I gioielli della corona italiana e della corona francese, un’indagine appassionata – parte 1

Sebbene siano due repubbliche, la Francia e l’Italia hanno un passato fatto di splendori reali se non addirittura imperiali.

Ogni tanto, in occasione di cerimonie importanti come le aperture dei parlamenti, le cene di stato, i matrimoni reali, le premiazioni Nobel, vediamo le case regnanti ancora esistenti in Europa (Gran Bretagna, Spagna, Monaco, Belgio, Lussemburgo, Danimarca, Svezia, Norvegia) sfoggiare i gioielli di famiglia. Talvolta a queste riunioni partecipano anche i membri di case reali non più in auge, come la famiglia reale greca, spodestata dalla dittatura dei colonnelli, gli eredi Savoia, i pretendenti al trono delle Due Sicilie (un ramo borbonico), gli eredi della corona di Portogallo, nobili di antichissime case tedesche, i pretendenti al trono asburgico e anche discendenti della famiglia reale di Francia. Essi hanno ancora molti gioielli di famiglia nelle loro casseforti, pezzi storici ed importanti.

Ma il grosso dei gioielli della corona italiana e della corona francese non si trova più in mano ai pretendenti al trono. In linea di massima si può affermare che la maggior parte dei gioielli reali francesi si trova oggi al Museo del Louvre, mentre quelli italiani si trovano in parte in possesso dei pretendenti al trono che hanno ricevuto in eredità i pazzi portati dalla famiglia in esilio in Portogallo, e in parte in un caveau della Banca d’Italia. Fu lo stesso re Umbero II a consegnarli alla banca, tramite l’avvocato Falcone Lucifero che, all’indomani del referendum del giugno 1946, si presentò alla Banca  d’Italia portando un cofanetto a tre piani in cui erano custoditi i gioielli della corona e l’ordine manoscritto di re Umberto II di ridarli alla nazione, ad uso “di chi di dovere”. Pare che codesto scrigno, chiuso da ben dodici sigilli possa essere aperto solo in presenza del presidente della repubblica e del governatore della Banca d’Italia. Il valore di questi oggetti ad oggi sarebbe di circa un miliardo e mezzo di euro: in totale, in quel tesoro, ci sono pietre per più di 1200 carati.

De amore gallico vi porterà in viaggio alla scoperta di bellezze scintillanti, preziosissime e che farebbero gola anche al più morigerato degli individui. Signore e signori, mesdames et messieurs, mettetevi comodi, lo spettacolo sta per iniziare.

Per gioielli reali si intende l’insieme dei gioielli della corona di uno stato, ovvero tutti quegli oggetti di valore (corone, diademi, tiare, spille, parures e demi-parures, regalie, globi, scettri etc.) che appartengono alla casa reale e che vengono usati dai suoi componenti. Vi sono i gioielli ufficiali, che hanno un alto valore simbolico e che sono utilizzati esclusivamente durante cerimonie di stato il cui significato storico, morale, financo religioso, è altissimo (l’incoronazione e l’intronazione, ad esempio). Codesti non sono al centro della nostra indagine, anche perché, strano davvero, i re italiani non sono mai stati protagonisti di vere e proprie cerimonie di incoronazione.
Poi ci sono i gioielli privati, ovvero oggetti che sono stati donati personalmente ad alcuni membri della casa reale e che son divenuti parte dell’eredità che si è tramandata di sovrano in sovrano, o magari di madre regale in regale figlia. Le parures e le demi-parures fanno parte di questa categoria.
Sarà su questi gioielli che la nostra attenzione si concentrerà.

Specifichiamo una cosa: le parures sono dei set di gioielli che comprendono un diadema o tiara (i due termini sono oggi usati indifferentemente), una o più collane, orecchini, spille, devant de corsage (che altro non è che una grossa spilla), e anche braccialetti, spesso ricombinabili in diverse configurazioni come collarini o cinture. Una demi-parure è un set che può comprendere tutto questo tranne la tiara.

