La Mauresse de Moret: un mistero alla corte di Luigi XIV

Sœur Louise Marie de Sainte-Thérèse, detta la Mauresse de Moret, è un nome avvolto ancora oggi dalle tenebre del mistero più fitto.
Fu una religiosa benedettina di etnia mista, vissuta tra il 1658 circa e il 1730 nel convento di Moret-sur-Loig, non lontano da una residenza reale molto famosa, il castello di Fontainebleau.

Il solo ritratto esistente della Mauresse

Non si conoscono con certezza né la data di nascita né quando e in quali circostanze la donna entrò nel convento. Si sa però che nomi importanti della corte del re Luigi XIV facevano sovente visita alla suora, senza che il motivo di questo illustre andirivieni sia stato delucidato: spiccano tra i vari visitatori della Mauresse de Moret la regina Maria Teresa d’Austria, moglie del re Sole, il Gran Delfino, il Duca di Saint-Simon, Voltaire e molti altri.

Il mistero si infittisce quando fonti storiche attendibili affermano che la casa reale versava donazioni cospicue al convento, un istituto dalla storia umile che non aveva mai ospitato suore di sangue nobile, ed elargiva perfino una pensione regolare alla religiosa.

Finito. Niente, Nisba. Non si sa altro. C’è un’omertà totale sulle sue origini, il che è quantomai intrigante quando si pensa al tipo di relazioni sociali che stavano alla base della vita di corte: ricatti, segreti, pettegolezzi, affaires… il silenzio stampa che è stato tramandato su questa figura, la cui storicità è irrefutabile, risulta molto strano: i fascicoli che normalmente dovrebbero riguardarla sono stati forse rubati dall’archivio del convento e tutto il resto tace.

Nei secoli sono state avanzate diverse teorie, delle più fantasiose a dire il vero, ma gli storici ne hanno scartate la maggior parte per lasciare solo tre carte sul tavolo da gioco: la prima ipotesi è che si tratti di una figlia avuta dal Re Sole con un’attrice di origini africane, la seconda è che la Mauresse sia stata una figlia nascosta di Maria Teresa regina di Francia, la terza è che questa donna fosse semplicemente una figlioccia della coppia di sovrani (la qual cosa sarebbe totalmente ‘innocente’ e non spiegherebbe in alcun modo i misteri legati alla sua figura, all’andirivieni che si creò tra la corte e il convento e al silenzio tombale nella documentazione storica).

Il Re Sole

La prima ipotesi non è affatto peregrina, perché il Re Sole collezionò conquiste a destra e manca, si sa, generando figli illegittimi un po’… a getto continuo, se mi è permessa l’espressione. Tra l’altro Madame la Marquise de Maintenon, che in maniera molto succinta possiamo definire la dama incaricata di occuparsi dei figli illegittimi del re, fece visita alla Mauresse in convento innumerevoli volte. Voltaire stesso scrive a proposito di queste visite e, soprattutto, della somiglianza tra la religiosa e il re. Inoltre è storicamente accertata la presenza di cortigiani e membri del personale del re che avevano origini africane.

Se queste sono solo prove indiziarie, come si suol dire in linguaggio tribunalesco, vi sono degli incartamenti, o meglio, un ammanco di incartamenti di cui la sola traccia è un ritratto di religiosa dalla pelle scura con l’annotazione “Moresque fille de Louis 14”. La carta su cui questi documenti sono stati stampati è molto rara e costituirebbe una prova di autenticità di tale ritratto.

L’annotazione sulla Moresque

La tesi secondo cui la suora fosse una figlia segreta della Regina Maria Teresa è stata molto apprezzata dal pubblico, soprattutto grazie al racconto che ne fa Victor Hugo nel romanzo ‘L’homme qui rit’.
L’idea è che la Mauresse e la principessa Marie-Anne di Francia, terzogenita della coppia reale, vissuta poco più di un mese alla fine dell’anno 1664, siano in realtà la stessa persona. Pare che la principessa Marie-Anne, partorita pubblicamente dalla regina come era uso al tempo, sia morta il 26 dicembre, che la salma sia stata esposta al popolo, come da tradizione, che il cuore sia stato deposto nelle urne reali nella chiesa Val-de-Grace more teutonico e che il feretro sia stato poi tumulato a Saint-Denis come tutti i reali defunti. Solo che questa, secondo i sostenitori della tesi sulla Mauresse figlia della regina, fu tutta una messinscena organizzata usando un altro infante morto in fasce, poverino, per nascondere la verità, ovvero che la bambina partorita dalla regina aveva la pelle nera!

