La contessa delle tenebre, un enigma tuttora irrisolto

Hildburghausen, Turingia, 7 febbraio 1807: una coppia misteriosa fa la sua apparizione per le strade della città. Lui è alto, lei è di nero vestita, il volto completamente occultato da un velo scuro.

L’uomo si presenterà come Vavel de Versay, nobile e diplomatico olandese. Sulla sua compagna nemmeno una parola, neanche quando si trasferiranno nel castello d’Eishausen, dove la coppia misteriosa soggiornerà per trent’ann, né more uxorio, né sotto il sacro vincolo, ma semplicemente come coinquilini. Tre decadi in cui lei riuscirà a mantenere il riserbo totale sulla sua identità e sulle sue fattezze, tanto da essere conosciuta esclusivamente col soprannome di Comtesse des ténèbres, Dunkelgräfin in tedesco, la contessa delle tenebre.

Quando la donna morì, la sua identità continuò ad essere protetta: fu tumulata non nel cimitero né nella chiesa della città, bensì nel giardino del castello di Eishausen, con una stele completamente anonima. Il de Versay la seguì al Creatore otto anni dopo, disseminando l’informazione, sicuramente falsa, che la donna si fosse chiamata Sophie Botta e che fosse stata una nobile originaria della Vestfalia. Il problema è che tale nome non risulta in nessun registro parrocchiale, in nessun albo nobiliare della regione.

Fu così che si diffuse una voce, un sospetto: forse che la contessa delle tenebre…? Ma no, impossibile! Ma sì, ti dico, è lei! Chi te lo ha detto? L’ho saputo in città, notizie fresche da Parigi. Seh, fosse stata davvero lei allora sarebbero venuti a prenderla anni fa per tagliarle la testa, ti pare? Ma se l’hanno lasciata andare per uno scambio di prigionieri…!

Maria Teresa dipinta da Fuger

Insomma, sembra che la misteriosa donna fosse in realtà Maria Teresa Carlotta di Borbone-Francia, figlia di re Luigi XVI e di Maria Antonietta. Quando fu rilasciata dalle autorità repubblicane per uno scambio di prigionieri con Vienna, nel 1795, aveva diciassette anni ed era molto provata dalla tragedia che si era abbattuta sulla sua famiglia (sembra che avesse anche subito uno stupro durante la reclusione); la carrozza che l’attendeva fuori dal Tempio, dove aveva trascorso tutto il tempo della sua atroce detenzione, l’avrebbe portata in Austria, dagli Asburgo, i parenti della madre. Tuttavia la leggenda vuole che a metà strada Maria Teresa abbia fatto un patto con la sua amica Ernestine Lambriquet, figlia della sua tutrice a corte, affezionata compagna di giochi nel tempo dell’infanzia e, forse, figlia illegittima di Luigi XVI. Secondo questa versione dei fatti, la Lambriquet avrebbe assunto l’identità di Maria Teresa e come tale si sarebbe presentata dagli Asburgo, alla cui corte avrebbe vissuto in esilio, soprannominata Madame Royale, per poi sposare il cugino germano Luigi Antonio di Borbone-Francia, erede del ducato di Angoulême, dando vita ad una discendenza legittima di pretendenti al trono francese e diventando il simbolo della Restaurazione post-napoleonica.

Maria Teresa, invece, afflitta dagli orrori della rivoluzione, traumatizzata, stanca della vita pubblica, si sarebbe ritirata in Turingia nell’anonimato assoluto, dando vita poi alla leggenda della Contessa delle tenebre.

Nel 2013 è stata eseguita l’esumazione della Dunkelgräfin; i resti disseppelliti sono poi stati sottoposti all’analisi del DNA e i risultati hanno rivelato che la donna non era legata in alcun modo né ai Borbone né agli Asburgo.

Escludere questi legami familiari non chiarisce però né perché questa donna abbia vissuto nell’anonimato totale, né perché sia stata seppellita in terra sconsacrata e alla chetichella.

Contessa delle tenebre, chi sei stata?

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24 Messidoro

Oggi, 14 luglio, festa nazionale francese e anniversario della presa della Bastiglia, è il 24 Messidoro.
Messidor

Il calendario rivoluzionario francese è una di quelle cose artificiose e assurde che spesso si incontrano nella storia e che hanno vita estremamente breve. Come l’esperanto e il movimento futurista.
Il calendario repubblicano fu il frutto del lavoro di menti illuminate ed illustri quali Lagrange, Lalande e Laplace (sembra che se il tuo cognome non iniziava con “La” non potevi entrare a far parte dell’esclusivo Club degli Inventori del Calendario Rivoluzionario).

Era un calendario laico, privato della simbologia religiosa che la metrica settimanale possiede intrinsecamente, basato su scienza e raziocinio. Abbastanza complicato, per quello che mi riguarda, tanto che sono ancora en train de l’étudier.

Di seguito, a grandi linee, la struttura dell’anno repubblicano in un utile schema che ho trovato navigando in internet:

calendariorivoluz

I giorni complementari, detti “sanculottidi” (nome quantomai cacofonico, ma chi di noi, a scuola, non ha riso sotto i baffi quando il professore parlava dei sanculotti?) e si aggiungono all’ultimo mese per compensare il divario con l’anno tropico.

Il mio compleanno cade in Brumaio, il 21, ovvero il nonedì della seconda decade di quel mese. Sì, perché ciascun mese, composto di trenta giorni, è suddiviso in tre decadi, composta ciascuna di primidì, duodì, tridì, quartidì, quintidì, sestidì, settidì, ottidì, nonidì e decadì. Essendo nata l’11 novembre, se la mente e i calcoli non mi ingannano, festeggerei il genetliaco il 21 di Brumaio.