La corona ferrea

Per quello che riguarda i gioielli ufficiali della corona italiana, desidero menzionare esclusivamente la Corona Ferrea, simbolo sacro del potere sulla penisola. Si dice che la lamina di ferro posta all’interno del cerchio regale sia stata fatta fondendo uno dei chiodi della croce di Gesù; per questa ragione essa è anche una reliquia sacra ed è oggi conservata nel duomo di Monza. Nonostante la sua importanza, essa non è stata mai utilizzata per le incoronazioni; è antichissima, la datazione fatta con il carbonio 14 indica che alcune parti sono databili addirittura tra i V e il VI secolo.

Ma veniamo agli oggetti privati, il clou della nostra ricerca, la parte più frivola dei miei interessi personali. Le tiare, i diademi, le collane… solo a pensarci viene il capogiro! Casa Savoia, tradizionalmente, ordinò quasi tutti i gioielli che nel tempo entrarono a far parte della collezione ad una gioielleria in particolare, Musy, fondata a Torino addirittura nel 1707. Ora, non dovete aspettarvi una quantità di gioielli che possa far concorrenza alle segrete londinesi o ai forzieri svedesi o agli scrigni olandesi. La monarchia italiana fu di breve durata e sicuramente molto meno ricca di altre corone europee, ma la collezione è comunque molto bella e in ogni caso più vasta di quella belga (pappappero). Ecco qui di seguito una selezione degli oggetti più interessanti dal punto di vista storico ed estetico. Per la maggior parte si tratta di tiare e diademi. Le collane, i bracciali e le spille sono numerosissimi e di difficile reperibilità, almeno per quello che riguarda i gioielli italiani, e si è preferito tralasciarli.

Iniziamo con la parure di diamanti e tormaline rosa. Questo ensemble eccezionale è stato visto di recente nel 2003, al matrimonio di Emanuele Filiberto con l’attrice francese Clotilde Coureau. La mariée per l’occasione indossò la tiara e gli orecchini, ma la parure consta anche di una collana, un collarino, una spilla e dei bracciali. Questa parure fu donata dalla Regina Maria Teresa di Sardegna alla sposa di suo figlio, il principe Ferdinando, Duca di Genova, nel 1850. Oro, diamanti e tormaline rosa, intercambiabili inizialmente con granati, coralli e pare anche acquamarine, fanno di questo set una vera meraviglia.

Il diadema Musy della regina Margherita è un oggetto spettacolare risalente al 1904. Esso può essere indossato in ben otto diverse configurazioni. Nelle foto sono illustrati sette modi diversi in cui la tiara può presentarsi.

Questo ornamento meraviglioso, fatto di oro, diamanti e perle, alla morte di Margherita fu ereditato dal nipote Umberto II, che lo donò a sua moglie Maria Josè, l’ultima regina d’Italia, che lo indossò il giorno del suo matrimonio. Maria Josè lo portò con sé in esilio e lo lasciò in eredità alla nuora, Marina Doria.

La tiara a nodi e stelle della duchessa di Aosta è un altro pezzo da novanta, manufatto sempre dalla gioielleria Musy nel 1895. La struttura di questo diadema, interamente incrostato di diamanti, è molto elaborata: la base, che si può portare come un bandeau secondo la moda degli anni ’20, o come un diademino puntellato di smeraldi (smeraldi che si trovano oggi al collo della principessa Astrid del Belgio – eh sì) è decorata con un motivo di nodi Savoia, la parte superiore è composta da un motivo a festone e a stelle. La prima foto mostra la configurazione originale di questa corona, con le stelle molto elaborate e attorniate da diamanti satelliti. Oggi essa è meno flamboyant, ma mantiene pur sempre una certa imponenza e regalità. Nella seconda foto potete vedere le trasformazioni subite da quando la corona era indossata da Elena, Duchessa d’Aosta nata d’Orléans, fino ai giorni nostri, più o meno. Il diadema appartiene al ramo cadetto dei Savoia, gli Aosta, che contendono il trono italiano a Vittorio Emanuele, a causa dei suoi problemi con la giustizia e per aver sposato la borghese Marina Doria senza l’assenso di Umberto II.

