Pillola: la Santa Barbara e le tradizioni provenzali

Oggi, 4 Dicembre, è il giorno di Santa Barbara martire. Patrona dei vigili del fuoco, della marina militare, degli artiglieri, degli artificieri e degli architetti, è un personaggio storico attorno cui sono sorte moltissime leggende, nutrite senza dubbio dalla Legenda Aurea, il best-seller di Jacopo da Varagine, frate domenicano e grande agiografo vissuto nel Duecento.

Dicevamo, le vicende di Santa Barbara sono variegate e differenti, a seconda della fonte a cui ci si accosta per apprendere sulla sua vita. Ad ogni modo, tutte hanno alcuni tratti in comune: un padre orribile che la vuol costringere all’abiura del cristianesimo e che le fa subire tutti i più inenarrabili supplizi, la capacità di attraversare i muri, la volontà di far aprire una terza finestra nella torre in cui è rinchiusa per simboleggiare così la Santa Trinità, il dono del volo, qualche folgore qua e là sparsa che si porta via uomini malvagi che l’hanno osteggiata nella sua fede in Cristo.

In Provenza c’è una tradizione che riguarda il giorno di Santa Barbara: si devono mettere a germinare in tre ciotoline, con un po’ di terra o di cotone inumidito, tre manciate di chicchi di grano del raccolto precedente, o qualche lenticchia, o dei piselli. Se i chicchi germinano a dovere, allora l’anno venturo si prospetta buono, secondo l’adagio provenzale:

Quand lou blad vèn bèn, tout vèn bèn !

Quando il grano viene su bene, tutto andrà bene!

Perché le ciotoline debbono essere tre? Per simboleggiare la Santa Trinità, così come Santa Barbara insisteva tanto per far costruire una terza finestra nella torre in cui il padre la teneva prigioniera.

Buona Santa Barbara a voi, nella speranza di un anno in cui la terra dia buoni frutti e sia meno ferita dalle azioni dell’uomo. Un saluto dalla costa provenzale, martoriata dalle intemperie di queste ultime settimane.

Santa Barbara Martire

Sainte Victoire, una montagna e un luogo dell’arte

Di tanto in tanto mi capita di andare ad Aix en Provence. A questa città ho già dedicato un articolo innamorato. Per me è bellissima: sporca, piena, piana, ricca e varia. Per raggiungerla partendo da casa mia, si deve attraversare una cospicua porzione della regione PACA (Provence – Alpes – Cote d’Azur). Si ha così la possibilità di accarezzare con lo sguardo, durante il tragitto in automobile, un luogo che ossessionò Cézanne negli ultimi tempi, un po’ come accadde a Monet con la cattedrale di Rouen. Si tratta della montagna Sainte Victoire.

Cézanne – La Sainte Victorie

Ci sono voluti 140 milioni di anni per disegnare il paesaggio che Cézanne ha immortalato nelle sue tele. La Sainte Victoire è il risultato di movimenti tettonici opposti che hanno portato al sollevamento del terreno, alla formazione di una piega e alla rottura della piega. Ecco il processo sintetizzato in immagini che ho trovato in questo sito, particolarmente accurato e chiaro nella spiegazione scientifica:

Quando ci si passa accanto, si è soggiogati, annichiliti dalla maestà possente di questo massiccio. La montagna è seduta su di un trono, una piattaforma chiamata cengle, è imperatrice, papessa, è viva e ci osserva con pena infinita per quello che stiamo facendo al pianeta Terra. Ricordo ancora la prima volta che la vidi: non riuscivo a credere ai miei occhi. Eravamo in autostrada e, malgrado la velocità sostenuta, era come se ci stessimo accostando lentamente, pieni di rispetto e di umiltà, ad una statua naturale, ad un colosso antico, ad un luogo santo. La osservavo dal punto di vista che i fedeli hanno quando entrano in chiesa e guardano le pale d’altare, le statue e gli affreschi con le storie dei santi e della Vergine: dal basso verso l’alto. Come una pellegrina che si inginocchi davanti ad una stauroteca dopo un lungo viaggio.

Foto di Georges Flayols

La Sainte Victoire mi fece pensare alle meraviglie del mondo antico, come il faro d’Alessandria, il colosso di Rodi, la statua crisoelefantina di Zeus o anche alle grandi costruzioni che mi hanno sempre fatto tanta paura, come il Pantheon romano, quello parigino, la cupola del Brunelleschi.