E voi? Vi sentite abbastanza girondini, oggi, nell’anniversario della presa della Bastiglia, per mettervi a calcolare il vostro anniversaire révolutionnaire?

La pallacorda, un gioco ancora vivo e vegeto

Spesso, quando a scuola si affronta la rivoluzione francese, una delle cose che restano di più impresse nella mente degli studenti è l’aneddoto del Giuramento nella sala della pallacorda. Questo sport è considerato l’antenato del tennis odierno, e le sue origini sono contese tra Italia e Francia.
Pochi però sanno che questo sport è tuttora praticato da ben 5000 appassionati in tutto il mondo e che oggi il centro principale e cuore pulsante si trova nientemeno che a Oxford, in Inghilterra.

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Il gioco della pallacorda

In Francia questo gioco si diffuse enormemente tra i nobili, nei secoli scorsi. Veniva chiamato jeu de paume, perché la palla era colpita col palmo della mano e non con l’ausilio della racchetta. Lo strumento infatti fu adottato in particolar modo dagli inglesi, che perfezionarono il gioco chiamandolo a loro volta real (royal) tennis o court tennis.

La pallacorda in generale si gioca al chiuso e gli eventuali rimbalzi effettuati dalla pallina sui muri sono considerati validi, così come avviene nella pelota basca. I punteggi si calcolano in modo analogo a quelli del tennis. Alcune varianti del gioco possono prevedere partite disputate all’aperto. In questi casi il nome dello sport cambia in longue paume.

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Il giuramento nella sala della pallacorda

Vi è una particolarità affascinante, a mio parere, che riguarda le palline utilizzate: sono tutte rigorosamente cucite a mano dal capitano della sezione locale. Il cuore è in sughero e il rivestimento, che prevede un numero ben preciso di punti, è fatto in lana. Ogni pallina ha vita media di una settimana, trascorsa la quale perde di rimbalzo e di resistenza.

Il sito ufficiale della Oxford University Tennis Club dice a proposito della pallacorda:

Real Tennis is a game where subtlety and thought are as valuable as power and fitness. This ancient precursor of tennis is played indoors on a court resembling a Medieval street, complete with sloping roofs, openings (like windows) in the walls and the two sides of the court are not the same shape. You only serve from one end of the court and the main objective is to win the serve, as most point are won from this end. It is a racquet sport, played on a stone floor with a heavy wooden asymetrical racquet and using balls hand-made made by the club Pros. Played by Henry VIII, written about by Shakespeare, and wildly popular in the Middle Ages, this game is now rare.  Merton’s court was first built in 1595.

Il famosissimo e antichissimo Merton’s college è infatti sede dei campi di pallacorda di Oxford.

Ma che cosa avvenne a Versailles il 20 giugno 1789 e perché gli Stati Generali optarono per questa “invasione di campo” che è passata alla storia? In primis dobbiamo chiarire il termine Stati Generali: in Francia, all’alba della rivoluzione, la monarchia era di tipo assoluto, come i machiavellici Richelieu e Mazarino avevano lungamente pianificato, e il Parlamento, chiamato appunto Stati Generali, non era stato più convocato dal lontano 1614, quando Maria de’ Medici era reggente. L’assemblea degli Stati Generali era costituita dai notabili delle tre classi sociali principali: nobiltà, clero e terzo stato, ovvero la plebe. Dato che a ciascuno stato era concesso un voto soltanto e che gli interessi del clero e della nobiltà convergevano, il popolo si trovava sovente in svantaggio nelle votazioni decisive, pur essendo il partito più numeroso (rappresentava infatti il 98% della popolazione francese).
La crisi economica, agraria e sociale stava ineluttabilmente rodendo il Regno di Francia dall’interno; fu per questo motivo che nell’agosto del 1788 Luigi XVI si vide costretto a convocare il Parlamento, dietro forti pressioni della nobiltà, per riuscire a trovare una soluzione in accordo con le varie classi sociali. Purtroppo si arrivò ben presto ad un impasse, proprio perché, col sistema elettorale allora in vigore, il terzo stato non aveva quasi voce in capitolo. Ecco dunque che il 10 giugno i deputati del popolo e del basso clero convocarono un’assemblea, invitando i membri delle altre classi a prendervi parte. Nobiltà e alto clero ignorarono l’invito. L’assemblea ebbe comunque luogo, ma visto che non poteva essere considerata una riunione parlamentare tout court si decise di ribattezzarla Assemblea Nazionale. Da lì le cose si svolsero in una reazione a catena, nella quale ogni azione intrapresa dall’Assemblea era sempre più rivoluzionaria. Nobiltà e alto clero non se ne stettero con le mani in mano, protestando animatamente col re. Luigi XVI, ovviamente, non poteva che parteggiare per questi ultimi, visto che la costituzione dell’Assemblea Nazionale era un vero e proprio affronto alla corona e alla monarchia stessa. Fu così che con una scusa fece chiudere la sala dove si riuniva normalmente l’Assemblea. Questo non bloccò i lavori dei deputati, anzi, li fece arrabbiare e li spronò a trovarsi un nuovo posto in cui riunirsi. Fu scelta la famosa sala della pallacorda, dietro suggerimento dell’arcinoto Gullotin, medico rivoluzionario, ideatore della macchina della morte più conosciuta al mondo. Se ci pensiamo, anche oggi le palestre sono spesso usate come luoghi di riunione collettiva, sia per le assemblee studentesche che per le riunioni condominiali, come Benigni ci ricorda animatamente nel film “Il mostro”.