La tiara di perle e diamanti a nodo Savoia della regina Margherita fu prodotta da Musy nel 1883 e pare si trovi attualmente nel famoso scrigno alla Banca d’Italia. Ecco qui una foto d’epoca che ne illustra la bellezza. Quando divenne Regina d’Italia, Margherita non aveva delle gioie degne della sua posizione. Ecco quindi che, per l’anniversario del quindici anni di matrimonio, re Umberto le donò il gran diadema. Esso è composto da undici ampie volute di diamanti di taglio circolare, intersecate da un giro di perle e sormontate anche da undici perle a goccia. In questo oggetto assolutamente incredibile sono incastonati in totale 541 brillanti per un peso pari a 292 carati

La tiara Mellerio a motivi di alloro raffigurata qui sopra fu prodotta nel 1867 ed è composta di diamanti incastonati in oro e argento. Margherita la ricevette in dono da parte del futuro suocero, il re Vittorio Emanuele II, per il suo matrimonio con il principe Umberto. Oggi appartiene all’Albion Art Institute, poiché fu venduta dopo la morte di Maria Josè da una delle sue figlie.

Ecco qui un breve sunto sui diademi principali appartenuti alla casa reale italiana. Vi sarebbero molti altri pezzi da includervi, ma risulta complesso fare delle ricerche esaustive e complete sulla totalità dei gioielli Savoia. Le vicende storiche che si sono abbattute sulla casata piemontese hanno reso molto difficile rintracciarli tutti. Non si sa quali e quanti gioielli siano contenuti nella Banca d’Italia. La stima riportata in questo post è approssimativa. Speriamo che prima o poi sia possibile visitare una mostra permanente in cui questi preziosi siano esposti al pubblico. D’altra parte ora appartengono allo Stato Italiano e sarebbe bene che si potesse godere della loro bellezza e della loro importanza storica.

Qui si è trattato principalmente di tiare e diademi, che sono simbolo della regalità e della dignità dei sovrani. Un giorno, forse, De amore gallico vi presenterà “I paralipomeni dei gioielli della corona”, una lista dettagliata di tutte le collane, anelli, spille e altri ornamenti che non sono stati discussi in questa sede. Per il momento, però, preparatevi alla seconda parte di questo articolo, focalizzata sui gioielli francesi. A bientôt!

Le foto non sono mie, sono state trovate nel web e il copyright appartiene ai legittimi proprietari.

La Forêt de Broceliande: leggende, fate, maghi, storie fantastiche e cavalleresche

La canicola, quella vera (per info su quella falsa leggere qui), è infine arrivata e ci sta stritolando nella sua morsa feroce. Spesso mi sorprendo a rinfrescarmi viaggiando col pensiero verso climi più rigidi, verso terre più fredde: la mente mi porta tra i fiordi scandinavi, sui laghi scozzesi, nelle verdeggianti brughiere irlandesi. Questi luoghi straordinari sono dalla notte dei tempi l’ambientazione di storie fantastiche, racconti di fate e mitologie appassionanti.

Anche la Francia ha un luogo profondamente legato ai cicli mitologici arturiani e alle tradizioni ancestrali del popolo celtico. È la meravigliosa Bretagna, penisola protesa verso le infinità oceaniche nel nord-ovest dell’Esagono, terra di fascino e magia. Uno dei siti bretoni più favolosi è la Foresta di Brocelandia.

Ufficialmente denominata “Forêt de Paimpont”, Brocelandia è spesso citata nei menù delle crêperies bretonnes, le quali non mancano mai di intitolare una delle specialità della casa al bosco incantato, teatro delle avventure della Dama del Lago, Viviana, e di Merlino.