Maria Teresa regina di Francia

Il pettegolezzo correva a corte… i medici cercavano di spiegare la cosa con la passione della sovrana per la cioccolata (proprio così) o col fatto che la regina aveva troppo spesso assistito agli spettacoli del buffone nano e di colore Nabo (il quale poi sparì dalla circolazione, poverino). Gli storici tuttavia sono quasi tutti concordi nell’affermare che questa possibilità sia più adatta alla trama di un romanzo feuilleton che al rigore di un’indagine storica fatta bene.

La terza ipotesi è invece la più noiosa, trattandosi di una spiegazione semplice come quella del rapporto tra padrino e madrina reali con una figlioccia. La sola cosa inedita, per l’epoca, è il colore della pelle della figlioccia in questione.

Io, per quello che vale la mia opinione, credo che si sia trattato di una dei tanti figli illegittimi del Re Sole. Ma resterà per sempre un mistero, come quello della famigerata Maschera di Ferro.

Per approfondire:
https://www.ina.fr/video/CPF86600807 oppure http://une-autre-histoire.org/la-mauresse-de-moret/ oppure https://www.europe1.fr/emissions/Au-coeur-de-l-histoire/les-grands-portraits-dau-coeur-de-lhistoire-la-mauresse-de-moret-2642823 o ancora http://archives.seine-et-marne.fr/louise-marie-therese-1675-1731

‘Interieur d’une cuisine’, il quadro col color di mummia reale

‘Interieur d’une cuisine’ dell’artista alsaziano Martin Drölling

Osservate questo quadretto del 1815 dipinto da un pittore alsaziano di nome Martin Drölling, conservato al museo del Louvre e raffigurante un’innocente scena domestica: due donne, un bambino che gioca con un gattino, una cucina umile ma dipinta senza tralasciare alcun dettaglio, giochi di luce che ricordano i fasti della pittura fiamminga del secolo d’oro. Grazioso.

L’autore del tableau che trovate riprodotto più sopra è abbastanza conosciuto grazie ai materiali che utilizzava per fabbricare i suoi pigmenti.

Ma andiamo con ordine.

Quanto scritto qui di seguito trova conferma in alcuni documenti conservati agli Archives nationales. L’autorevole rivista Beaux Arts riporta perfino il codice di classificazione dei fascicoli in questione: 03 623.

In questi documenti si legge che nell’anno 1793, cioè in piena Rivoluzione e in piena stesura della Costituzione Montagnarda e Giacobina, l’architetto Louis-François-Petit-Radel, membro del Comité de Santé Publique, fu incaricato di disfarsi dei reliquiari posti nella chapelle Sainte-Anne au Val de Grâce. Codesti oggetti contenevano quarantacinque cuori di membri della famiglia reale francese. In effetti non tutte le sacre reliquie della famiglia reale si trovavano a Saint-Denis, tradizionalmente mausoleo dei Borboni di Francia sin dai tempi del Re Sole: il costume del tempo, detto ‘mos teutonicus‘, prevedeva che alcuni organi vitali, come appunto i cuori, venissero asportati per essere conservati altrove e per facilitare la conservazione dei corpi.

‘Violazione delle tombe reali a Saint Denis’, dipinto di Hubert Robert

Per cui, quando Petit-Radel si vide assegnato questo incarico, forte della sua autorità, andò ad impadronirsi di codesti preziosissimi oggetti tutti decorati di smalti pregiati e decise di tenere i contenitori di grande valore per se stesso.

L’episodio di Sainte-Anne au Val de Grâce fa parte di un capitolo oscuro e grottesco della Rivoluzione, quello dell’estumulazione e profanazione delle tombe reali. A Saint-Denis i copri di monarchi come Caterina e Maria de’ Medici, Pipino il Breve, Margherita di Valois, Luigi XIII e Luigi XIV furono riesumati e gettati in una fossa comune adiacente la chiesa.

Se vi state chiedendo che cosa accadde ai reliquiari rubati da Petit-Radel, come già detto, lui si tenne i preziosi oggetti smaltati.

Quanto al loro contenuto…

Petit-Radel vendette i cuori a peso d’oro, ed essi finirono nelle mani di diversi pittori, Martin Drölling incluso. Costui pare entrò in possesso di dodici organi mummificati, tra i quali vale la pena nominare dello di Maria Teresa d’Austria, moglie del Re Sole. Questi cuori furono poi, con molta probabilità, bolliti e trasformati attraverso complessi procedimenti chimici in un colore assi ricercato dagli artisti del passato chiamato ‘nero di mummia’.