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Firme dei deputati dell’Assemblea Nazionale

Nella palestra di Versailles si stipulò il Giuramento della sala della pallacorda, la cui stesura avvenne per mano di Jean-Baptiste-Pierre Bevière. In esso si legge:

L’Assemblée nationale, considérant qu’appelée à fixer la constitution du royaume, opérer la régénération de l’ordre public et maintenir les vrais principes de la monarchie, rien ne peut empêcher qu’elle continue ses délibérations dans quelque lieu qu’elle soit forcée de s’établir, et qu’enfin, partout où ses membres sont réunis, là est l’Assemblée nationale;

Arrête que tous les membres de cette assemblée prêteront, à l’instant, serment solennel de ne jamais se séparer, et de se rassembler partout où les circonstances l’exigeront, jusqu’à ce que la Constitution du royaume soit établie et affermie sur des fondements solides, et que ledit serment étant prêté, tous les membres et chacun d’eux en particulier confirmeront, par leur signature, cette résolution inébranlable.

Lecture faite de l’arrêté, M. le Président a demandé pour lui et pour ses secrétaires à prêter le serment les premiers, ce qu’ils ont fait à l’instant ; ensuite l’assemblée a prêté le même serment entre les mains de son Président. Et aussitôt l’appel des Bailliages, Sénéchaussées, Provinces et Villes a été fait suivant l’ordre alphabétique, et chacun des membres * présents [en marge] en répondant à l’appel, s’est approché du Bureau et a signé.

[en marge] * M. le Président ayant rendu compte à l’assemblée que le Bureau de vérification avait été unanimement d’avis de l’admission provisoire de douze députés de S. Domingue, l’assemblée nationale a décidé que les dits députés seraient admis provisoirement, ce dont ils ont témoigné leur vive reconnaissance ; en conséquence ils ont prêté le serment, et ont été admis à signer le procès verbal l’arrêté.

Après les signatures données par les Députés, quelques uns de MM. les Députés, dont les titres ne sont pas [….] jugés, MM. les Suppléants se sont présentés, et ont demandé qu’il leur fût donc permis d’adhérer à l’arrêté pris par l’assemblée, et à apposer leur signature, ce qui leur ayant été accordé par l’assemblée, ils ont signé.

M. le Président a averti au nom de l’assemblée le comité concernant les subsistances de l’assemblée dès demain chez l’ancien des membres qui le composent. L’assemblée a arrêté que le procès verbal de ce jour sera imprimé par l’imprimeur de l’assemblée nationale.

La séance a été continuée à Lundi vingt-deux de ce mois en la salle et à l’heure ordinaires ; M. le Président et ses Secrétaires ont signé.

Considerando che il prossimo 11 giugno il popolo francese sarà chiamato ad eleggere i membri dell’Assemblea Nazionale, a così tanti secoli di distanza, è chiaro che la pallacorda meriti di essere annoverata tra gli sport che più hanno avuto impatto e peso nella storia occidentale.

Fonti:
“Castelli d’Europa”, programma in onda su Rai 5;
Wikipedia per il testo del Giuramento della sala della pallcorda;
Sito ufficiale della Oxford University Tennis Club;
I miei appunti di storia di liceo e università;
I miei libri di storia dell’università.

Chi l’ha visto versione 14 luglio

Buongiorno e buon 14 luglio!
Poco più di un mese fa l’Italia ha commemorato la vittoria repubblicana al referendum 1946, oggi la Francia ricorda il fatto emblema della sua rivoluzione: la presa della Bastiglia.

Oramai il famigerato edificio non esiste più, anche se il nome della piazza nata sulle sue rovine ne mantiene vivo il ricordo, così come il teatro sperimentale Opéra Bastille, dall’architettura moderna e dal programma sempre nutrito e interessante, qui il sito.

Spesso il significato simbolico e ideologico annidato dietro la presa della Bastiglia ha oscurato i fatti nudi e crudi, la realtà così come è accaduta, facendo sì che gli aspetti leggendari fossero messi in risalto dalle nebbie del tempo e dalla storiografia.
Oggi De amore gallico vi parlerà dei prigionieri che furono liberati in quel raid cittadino e che furono i protagonisti inconsapevoli di un evento storico cruciale.
Se ci si aspetta di leggere di centinaia di prigionieri politici vittime dell’assolutismo monarchico si resterà delusi: in realtà i cittadini insorti trovarono sette persone, nessuna delle quali aveva nulla  a che fare coi fermenti rivoluzionari che squassavano la Francia al tempo. Inoltre, se si pensa che la Bastiglia fosse un luogo orribile, in cui venivano praticate torture di ogni sorta, si badi a cambiare idea: i prigionieri avevano il diritto di arredare le celle a loro piacimento in quanto non erano “ospiti” qualunque, ma detenuti speciali, il cui arresto e imprigionamento venivano effettuati con somma discrezione tramite lettres de cachet firmate dal re in persona, il tutto al fine di evitare scandali.
Il mattino del 14 luglio 1789 la Bastiglia nei suoi registri contava quattro falsari, due folli che erano stati parcheggiati là dentro invece di metterli al manicomio (uno di essi, un nobile irlandese, credeva di essere Gaio Giulio Cesare, l’altro aveva tentato l’assassinio del re Luigi XV) e un prigioniero che nei documenti viene accusato di libertinaggio. In realtà suo padre ce lo aveva fatto rinchiudere perché si era macchiato di incesto, ma non ci sono notizie più precise in proposito. Il padre del libertino, dunque, se lo vide recapitare a casa dopo i fatti del 14 luglio con la richiesta di occuparsene lui stesso: rispedito al mittente senza tante cerimonie.
Su Wikipedia si trova la lista dei nomi dei sette:

