Pillola: frammento di viaggio realmente accaduto

Un treno cadente rotola verso Genova. Due valigie pesanti con me, una estranea, rossa, abbandonata qui in mezzo al vagone da qualcuno troppo stanco per conservare il suo passato. A fianco a me una suora filippina e una africana spiegano il sacrificio di Cristo sulla croce ad un musulmano balcanico. Io sto leggendo del suono del tempo.
Ne jetez aucun objet par la fenetre.

Solamente i vostri cuori.

Stazione di Genova Piazza Principe
Stazione di Genova Piazza Principe

Coast to coast

Raggiungere la Costa Azzurra partendo da quella Adriatica non è un viaggio lineare, specialmente se lo si affronta utilizzando il treno. Va ammesso che, effettivamente, è un mezzo romantico: concilia la riflessione, la lettura e l’osservazione, snerva, stanca, frustra e puzza. Il paesaggio fuori dal finestrino cambia insieme allo stato d’animo, andando dal gioioso pragmatismo delle colline marchigiane verso l’indolente piattume padano. Dall’ossessivo cemento milanese si arriva ad un’aspra e laconica strettezza genovese. Si va lenti lungo un pigro e scomodo litorale fino alla flemmatica e rilassata costa francese. Sembra quasi un avvicendarsi di scenografie teatrali di un dramma il cui attore principale è l’umore del viaggiatore.

Viceversa, il tragitto nel senso opposto è drammatico, lento, tentennante, illogico, impaziente. Alienante. Specie se non tutte le coincidenze e gli orari vengono rispettati, se ci si perde in stazioni dimenticate da Dio alle dieci di sera, aspettando Intercity che sembrano non arrivare mai.

Che si vada in un senso o nell’altro, si deve comunque passare per Ventimiglia. Questa cittadina ha un je ne sais quoi di tetro. Forse è così in tutte le città di frontiera del mondo, ma a Ventimiglia in particolare si soffre, si percepisce nell’aria un’atmosfera di passaggio, un’inquietudine kafkiana che si aggrappa alle viscere con le zanne di una tenia, investendo il viaggiatore di una malinconia foscoliana. Ci si sente profughi, apolidi, rifugiati, in quella città, proprio come quei poveretti che hanno subito il respingimento di frontiera e sono stati costretti ad accamparsi sugli scogli.

Che si sia pendolare veterano o novellino di primo pelo, si è sempre un po’ stupiti e contrariati dalla lunghezza del litorale ligure e provenzale. La loro estensione è esasperata dalla conformazione frastagliata della costa, piena di rientranze e sporgenze, che allungano in modo estenuante il tragitto da percorrere. Ciò colpisce ancor di più il nativo della costa Adriatica, tutta dritta e lineare.

Forse questa differenza di conformazione costiera è una metafora efficace per definire il cambiamento che avviene nel cuore di chi lascia la morbida dolcezza dei profili marchigiani per l’aspra ricchezza del sud francese: una vibrazione nuova muove le corde del cuore, il petto risuona di nuovi accordi e tutto si tinge di una sfumatura verde, come i vigneti provenzali, come il mare in autunno, come una speranza appena nata.

Amoureux sur la terrasse de la Bouillabaisse

Terrazzina della Bouillabaisse
Terrazzina della Bouillabaisse

Tornata a casa, di notte, mi sembrava di soffrire di quel raro disturbo, che ha il nome di una figura retorica, chiamato “sinestesia”.

Ero come ricolma di suoni colorati, odori sgargianti, sapori melodiosi, immagini morbide. Ho preso una penna e il quaderno, per registrare ciò che era successo, per cristallizzare il momento in cui era accaduto:

Arrampicatami sugli scogli, mi guardai intorno: la via lattea era sopra di me, nella sua opacità miracolosa, non disturbata dalle luci provenienti dall’altro lato del promontorio. Un faro lontano, su un’isola prospiciente la costa, ammiccava regolarmente nel buio.
I miei piedi, messi a dura prova dalle rocce, ora posavano su una piattaforma stabile, su cui il mare, nel tempo, aveva depositato strati di alghe, come a farne un umile omaggio alla terraferma.
Dentro, tutto deflagrava silenziosamente.