Chrétien de Troyes (circa 1135 – 1190), poeta francese medievale, maggiore esponente della letteratura cavalleresca e cortese in Francia, ne parla nelle sue opere Erec et Enide, Cligès, Lancelot ou le chevalier de la charrette, Yvain ou le chevalier au lion, Le Roman de Perceval ou le conte du Graal, titoli che compongono il cosiddetto “ciclo bretone”.

Merlino e Viviana in un’incisione di Gustave Doré

Brocelandia è una foresta di latifoglie e conifere. Qui potete trovare la mappa che vi illustra la sua estensione e i sentieri più suggestivi da percorrere per godere della sua magica atmosfera.

La fontana di Barenton, una fonte incantata che compare anche nell’opera Yvain ou le chevalier au lion, si trova vicino al villaggio La Folle Pensée, così chiamato per le virtù curative dell’acqua della fonte: si credeva infatti che essa potesse guarire gli spiriti pazzi, le menti disturbate. Pare comunque che l’acqua ogni tanto offra uno spettacolo notevole: malgrado la temperatura molto bassa, infatti, può capitare che essa ribollisca come in un pentolone sul fuoco. La tradizione popolare vuole inoltre che le fanciulle in cerca d’amore possano andare alla fontana, gettarci dentro uno spillo pronunciando una formula di buon augurio e ritrovarsi sposate prima di Pasqua!

La tomba di Merlino

La tomba di Merlino, o forse sarebbe meglio dire il luogo dove si trova la torre d’aria incantata costruita dalla fata Viviana per imprigionare il grande druido di lei follemente innamorato, è ciò che resta di un sito di sepoltura del neolitico. Esso era costituito di megaliti, ma purtroppo fu in parte distrutto nel XIX secolo. Ora non resta altro che una coppia di pietre che ricorda due amanti vicini, protesi l’uno verso l’altra.

Nella foresta di Brocelandia ci sono anche alcuni alberi notevoli, dei totem naturali, esseri viventi antichissimi che fanno pensare agli Ent della Terra di Mezzo: la quercia Gullotin, ad esempio, è un albero che ha tra gli 800 e i 1000 anni e il cui tronco sfiora i 10 metri di circonferenza. Il suo nome si deve all’abate Gullotin il quale, durante la Rivoluzione Francese, trovò rifugio in questo albero (in, non su, perché si nascose dentro un anfratto del tronco) per sfuggire alla furia anticlericale dei giacobini rivoluzionari.

La quercia Gullotin

Io non ci sono mai stata, ma desidero moltissimo visitare questa terra di fiaba e mistero. Mi piacerebbe molto poter fare un tour celtico, partendo dalla Bretagna, passando per l’Irlanda, la Scozia, scendendo verso il Galles, la Cornovaglia, per finire in Normandia.

Chissà che in questa peregrinazione non mi imbatta in qualche fata o folletto?

Le foto non sono mie, sono state trovate nel web e il copyright appartiene ai legittimi proprietari.

La Bravade di Saint Tropez, tradizione e fede

Quest’oggi è la giornata della Bravade de Saint Tropez, una festa che unisce fede cristiana, tradizione popolare e orgoglio cittadino.

La Bravade in sé per sé è una parata di tropeziani in costume tradizionale, muniti di tamburi, trombette, fucili e moschetti, costituita di diverse parti e fasi che si articolano nell’arco di tempo di tre giornate: il 16, 17 e 18 Maggio di ogni anno.