  1. Jean Bechade, nato nel 1758, falsario;
  2. Jean de La Correge, nato a Martaillac nel 1746, falsario;
  3. Bernard Laroche de Beausablon, nato a Terraube en Guienne nel 1769, falsario;
  4. Jean-Antoine Pujade, nato a Meilhan nel 1761, falsario;
  5. Jacques-François-Xavier de Whyte, Conte de Malleville, nato a Dublino nel 1730 e che pensava di essere Giulio Cesare;
  6. Claude-Auguste Tavernier, nato a Parigi il 29 dicembre 1725, che aveva attentato alla vita del re Luigi XV;
  7. Charles-Joseph-Paulin-Hubert de Carmaux, Conte de Solages, nato a Tolosa il 18 dicembre 1746, morto ad Albi il 9 ottobre 1824, il presunto libertino macchiatosi di incesto.

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La Bastiglia dipinta da Hubert

Piccola curiosità di cui ho parlato in precedenza in un articolo sui misteri del XVIII secolo: il Marchese De Sade era stato ospite della Bastiglia fino a pochi giorni prima della sua presa. Venne trasferito per aver urlato dalla finestra della sua cella:

Aiuto! Qui stanno ammazzando i prigionieri!

Che ne fu dell’edificio simbolo della rivoluzione? Fu smontato con criterio ed efficienza dal cittadino Pierre François Palloy. Avendo vinto l’appalto per la decostruzione della prigione, mise su un vero e proprio business basato sui souvenir della rivoluzione, una cosa molto simile a quello che è accaduto col muro di Berlino o con le reliquie della croce di Gesù.
Molti materiali furono riciclati per altre opere edilizie e una delle sue chiavi fu inviata come regalo a George Washington che, dall’altra parte dell’Atlantico, aveva ricevuto un grande sostegno durante la rivoluzione americana da parte del marchese di La Fayette. Fu proprio il marchese a spedire il simbolico dono negli Stati Uniti.
Palloy lasciò uno spazio grande e adatto alle adunate cittadine della nuova Parigi, liberata dal giogo monarchico, pronta per l’esperimento del Direttorio, del tutto impreparata al periodo del terrore che di lì a poco sarebbe cominciato.
Il Palloy poi fu accusato di corruzione e, dopo alterne vicende, morì folle nel 1835.

Di tutto questo ci restano la storia e le leggende, nonché una connotazione simbolica così importante da essere diventata parte della cultura pop: la rivoluzione costituisce infatti materiale per un manga e un anime giapponesi conosciutissimi da molte generazioni, Lady Oscar.
Ghigliottina e wasabi per tutti!

Per approfondire: http://www.storico.org/seicento_eta_lumi/bastiglia.html e anche  http://cultura.biografieonline.it/la-presa-della-bastiglia/

Gli ebrei del papa: quando la diaspora seguì la ferula e parlò francese

La diaspora ebraica ha avuto contorni e storia estremamente variegati: la nascita di due grandi gruppi nel seno di una stessa radice etnica e culturale condizionata dalla distanza geografica (Ashkenaziti e Sefarditi, nomi derivanti da Ashkenaz, che in lingua ebraica indica la regione germanica – ergo tutta l’Europa del nord, nord-est, e da Sefarad, ovvero la Spagna – quindi tutta l’area mediterranea), le variazioni di riti religiosi che sussistono tutt’oggi, la differenza di trattamento da parte dei goyim, i gentili, a seconda che fossero cristiani o musulmani.
Si sa che è a Roma la comunità ebraica più antica d’Europa: gli israeliti si insediarono sin da subito sulle sponde del Tevere, all’altezza di Trastevere, per poi spostarsi successivamente – sotto coercizione papale – dall’altra parte del fiume, verso l’isola Tiberina, laddove oggi c’è la ben nota via del Portico d’Ottavia, che brulica di vita all’ombra del bel Tempio Maggiore.

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Il ghetto di Roma visto dal Portico di Ottavia

Forse è più noto il ghetto di Venezia, sia per il ruolo storico che esso ha avuto, relativamente allo sviluppo economico e commerciale della Serenissima, sia per la commedia shakespeariana “The merchant of Venice“, una delle mie preferite, dove si trova il monologo dell’ebreo Shylock:

To bait fish withal. If it will feed nothing else, it will feed my revenge. He hath disgraced me and hindered me half a million, laughed at my losses, mocked at my gains, scorned my nation, thwarted my bargains, cooled my friends, heated mine enemies—and what’s his reason? I am a Jew. Hath not a Jew eyes? Hath not a Jew hands, organs, dimensions, senses, affections, passions? Fed with the same food, hurt with the same weapons, subject to the same diseases, healed by the same means, warmed and cooled by the same winter and summer as a Christian is? If you prick us, do we not bleed? If you tickle us, do we not laugh? If you poison us, do we not die? And if you wrong us, shall we not revenge? If we are like you in the rest, we will resemble you in that. If a Jew wrong a Christian, what is his humility? Revenge. If a Christian wrong a Jew, what should his sufferance be by Christian example? Why, revenge. The villainy you teach me I will execute—and it shall go hard but I will better the instruction.

