scambio culturale.

Marsiglia si offre con grande generosità, senza pretendere riconoscimenti che non le sono dovuti. Senza vergogna dispone le sue bellezze fianco a fianco con le sue miserie, ben esposte lungo la Canebière, strada piena di eleganti boutiques e di clochard, di sudici negozietti di terz’ordine e di turisti curiosi, una quantità allarmante dei quali arriva armata di costose macchine Reflex, di cui evidentemente non conosce né l’utilizzo né le potenzialità.

Il viaggiatore, invece, osserva e tocca la città, la annusa nelle parti intime come un cane randagio che incontri un suo simile, ne stacca un morso e lo brancica fino a renderlo una poltiglia di bolo disgustoso, lo ingoia e forse lo rivomita, ne prende un altro, magari più dolce, e se lo gusta voluttuosamente. A Marsiglia, così come a Napoli, un viaggiatore può percepirsi interamente, può specchiarsi nell’acqua e vedersi più bello e più ricco di prima, anche se esausto dal suo peregrinare, e con le tasche più vuote per il Pastis (o il Limoncello) trincato seduto al bar.