Il nome fa risuonare subito alle nostre orecchio la parola “bravo”. Andiamo ad analizzarne l’etimologia; il sito Una parola al giorno dice:

Dallo spagnolo: bravo, forse a sua volta dal latino: pravus storto, malvagio, o da barbarus selvaggio, indomito.
Vedendo l’etimologia paradossale di una parola tanto certa e comune qualcosa proprio non torna. Il bravo è l’esatto contrario del selvaggio e del malvagio. Un bravo bambino, una brava persona… hanno qualità di posatezza ed onestà!
Non dobbiamo però scordare il cuore levantino in cui questa mediterranea parola ha ribollito per secoli, acuto nello scovare qualità positive nella canaglia.
Lo storto, fuori regola, è anche eccezionale, e così il selvaggio è indomito, valoroso, e non conosce paura. È vero, restano ancora in piedi i connotati più torbidi delle bravate, delle notti brave, dei bravi di Don Rodrigo, ma sono marginali: la radice di questa parola è esplosa nel mondo in un cristallino odore di apprezzamento, stima, nel vigore dell’abilità volta al bene. Così possiamo pensare al coraggioso inglese, il “brave”, e pensiamo all’universale “bravó” che rimbomba acclamante nei teatri più eleganti di tutto il globo.
Da noi è una parola normale, fondamentale – in virtù della sua storia, forse quasi identitaria, per la nostra cultura. Da piccoli facciamo i bravi a modo nostro e poi diventiamo bravi nel nostro lavoro, tornando a casa ci gustiamo una brava cena – splendido rafforzativo – e portiamo fuori il cane, dicendogli bravo quando ringhia alla vicina bisbetica. Il bravo resta ciò che spicca senza frastuoni, armoniosamente, al suo posto, in un modo anche originale, ormai ripulito dalle passate depravazioni – di cui è però rimasto lo smalto allegro e capace


Le bravate e i bravi di Don Rodrigo hanno tutto a che fare con la Bravade de St.Tropez. A partire dal IX secolo, i pirati saraceni facevano spesso incursioni e scorribande lungo le coste provenzali. Si dice addirittura che la cittadina di Ramatuelle, nella cui municipalità si trova l’arcinota spiaggia di Pampelonne, sia stata fondata da alcuni turchi rimasti a terra dopo un attacco pirata. La prova sarebbe l’etimologia del toponimo: rahmat Allah significa infatti “provvidenza divina” in arabo.

Busto del santo in processione

Fu così che i cittadini tropeziani si organizzarono e si armarono per difendersi dai mori, nominando un condottiero, il Capitain de la ville. Con delle lettere patenti reali, la sua autorità e il suo raggio d’azione furono ufficialmente riconosciuti e la carica restò importante ed attiva fino all’arrivo dell’assolutismo e della centralizzazione totale del potere nella persona del Re Sole. Egli stabilì che una guarnigione fissa dovesse acquartierarsi sul promontorio strategico all’entrata del golfo di Saint Tropez, laddove ora sorge la Citadelle, che ospita un bellissimo museo di storia marinara. I cittadini furono così “espropriati del potere militare” e la difesa della zona fu delegata ai soldati professionisti. Ma i fieri tropeziani si rifiutarono di rendere le armi. Le conservarono e, non potendole usare per la difesa, iniziarono a rispolverarle ogni anno in occasione della festa del santo patrono, come a dire “siamo pronti, nel caso ci fosse bisogno di noi”. Una bravata bella e buona! Ecco perché i tre giorni di Bravade sono accompagnati da un continuo esplodere di colpi a salve.