L’Inghilterra, che ospitava comunità sin dall’arrivo di Guglielmo il Conquistatore nel 1066, mal li sopportava, tant’è che Shakespeare scrisse “The merchant of Venice” in un momento di particolare astio nei confronti degli israeliti insediati in terra britannica. Tuttavia era Shakespeare antisemita? Il ritratto che ne fa è piuttosto una caricatura, un fantoccio messo sul palco più per ridicolizzare gli antisemiti e le loro convinzioni che per offendere gli ebrei. Molto si è dibattuto in merito e per chi volesse approfondire l’argomento consiglio la lettura di questa pagina e di quest’altra.

Le juderìas spagnole furono quasi del tutto svuotate con il decreto dell’Alhambra (qui un link per approfondire), stipulato dalla regina Isabella di Castiglia il 31 marzo del 1492 (sì, qualche mese prima che Colombo sbarcasse nelle Indie Occidentali), che cacciò gli ebrei dalla Spagna e che obbligò alla conversione tutti coloro che non volevano lasciare il suolo iberico. Con “suolo iberico” intendo anche la Sicilia, che al tempo era sotto dominazione spagnola. In effetti il primo Bar Mitzvah celebrato in Trinacria dal 1492 è avvenuto solo nel 2011, dopo la recente formazione di una comunità giudaica a Palermo. Qui la notizia.

Le terre slave si distinsero per una pratica chiamata pogrom, ovvero le rivolte antisemite che culminavano con cacciate, uccisioni, roghi e nefandezze di ogni tipo verso le comunità ebraiche. Molto spesso il casus belli di questi orrendi episodi erano delle false accuse che avevano origine da una morte violenta e sospetta di un cristiano. Ciò dava modo di muovere una accusa del sangue. Le accuse del sangue sono state molto utilizzate a partire dall’anno 1000: si diceva che gli ebrei utilizzassero sangue umano per rituali e celebrazioni, prediligendo quello dei bambini. L’ultimo processo istituito per un’accusa del sangue ha avuto luogo a Kiev nel 1913 e solo col Concilio Vaticano II si è riusciti ad eliminare dal martirologio i nomi di santi che erano stati seviziati dagli ebrei (dicerie senza fondamento storico).

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Il Palazzo dei papi ad Avignone

Quali furono le sorti del popolo ebraico in terra francese? La cosa si fa estremamente interessante, perché va presa in considerazione la cosiddetta Cattività avignonese, ovvero quel periodo che va dal 1309 al 1377 e che vide la sede del papato spostarsi da Roma ad Avignone, bella città del dipartimento della Vaucluse, in Provenza. Lo Stato Pontificio fu relativamente tollerante nei confronti degli ebrei, specialmente se paragonato al trattamento riservato alle enclavi israelitiche in altre parti del mondo. Questo fece sì che durante la Cattività avignonese si venisse a creare una comunità chiamata “ebrei del papa”.
Il popolo israelitico giunse in Francia approdando, come quasi tutti coloro venuti dal sud, nel porto di Marsiglia. In generale la presenza ebraica nel sud della Francia fu sempre pronunciata, sebbene mal sopportata: accuse del sangue, linciaggi e roghi non mancarono mai. Nel 1274 il re di Francia Filippo l’Ardito fece dono al papa di una regione chiamata Contado Venassino, una porzione di territorio che includeva la città di Avignone. Questo contado divenne, col tempo, un rifugio per gli ebrei che dovevano fuggire le persecuzioni francesi. Nel Contado Venassino sorsero quattro ghetti, detti carrières, in cui si svilupparono quattro comunità chiamate Arba Kehilot, ad Avignone, Carpentras, Cavaillon, e Isle sur la Sorgue. Vi fu un episodio caratterizzato dall’espulsione degli ebrei venassini, ma si trattò di una misura temporanea: rientrarono tutti in breve tempo e dal 1394, anno della cacciata degli ebrei dal Regno di Francia, la comunità crebbe, visto che agli ebrei del papa fu consentita la residenza a condizione che indossassero un cappello giallo e risiedessero nei loro carrières, che la notte venivano chiusi a chiave dall’esterno, come avveniva già in altri ghetti d’Europa. In più vi erano tasse extra da pagare e dovevano sottoporsi a delle messe coatte, niente di nuovo. Esattamente come accadeva a Venezia o a Roma, le case crebbero in altezza, arrivando a quattro o cinque piani, nel tentativo di espandere lo spazio a disposizione in senso verticale, visto che orizzontalmente era impossibile.

Tuttavia è stato notato che nei secoli gli ebrei del papa svilupparono relazioni molto buone con i goyim venassini, tanto che risultano essere la sola comunità israelitica europea che riuscì a praticare gli stessi mestieri dei non ebrei. Ricordo infatti che per i giudei fu molto difficile adattarsi alle restrizioni imposte sui mestieri esercitabili, che variavano di zona in zona. Ad Avignone, invece, poterono diventare contadini e lavorare la terra come i gentili, sviluppando così un ebraismo sui generis, avulso da legami con la cultura ashkenazita o sefardita: gli ebrei del papa parlavano shuadit, un miscuglio di ebraico e occitano, avevano un rito religioso unico ed erano molto legati alla terra.

Le cose cambiarono con l’avvento della Rivoluzione, perché Avignone fu annessa alla Francia e gli ebrei ebbero la cittadinanza: i ghetti perdettero la loro ragion d’essere e gli israeliti si sparsero su tutto il territorio nazionale, salvo poi essere vittime di un’ennesima ondata di antisemitismo che percorse l’Europa nel 1800 e che culminò con l’affaire Dreyfus, scandalo che scosse l’opinione pubblica e l’élite culturale. Non è un caso che il saggio a fondamento del sionismo, Der Judenstaat, scritto dal Theodor Herzl, fu partorito nel 1896, proprio nel pieno della bufera dreyfussiana.