Riporto un passo di un articolo molto interessante circa il colore nero pubblicato dal magazine online ‘Stile arte’:

Il nero di mummia è un colore che ha in sé qualcosa di spirituale.

Si tratta di un nero terragno, quasi terra d’ombra, ricavato dalla triturazione e dalla riduzione in polvere di mummie egiziane, prelevate dalle rive del Nilo e contrabbandate in gran quantità in occidente. Già dall’epoca delle crociate si commerciava in mummie, ma soltanto tra il XVII e il XVIII secolo se ne segnala gran commercio in tutta Europa: nelle farmacie si preparava questa polvere ad un altissimo prezzo vendendola come rara medicina. Ciò durò fino alla fine del Settecento, quando in tutte le città del vecchio continente la polvere di mummia veniva prescritta per curare molte malattie dello spirito e dell’anima. Alcuni pittori, come Tintoretto, impegnando le loro fortune, mescolavano e macinavano più sottilmente questa polvere, “più preziosa dell’oro e dei lapislazzuli, per dipingere le loro ultime opere e fare delle opere e di loro stessi un’arte e un nome eterni”. Dal XVIII secolo si iniziò a rispettare le mummie, indirizzandosi verso un altro modo di prelevare “il colore delle tenebre”: ecco il nero di seppia, un succo prelevato dal mollusco marino con un metodo scrupoloso e attento.

Quindi, quell’innocente scenetta campagnola, in cui due donne fanno lavori di cucito e un bambino gioca con un gatto, che avete ammirato all’inizio di quest’articolo, con ogni probabilità è stata dipinta usando colori fabbricati a partire dai cuori di principi e sovrani di Francia.

Di che sentire dei brividi d’orrore percorrervi la schiena mentre andate a riguardare nel dettaglio il quadro in questione!

Giovanni Battista Lulli, o più semplicemente Lully

Così come Caterina de’ Medici, anche Giovanni Battista Lulli rientra nel novero dei toscani che ebbero un posto alla corte di Francia. Se la sovrana medicea sedette sul trono per decenni, Lulli, sotto il regno del Re Sole, occupò il palcoscenico a Versailles.

Fiorentino, figlio di mugnai, nacque il 28 novembre del 1632. All’età di tredici anni, esattamente nel 1645, fu notato dal Duca di Guisa, Ruggero di Lorena, il quale, durante un voyage en Italie, incontrò il giovane Lulli e lo scelse come fanciullo italiano da “regalare” a sua nipote Anna Maria Luisa d’Orleans, meglio nota come mademoiselle de Montpenser o la grande mademoiselle, la quale aveva bisogno di praticare la nostra lingua per perfezionarsi. Al tempo era molto in voga, saper parlare l’italiano.
Questa notizia ci è fornita da Mario Armellini, autore del “Dizionario biografico degli italiani”. In merito al come Lulli si accostò alla musica, egli ci dice:

Secondo J.-L. Lecerf de La Viéville de Fresneuse (p. 183), il primo importante biografo del compositore, il L. avrebbe ricevuto i primissimi rudimenti di musica ancora fanciullo da un francescano che gli avrebbe insegnato a suonare la chitarra. Null’altro è noto di quegli anni. Alcuni particolari biografici successivi lasciano tuttavia pensare che tredicenne prendesse già parte, come violinista e comico, a spettacoli allestiti presso la corte granducale. Fu molto probabilmente nel corso dei festeggiamenti del carnevale 1646, a Firenze, che il giovane L. fu notato da Roger di Lorraine, cavaliere di Guisa, sulla via del ritorno in Francia da Malta. Questi, per esaudire il desiderio della nipote, Mademoiselle Anne-Marie-Louise d’Orléans, duchessa di Montpensier, d’avere presso di sé un giovane italiano per esercitarsi in quella lingua, propose al L. di seguirlo Oltralpe.

Presso la duchessa, Lulli ebbe modo di perfezionarsi nello studio della musica, nella recitazione e nella danza. La cosa gli fu incredibilmente utile, sennonché la nobildonna, la più ricca ereditiera di Francia, figlia del fratello di Luigi XIII Gastone d’Orleans, l’outsider della corte, seguì le orme paterne e prese parte attivamente nel movimento della Fronda, che si opponeva alla politica del cardinale Mazarino, primo ministro di corte.
La Fronda non finì bene, e la duchessa fu condannata all’esilio, o meglio al ritiro dalla vita pubblica.
Lulli rischiava grosso, quindi domandò alla signora un congedo formale, in modo da svincolarlo da qualsiasi obbligo e da qualsiasi legame che potesse danneggiarlo ed impedirgli di lavorare altrove. E gli andò grassa: 1652, Lulli, da poco ventenne, partecipò all’allestimento del Ballet royal de la Nuit, uno spettacolo celebrativo del trionfo della monarchia sui ribelli frondisti. Lo spettacolo debuttò il 23 febbraio del 1653 e fu un gran successo, altrimenti non si spiegherebbe ciò che avvenne dopo: infatti il 16 marzo di quello stesso anno al Lulli viene conferita la carica ufficiale di compositeur de la musique instrumentale du roi.