Costumi tradizionali

Insieme ai fucili e ai costumi provenzali antichi, i tropeziani accompagnano in processione la statua del loro santo patrono, contornata di tanti mazzolini di pitosforo profumato e benedetto: si tratta si San Torpete, ufficiale altolocato della guardia imperiale romana, originario della città di Pisa il quale, al tempo di Nerone, ebbe il coraggio di “fare coming out” e annunciare al folle imperatore piromane la sua fede cristiana (fu convertito nientemeno che da San Paolo in persona). Torpete rifiutò l’abiura impostagli da Nerone e per questo fu martirizzato. Dapprima cercarono di darlo in pasto alle fiere, le quali si accucciavano docili ai suoi piedi. Poi lo vollero flagellare, ma la colonna a cui fu legato cadde a terra. Finirono con il decapitarlo alla foce dell’Arno il 29 Aprile del 68 d.C. I cristiani di Pisa raccolsero la sua testa e la conservarono come santa reliquia in una cappella a lui dedicata. Il corpo fu messo insieme ad un gallo e ad un cane, che presumibilmente dovevano cibarsene, dentro una barca, che fu sospinta al largo dai venti e fu trasportata placidamente dalle acque fino alle coste dell’antica Gallia. Fu una donna, Celerina, avvertita in sogno, che andò in spiaggia ad accogliere la salma del santo, rimasta miracolosamente intatta. Il cane restò con lei, il gallò saltellò fino a qualche chilometro dalla costa, e si fermò in mezzo ad un campo di lino. Era le coq au lin, il volatile che diede il nome al villaggio di Cogolin.

Un luogo di culto fu poi edificato velocemente e le spoglie del santo vi furono traslate il 17 Maggio.

Saint Tropez
Pisa

Ecco anche spiegato perché i colori della Bravade sono il bianco ed il rosso: stanno a simboleggiare il legame tra Saint Tropez e la città di Pisa, una delle grandi repubbliche marinare del medioevo, il cui stemma è proprio bianco e rosso.

Chiedere aiuto c’est français!

Per una serie di motivi mi sono imbattuta in un volume di teoria sulle procedure di sicurezza da implementare a bordo di un’imbarcazione o di un velivolo in caso di emergenza grave. Mayday, Pan pan, SOS... alte frequenze, medie frequenze… ci sono tante cose da imparare, è una materia interessante e anche molto vasta.

Con il mio solito piglio investigativo-linguistico, sono andata a guardare le etimologie delle espressioni di soccorso più comuni, e con grande sorpresa ho scoperto che derivano quasi tutte dalla lingua francese.

Mayday, ad esempio, è una parola che indica un’emergenza, una questione di vita o di morte e in radiofonia è utilizzata per le imbarcazioni e per i velivoli che hanno bisogno di aiuto. Nella gerarchia delle espressioni usate, è la più grave, la più importante, quella che annichilisce tutte le altre comunicazioni radio e che ottiene la precedenza. Va ripetuta tre volte all’inizio del messaggio. Questa espressione è il frutto dell’inglesizzazione di “veulliez m’aider”, vogliate aiutarmi (era pur sempre l’inizio del 1900, la formalità era all’ordine del giorno anche in caso di pericolo). Contratta in “m’aider”, diventa mayday per gli anglofoni. Essa è in utilizzo dal 1927, dopo che nel 1923 un radiofonista dell’aeroporto londinese di Croydon, Frederick S. Mockford l’aveva proposta per facilitare le comunicazioni tra l’aeroporto in cui lavorava e quello di Le Bourget, a Parigi, tra i quali avveniva un intenso traffico aereo.

La tomba di Mockford

Pan pan, sempre ripetuto tre volte all’inizio della comunicazione radiofonica, deriva dalla parola francese panne, che in italiano troviamo esclusivamente nella locuzione “rimanere in panne”, associata dunque a motori, mezzi di locomozione, meccanica in linea generale, ed è pronunciata come il plurale di “panna”. Come ci suggerisce questa espressione, in radiofonia questa formula è usata per urgenze di minor gravità rispetto al mayday.

Securité si utilizza per comunicazioni non gravi ma che possono influire sulla sicurezza del bastimento, come le condizioni meteorologiche, oggetti galleggianti sulla rotta, alberi maestri di navi affondate che riaffiorano in superficie. Anche in questo caso la parola va ripetuta tre volte all’inizio della telecomunicazione.