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Sul giornale “L’aurore” Emile Zola pubblicò la sua famosa lettera aperta “J’accuse”, a sostegno di Dreyfus e della sua innocenza.

 

Non finisce qui la storia dei luoghi che videro lo sviluppo comunitario degli ebrei del papa. Se i ghetti, specialmente dopo la Shoah, avevano cessato di esistere come tali, ritornarono ad essere centri fondamentali per l’integrazione di nuove comunità ebraiche, quelle che giunsero in Francia dopo la guerra d’Algeria e l’indipendenza della nazione nordafricana. Non dimentichiamo che anche noi, in Italia, fummo testimoni di un’ondata migratoria ebraica nel 1967: la Guerra dei Sei Giorni era scoppiata e costrinse molti ebrei libici a trasferirsi altrove. Quasi cinquemila persone sbarcarono nel nostro paese, tra coloro che non avevano compiuto l’aliyah a Gerusalemme.

Qui di seguito link a pagine che potrebbero interessare per un approfondimento:
la storia degli ebrei libici;
il sito della comunità ebraica di Avignone;
pagina Wikipedia sui carrières

Precisazione: questo articolo non ha alcun intento politico, è solo un excursus storico volto ad informare e ad approfondire in modo neutrale e super partes un capitolo della storia europea, francese ed ebraica. Chiunque voglia discutere di argomenti inerenti Israele, Palestina e la questione mediorientale è pregato di farlo in contesto più appropriato, ovvero altrove. L’autrice non ha alcuna intenzione di esporre il proprio pensiero in merito alla faccenda. Grazie.

Pasqua: niente colombe, qui solo galli (e pochissime campane)

La ricorrenza più importante nella tradizione ebraico-cristiana è la Pasqua: il capro espiatorio viene immolato, il popolo in schiavitù è liberato, all’umanità sono rimessi i peccati ed essa è testimone della resurrezione della carne.

In Italia siamo abituati a vivere le ricorrenze religiose come un dato di fatto. Che sia la festa del santo patrono, l’8 dicembre o Ferragosto, si sta a casa, spesso senza far caso al motivo per cui quel dato giorno “è festa”.
Viceversa, la Francia, che dalla notte di San Bartolomeo è stata capace di arrivare alla costituzione civile del clero (qui, qui, qui e qui i link alle due pagine Wikipedia e Treccani per rivedere questi due interessantissimi episodi della storia francese), vive queste pietre miliari dell’anno italico come dei bei dettagli decorativi.
Fatto emblematico: le campane delle chiese, che normalmente da noi suonano ad ogni angolo di strada vista la quantità di case del Signore sparse per le città, in Francia son assai più discrete. Qualcuno potrebbe addirittura insinuare che le chiamate alla preghiera dei muazin siano molto più frequenti degli scampaniiAhah. Ad ogni modo è proprio alle cloches che è legata la credenza popolare più comune di questo periodo dell’anno: si dice infatti che le campane, le quali restano mute durante i giorni precedenti la Pasqua, se ne vadano in giro svolazzando e nascondendo le uova di cioccolata nei giardini. Quindi, se in Inghilterra è un coniglio rosa che se ne occupa, se in Italia sono semplicemente i familiari a metterle in tavola a fine pasto, in Francia ci pensano i vasi sonori volanti.
Probabilmente ciò è dovuto ad un sottile senso di colpa per aver perduto i bourdons originari della bella cattedrale Notre Dame. Si dà il caso, infatti, che tra il 1791 e il 1792, nel pieno dei tumulti rivoluzionari, tutte le campane di Nostra Signora di Parigi sparirono. Si salvò solo la Emmanuel, risalente al 1685, fabbricata dal fonditore Florentin Le Guay. Tutt’ora in funzione, Quasimodo deve aver avuto il suo bel daffare a suonarla, con i suoi 13271 chilogrammi di peso e il suoi 262 cm di diametro. Chissà quante uova di Pasqua riesce a portare, un colosso del genere, quando se la spassa per i cieli di Francia durante la settimana santa!

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Emmanuel, la sola campana superstite a Notre Dame

Comunque, riconducendo il discorso ad un ambito che tanto è caro a noi italiani, se vogliamo parlare di tradizioni dobbiamo necessariamente entrare tra le quattro pareti della cucina di casa: che cosa si mangia per Pasqua? Accantoniamo per il momento la vexata quaestio degli agnelli, che qui sono il piatto forte e vengono cucinati in molti modi (ecco un link adatto ai golosi più curiosi) e occupiamoci delle colombe. Ne ho viste poche, nei supermercati: questo sta a significare che è un dolce italiano ancora relativamente sconosciuto, o comunque meno famoso del Panettone. Io ho fatto assaggiare una colomba artigianale che ho portato con me da casa, nelle Marche, alla mia cerchia di parenti acquisiti francesi, i quali lo hanno molto apprezzato.

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Buon appetito con la colomba!

La tentazione di prenderli in giro e di fare una battuta su una colomba mangiata da dei galletti è stata molto forte, ma sono riuscita a trattenermi. Anche perché, devo ammetterlo, sarebbe stata davvero pessima.

Buona Pasqua a tutti, francesi e non!