Non sono riuscita a risalire all’autore di questa foto.

Cézanne ne fece la sua musa ispiratrice in quel processo pittorico che lo portò ad anticipare il cubismo picassiano, a semplificare geometricamente le figure in una sintesi delle forme e del colore data dalla pennellata stessa. Quindi se nelle prime tele in cui la montagna compare ci sono ancora linee curve che danno dolcezza al paesaggio, piano piano esse spariscono e, col tempo, Cézanne arriva alla scomposizione sintetica massima.

Per usare le sue stesse parole:

«Bisogna trattare la natura attraverso il cilindro, la sfera, il cono, il tutto messo in prospettiva, in modo che ogni parte di un oggetto, di un piano, sia diretta verso un punto centrale. Le linee parallele all’orizzonte esprimono la larghezza, che è un aspetto della natura, o se preferite dello spettacolo che il Pater Omnipotens Aeterne Deus dispiega davanti ai vostri occhi. Le linee perpendicolari all’orizzonte rappresentano la profondità. Per noi uomini la natura è più in profondità che in superficie; di qui la necessità d’introdurre nelle nostre vibrazioni luminose, rappresentate dai rossi e dai gialli, una certa dose di toni blu per far sentire l’aria»

La Sainte Victoire è la sua demoiselle d’Avignon, la sua ninfea, la sua odalisca, una Madonna raffaellesca post-impressionista, l’Uomo Vitruviano di un artista solitario, sofferente, permaloso, che non fu mai soddisfatto della sua ricerca artistica e che morì nel tentativo di arrivare a qualcosa che “si sviluppi meglio che in passato, diventando la prova concreta delle mie teorie: il difficile, infatti, è provare ciò che si pensa.

Impressione, calar del sole.

Quando si vede con i propri occhi l’ardente sfrigolio di colori del sud della Francia, si comprende nell’intimo del cuore il perché essa sia stata lo sfondo e l’ispirazione di tante opere pittoriche.

Il paesaggio è dipinto dal vento che ne sfuma i contorni o li rende più nitidi, a seconda che soffi capriccioso, nervoso, gioioso, voluttuoso.
Le isole a largo del mare si muovono, ieri erano lontane, avvolte dalla foschia, arrivate da molto lontano, forse dalle pagine di un romanzo marinaresco di tanto tempo fa. Oggi sono vicinissime, curiose e prepotenti, si fanno vedere in ogni dettaglio, si pavoneggiano nella luce irradiata dall’alba dalle dita rosate, bella come quelle aurore che si immaginano leggendo l’Iliade.

Con lo sguardo ci si sposta verso la campagna, ovvero si fa un salto, come Mary Poppins, dentro un disegno; ma non è lo schizzo a gesso fatto da uno spazzacamino sul selciato di Londra, è una tela di Renoir, perché il mescolarsi del grano non ancora dorato col  viola dei cardi, col rosso dei papaveri e col giallo del tarassaco sono come pennellate amorose di un marito che ritrae la moglie e il figlio in mezzo al campo in una giornata di sole.

Il mezzogiorno è cocente. Ci si rende conto che non si è poi così lontani dalla Liguria montaliana: ossi di seppia e reti smagliate giacciono sulla spiaggia, l’ora del giorno diventa un’occasione, il momento più opportuno per indugiare con gli occhi sulle vigne. Disegnate da una mano precisa, rotonde e spigolose al tempo stesso, si sdraiano, si srotolano, si crogiolano nella terra farinosa. Attraversarle fa sentire come la navetta che percorre su e giù il telaio, disegnando trama e ordito coi pensieri, scacciando i ronzii fastidiosi di tanti insetti che si nutrono di calore e zucchero, di preoccupazioni e amarezze. Il paesaggio diventa pastoso, materico come un quadro di Van Gogh, impantanato di sopita disperazione.

Il giorno procede e la parabola solare scalda di rosso più cupo la terra, riverberando però dorata e brillante tra i passi dei colli montuosi, illuminando di taglio tutto quanto è concesso all’occhio. Si vorrebbe fare qualche bella foto, ma con l’obiettivo non si è abbastanza capaci per riuscire a catturare tale bellezza come meriterebbe di esser ritratta.

È così che ci si affida alle parole.

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