SOS ha una storia molto conosciuta: fu scelto come sigla universale per chiedere aiuto grazie alla semplicità con cui può essere computata nel codice Morse … – – – … Per dargli un senso, nelle varie lingue gli esperti di telegrafia e radiofonia hanno provato ad abbinare delle parole pertinenti al contesto di emergenza che iniziassero con la S e la O: save our ship, save our souls in inglese, salvateci o soccombiamo, soccorso occorre soccorso in italiano. Fu scelto nel 1906, a Berlino, durante la conferenza internazionale di telegrafia e probabilmente fu utilizzato nel 1912 dalla nave Titanic, quando entrò in collisione con l’iceberg.

Il Titanic

Quell’evento sfortunato sta all’origine di molte innovazioni nel campo della sicurezza e delle telecomunicazioni. All’indomani della tragedia furono organizzate numerose conferenze e incontri internazionali di esperti e studiosi delle varie discipline che concorrono a gestire la vita a bordo di un velivolo o di una nave: ingegneri, fisici, radiofonici, marinai, telegrafisti, meteorologi, cartografi etc. Ad esempio si stabilì l’obbligo di avere a bordo su ambo i lati di ogni bastimento il numero di scialuppe di salvataggio esatto per accogliere tutti i passeggeri presenti a bordo. Il che significa il doppio della capienza della nave sotto forma di scialuppe, in totale. Se uno ci pensa, è abbastanza ovvio: in caso di affondamento, la nave può ribaltarsi e impedire l’accesso delle persone a bordo ad uno dei due lati.

La fonte per questo articolo è stato un ex marinaio della marina nazionale francese, ora capitano su una barca privata, che mi ha raccontato tutte queste cose, facendomi anche degli esempi pratici di comunicazioni importanti di sicurezza.

Benvenuti a bordo, filibustieri!

Pillola: il ritorno alla moda dei cahiers de doléances

La crisi dei gilet gialli, in Francia, ha riportato in auge qualcosa di estremamente antico e molto, molto français. Si tratta dei cahiers de doléances.

Un cahier del 1789

Chiunque ne ha sentito parlare, a scuola, quando si affrontava il periglioso scoglio della rivoluzione francese. I quaderni delle lamentele, infatti, furono usati per la prima volta nel 1600, ma i più noti, quelli che son passati alla storia, erano i fascicoli compilati dalle circoscrizioni elettorali dei deputati degli Stati Generali per raccogliere le lamentele del popolo, oppresso dalle tasse, specialmente le decime ecclesiastiche, e dalla disparità sociale.

1789 – 2019.

Le grand débat inaugurato da Macron nel Dicembre scorso e terminato nel mese di Marzo per rispondere alle istanze della popolazione sollevatasi prevede la raccolta delle lamentele dei cittadini. Al tempo della rivoluzione si trattava di 28 milioni di francesi.
Oggigiorno i milioni sono 60.
L’ultima volta finì con il re decapitato, il Terrore e l’arrivo di Napoleone.
Questa volta chissà?

Lo scopriremo nella prossima puntata (!) o nel prossimo Acte dei gilet gialli.

L’affaire dei veleni: scandalo nella Francia del XVII secolo – parte seconda

Quando la Marchesa dei veleni fu giustiziata a Parigi, il 17 luglio 1676, l’attenzione degli inquirenti si volse ad altre morti sospette avvenute negli anni precedenti: la rete di avvelenatori poteva essere più grande di quanto si fosse sospettato in un primo momento, la “polvere della successione” poteva aver mietuto vittime a iosa.

Un certo Perrin, avvocatucolo di scarso successo, invitato ad una cena ben innaffiata di buon vino, udì tale Marie Bosse, conosciuta per le sue doti d’indovina, vantarsi poco prudentemente del successo della sua professione segreta, quella di avvelenatrice. Perrin, che conosceva Desgrez, uno dei poliziotti incaricati di investigare sulla rete di avvelenatori, riferì subito quanto appreso. Gli inquirenti scoprirono che la Bosse aveva fornito veleni alle mogli di numerosi parlamentari. Arrestata, Marie Bosse, in un estremo tentativo di difesa, indicò come vera responsabile una certa La Voisin.