Alchimia, massoneria, furfanteria e libertinaggio: quel fil rouge licenzioso e oscuro tra Italia e Francia

Il settecento è un secolo magico: non solo corrisponde al periodo delle grandi rivoluzioni, ma, nella sua struggente bellezza e contraddizione, può esser considerato il canto del cigno di un’epoca dorata che si conclude con la decapitazione dell’ancien régime a Place de la revolution.
Personaggi di varia levatura intellettuale e di diverso carisma intrecciarono i loro percorsi per le contrade europee, in quel periodo. Oggi voglio dipanare quella fitta matassa di fili per tessere una piccola rete di coincidenze e curiosità che, spero, appassionerà il lettore.

Comincio da Venezia, città libera e indipendente che ha partorito spiriti peculiari e avventurosi. Uno tra tutti fu Giacomo Casanova (Venezia, 2 aprile 1725 – Dux, odierna Duchcov, 4 giugno 1798). Figura affascinante, tanto charmant da diventare un’antonomasia, privilegio concesso a pochi. Furono lui e le sue prodezze ad ispirare il Don Giovanni mozartiano? È vero che mise mano al testo di qualche scena dell’opera? Probabile. D’altra parte è storicamente provato che Casanova conobbe personalmente, tra Francia e Boemia, sia il coprolalico ed infantile genio austriaco (Salisburgo, 27 gennaio 1756 – Vienna, 5 dicembre 1791), sia il librettista Lorenzo da Ponte (Ceneda, 10 marzo 1749 – New York, 17 agosto 1838), veneto anche lui.
Ecco un altro libertino impenitente. C’è da scommetterci che Casanova e Da Ponte fossero una bella coppia d’assi e non meraviglia che avessero intrecciato una solida amicizia, cementata forse dalla condivisione del debole per il gentil sesso.
Lorenzo da Ponte, nato Emanuele Conegliano, israelita, fu fatto cristiano per volere del padre che, dopo una lunga vedovanza, volle risposarsi con una goyà. Entrato in seminario, affinò le proprie capacità di scrittore e prese i voti, salvo poi farsi bandire dalla Serenissima per “pubblico concubinaggio”. L’amor sacro non interessava tanto Da Ponte quanto quello profano. Dunque, cacciato da Venezia, peregrinò tra Gorizia e Dresda per arrivare, nel 1781, a Vienna. Là conobbe Mozart e, sebbene le sue annotazioni in proposito siano eccezionalmente stringate, la collaborazione tra loro fu talmente proficua da produrre le cosiddette tre opere italiane, che sono anche le più conosciute della produzione mozartiana.

Se Casanova e Da Ponte condividevano origini venete e libertinaggio e se Mozart e Da Ponte furono stretti collaboratori a Vienna, Casanova e Mozart, oltre che dal Don Giovanni, sono accomunati da un ulteriore fattore: la massoneria.
Che cos’è più emblematico del settecento se non la massoneria? In un mondo ancora attaccato alle vecchie regole feudali, è stata proprio lei a permettere ad individui come Casanova e Mozart di entrare in contatto con la casta del potere: Casanova non era altro che il figlio di attori e ballerini, Mozart veniva da una famiglia di musicisti. Gli artisti, per quanto acclamati, erano relegati agli appartamenti della servitù, mangiavano al tavolo dei valletti. Fu grazie alla loggia massonica che poterono invece sedere alla mensa dei potenti, rapportarsi con loro da uomini a uomini, non più da popolani a nobili. In tal senso, dunque, nulla fu più illuminista e rivoluzionario della massoneria.
Forse fu merito della rete di contatti sviluppata dalla Loggia che Casanova ebbe l’occasione di fare un incontro per la descrizione del quale scrisse numerose pagine nelle sue Memorie. Ferney, Svizzera, 1760: Casanova andò a trovare Voltaire (Parigi, 21 novembre 1694 – Parigi, 30 maggio1778), probabilmente il più importante intellettuale del ‘700, l’acerrimo rivale di Rousseau, vicino al quale per ironia della sorte è sepolto al Panthéon di Parigi.

Voilà le plus heureux moment de ma vie. Il y a vingt ans, Monsieur, que je suis votre écolier.

Il libertino lo considerava suo maestro, come potete leggere, ed era profondamente affascinato dai suoi scritti, sebbene fossero estremamente critici verso la classe sociale a cui lo sciupafemmine aveva desiderato di appartenere a pieno titolo per tutta la vita. Prova ne sia il passo delle sue Memorie in cui narra di quanto s’affannò per attirare l’attenzione di una nobile della corte di Versailles, famosa ancor oggi per la sua bellezza, una donna che esercitò il suo fascino non solo sul suo “prestigioso” amante (nientemeno che il re Luigi XV), ma anche su un circolo di dotti e intellettuali ch’ella riuniva nel suo salotto, il cui fiore all’occhiello era proprio, guarda un po’, Voltaire. Sto parlando di Madame de Pompadour (Parigi, 29 dicembre 1721 – Versailles, 15 aprile 1764).

È a questo punto che voglio introdurre un’altra figura. La sua identità è misteriosa, avvolta in una nebbia che è più impenetrabile del tempo. Costui è legato per diversi gradi a ciascuna delle persone che ho già citato in questo articolo. Quando si dibatte su quest’uomo si dà spazio a congetture e a possibilità di ogni sorta. Il buon senso si fa da parte per permettere alla mente di accettare cose inimmaginabili. Per citare un autore più recente

Una volta eliminato l’impossibile, ciò che resta, per quanto improbabile, deve essere la verità.