 lully

In questo clima gaudente e di grande prossimità al quasi coetaneo Re Sole, Lulli seppe giocare abilmente le sue carte al fine di ottenere grande prestigio e considerazione negli anni a venire. La sua naturalizzazione francese era già in atto, tanto che il suo nome divennne Jean-Baptiste Lully. Spesso il Re Sole si esibiva fianco a fianco col giovane fiorentino sul palco: condividere queste esperienze di palcoscenico contribuì a costruire un’alleanza e una complicità che nel tempo avrebbero permesso al Lully di avere ampia autonomia, e larga libertà di costumi.

Come musicista bisogna ricordare che fu poliedrico: aveva appreso la chitarra da quel francescano che a Firenze lo aveva per primo istruito in materia musicale. Sapeva anche suonare il violino. Anzi, pare fosse un violinista molto bravo. Va inoltre detto che, scontento dell’orchestra d’archi della corte del re, ne fondò una più piccola, chiamata Petits violons. Questo ensemble fu istruito e allenato con grande cura e disciplina, alla maniera italiana. D’altra parte sembra che, se nel nostro paese il  violino aveva già molto successo, in Francia era relativamente disprezzato. Inoltre Lully suonava anche il clavicembalo.

Nel 1662 prese in moglie Madeleine Lambert, figlia di un musicista di corte, da cui ebbe sei figli. Non fu un marito fedele: sono noti i suoi rapporti amorosi con cortigiani e cortigiane a Versailles. La sua bisessualità avrebbe potuto nuocergli, ma grazie all’ammirazione del re poté continuare a gestire la sua vita amorosa come voleva, forte di una totale impunità.

lulli

Il contributo di Lully alla francesizzazione dell’opera e della produzione musicale barocca fu enorme. Potremmo dire che il lavoro di Lully sta alla monarchia del Re Sole come l’Eneide di Virgilio sta all’impero di Augusto.
Per un’analisi dettagliata della sua opera, anche da un punto di vista tecnico, ambito nel quale io non posso dare il mio contributo, vi suggerisco di dare uno sguardo qui e qui e per quanto riguarda la collaborazione tra Lully e Molière, potete trovare qualche notizia qui .

Come al solito sono più affascinata dai lati privati dei personaggi storici e dai fatti più curiosi e impensabili: molte delle scelte e delle azioni di chi ha lasciato il segno sono state certamente il frutto di accurate meditazioni, studi, strategie, preparazione, senza dimenticare l’impressionante parte recitata dalle cosiddette cause di forza maggiore. Tuttavia le inclinazioni personali, le piccole fissazioni e perché no, anche le malattie, hanno avuto un impatto indiretto sulle scelte e sui fatti che hanno avuto luogo. Non ricordo dove né da chi, ma ho sentito una volta che Napoleone subì la disfatta di Waterloo anche a causa delle sue emorroidi infiammate.
Lo stesso vale per Lully. Nel suo caso è la morte a fare notizia, una morte alla stregua di quella di Molière, spentosi poche ore dopo che il sipario era calato sull’allestimento de “Il malato immaginario”.
L’8 gennaio del 1687, durante le prove del Te Deum da lui composto, colpì il proprio piede con il bastone in legno e metallo che allora era usato per tenere il tempo. La ferita sfortunatamente divenne infetta e il piede iniziò ad andare in cancrena. Lully rifiutò l’amputazione. Non c’è da stupirsi de un ex ballerino non potesse nemmeno concepire l’idea di perdere un arto, anche se era il solo modo di far salva la vita. La sepsi lo uccise lentamente, e il compositore e musicista spirò il 22 marzo 1687.

Il personaggio di Lully è anche presente nel film del 1991 “Tutte le mattine del mondo”, diretto da Alain Corneau e tratto dal romanzo omonimo di Pascal Quignard. Compare in una scena brandendo proprio il famoso bastone che causerà il suo decesso.

La baguette nella sua performance più devastante e fatale.