Molti di voi avranno già trovato per caso in qualche testo il nome del Conte di Saint Germain (23 febbraio 1712? – Eckernförde, 27 febbraio 1784?).
Chi era costui? Non so dirvelo. Un massone, questo è sicuro, introdotto in diverse logge. Un alchimista, è risaputo. Un mago, è stato detto. Un Illuminato, hanno vociferato. Un immortale, si è sentito dire. Apparso in luoghi distanti e diversi allo stesso momento, testimonianze lo riportano, vissuto per un tempo indefinito, forse tuttora in vita, forse ancora giovane e uguale al se stesso di sempre. Gli si attribuisce la paternità di un libro ermetico e magico chiamato La très sainte Trinosophie.

saintgermain

L’unica cosa sicura è che questo Conte di Saint Germain è stato conosciuto da Casanova, quando questi si dilettava in esperimenti di magia e di alchimia; da Mozart, che ne lodava le abilità col violino; da Madame de Pompadour che lo introdusse alla corte di Francia; da Voltaire, che scrisse di essere impressionato dalla capacità del Conte di rimanere sempre giovane e immutato, anche a distanza d’anni.

C’est un homme qui ne meurt point, et qui sait tout.

Casanova, colpito dall’aura che circondava il misterioso nobile, gli riconosceva sapere e poteri. Nella sua autobiografia vi sono dei passi in cui riporta i discorsi del Conte a proposito del Concilio Tridentino: ne parlava come se vi fosse stato veramente, come se avesse visto e sentito tutto con i suoi occhi e le sue orecchie. Tuttavia il donnaiolo veneziano detestava il fatto di passare in secondo piano, agli occhi delle dame, nel momento stesso in cui il Conte faceva il suo ingresso nella stanza. Fu forse a causa di questo risentimento che arrivò a provocarlo a casa di Madame d’Urfé (1705 -13 novembre 1775), eccentrica dama francese, famosa al tempo per i suoi esperimenti magici e spiritici.
Questa donna costituisce uno snodo importante: ella fu un punto di contatto tra l’enigmatico Conte, Giacomo Casanova ed un altro italiano, un siculo per la precisione, anch’egli diventato antonomasia nella nostra lingua. Un furfante, un cialtrone, un lenone, uno spregiudicato massone e sedicente mago che si faceva chiamare Conte di Cagliostro (Palermo, 2 giugno 1743 – San Leo, 26 agosto 1795).

La D’Urfé praticava magie e sedute spiritiche. Fu Cagliostro, a quanto pare, ad evocare per lei l’anima di Paracelso e di un altro mago del passato. Fu il Conte di Saint Germain a lavorare con lei a pratiche alchemiche che includevano la cabala e la pietra filosofale. Fu Casanova a praticare riti e magie “rigeneratrici” assieme a lei.
Tralasciando il fatto che oltre ai sortilegi e alle stregonerie condividevano anche il letto, Casanova pare abbia attinto abbondantemente dalla borsa della marchesa, forte della credulità di lei e della propria impunità.

La magia e le logge massoniche fecero sì che Casanova e Cagliostro, come ho detto comuni conoscenti di madame d’Urfé, si incrociassero ad Aix-en-Provence, in un’osteria. Il donnaiolo veneto fece da cicerone al furfante e alla di lui moglie, poi insieme si diedero ad esperimenti alchemici e magici.

Cagliostro conobbe anche Saint Germain, e qui la cosa si fa interessante. Pare che i due fossero stati collaboratori: quando Cagliostro fu trasferito alla Rocca di San Leo per il carcere a vita, nella sua vecchia cella di Castel Sant’Angelo fu ritrovato proprio La très sainte Trinosophie. Sembra che la frequentazione tra i due alchimisti abbia avuto luogo a Parigi, negli anni in cui, presumibilmente, Cagliostro prese parte anche al famigerato affaire della collana, uno scandalo che coinvolse in prima persona la sventurata regina Maria Antonietta (Vienna, 2 novembre 1755– Parigi, 16 ottobre 1793). Ella stessa ebbe modo di conoscere personalmente il Conte di Saint Germain. La storia narra che nel 1774, all’indomani della morte di Luigi XV, avvenne l’incontro tra la sovrana e il mago: egli le predisse un funesto futuro, in cui la monarchia sarebbe stata rovesciata. Più volte, in seguito, il Conte fece pervenire messaggi a Maria Antonietta, per avvisarla, per metterla in guardia. Sappiamo che questi tentativi non ebbero un esito positivo.
La Bastiglia, che negli anni ’10 del ‘700 aveva avuto come illustre ospite lo stesso Voltaire, perseguitato per i suoi scritti satirici, fu presa il 14 luglio 1789. Meno di due settimane prima un detenuto del carcere parigino, affacciatosi attraverso le sbarre della finestra della sua cella, aveva urlato alla gente di sotto, in strada:

«Qui stanno sgozzando i prigionieri!»

In conseguenza a quest’atto di ribellione, il 4 luglio il prigioniero fu trasferito al manicomio di Charenton. Costui altri non era che il marchese Donatien-Alphonse-François De Sade (Parigi, 2 giugno 1740 – Charenton-Saint-Maurice, 2 dicembre 1814), anche noto come il Divin Marchese, il massimo perverso, il libertino più sfrenato e malato che la storia ricordi.

Il 16 ottobre 1793 Maria Antonietta, che nell’infanzia aveva anche fatto la conoscenza dell’impertinente Mozart, fu decapitata e l’Illuminismo giunse alle sue estreme conseguenze con il periodo del terrore. Un mondo tramontava, l’epoca moderna vedeva la sua fine e presto sarebbe iniziata quella che i manuali di storia riportano comunemente come “epoca contemporanea”.