La Voisin

Costei è passata alla storia con questo pseudonimo, ma in realtà si chiamava Catherine Deshayes, vedova di un certo Montvoisin o Monvoisin, gioielliere finito in bancarotta. Per sostentare la famiglia, aveva iniziato a lavorare come chiaroveggente, cartomante, chiromante e maga. Vendeva amuleti misteriosi, aiutava le donne ad abortire, dispensava polveri afrodisiache, organizzava messe nere. Fu arrestata il 12 Marzo 1679. Dalle sue confessioni si risalì a nomi illustri, personaggi in vista come le nipoti del Mazarino e Madame de Montespan, la favorita di re Luigi XIV, la quale aveva partecipato alle messe nere della La Voisin officiate tra gli altri anche dal noto prete scomunicato e occultista Étienne Guibourg.

Egli era un prete immorale che aveva mantenuto per lungo tempo un’amante con la quale aveva generato diversi figli e che si era poi dato all’occultismo e alle magie nere. Il suo nome è legato all’alchimia, alla chimica e alle messe blasfeme officiate in nome del diavolo, con spargimento di sangue innocente (bambini appena nati o nati prematuri) e altri elementi maligni. Codesti rituali oscuri e orribili, codeste blasfemie violente erano realizzate dalla Montespan con l’intento di diventare amante del re, al quale effettivamente diede ben sei figli, essendogli legata per lungo tempo. Successivamente la nobildonna aveva tramato, sempre con La Voisin, per uccidere il re: il sovrano infatti aveva cambiato favorita e messo in un angolo la Montespan. Purtroppo per le due congiurate, l’avvelenamento reale era fallito per una serie di circostanze fortuite: il foglio su cui era stata vergata una petizione da sottoporre al re, intriso di veleno, non gli era arrivato nelle mani poiché il giorno prescelto per l’assassinio la folla presente all’udienza ed il numero di petizioni presentate a sua maestà erano notevoli. Il sovrano non ebbe il tempo di occuparsi della finta petizione, e quindi la congiura fallì. L’arma del delitto fu poi bruciata dalla figlia della La Voisin.

Madame de Montespan, la favorita del Re Sole

Lo scandalo dei veleni in ogni caso si era rivelato così esteso e così complesso che fu istituito un tribunale speciale chiamato “Camera Ardente”. In tre anni di attività questa corte speciale emanò ben trentasei condanne a morte, trentadue ergastoli e trentaquattro bandi di esilio. In tutto questo bailamme, la Montespan restò immune e non venne mai sottoposta a processo: il re, sebbene non più innamorato, la preservò dal giudizio della Camera Ardente e, anni dopo la conclusione del fatto, ordinò la distruzione di tutti gli atti processuali. Gli incartamenti furono distrutti, ma tracce ne restarono un po’ ovunque, tanto che gli storici sono riusciti a ricostruire la vicenda con accuratezza.

Finisce qui la narrazione o piuttosto il riassunto di un capitolo assai misterioso della storia di Francia. Molti sono gli enigmi irrisolti, i misteri e le bizzarrie che si celano tra le pieghe del tempo. Non resta che tentare di sbrogliare queste matasse avviluppate di nebbia e leggenda!

L’affaire dei veleni: scandalo nella Francia del XVII secolo – parte prima

Marchesa Marie-Madeleine Dreux d’Aubray. Un nome poco noto.

Eppure c’è stato un tempo in cui la donna era sulla bocca di tutti, in Francia.

31 luglio 1672: Godin de Sainte-Croix, ufficiale di cavalleria, muore accidentalmente. Pieno di debiti fino al collo, i suoi creditori domandano autorizzazione ufficiale per un inventario dei suoi beni. Tra gli averi del defunto viene trovato un scrigno rosso contrassegnato da un avviso:


” à n’ouvrir qu’en cas de mort antérieure à celle de la Marquise

Questo scrigno, aperto proprio perché il capitano di cavalleria era morto prima della nobildonna, contiene cose molto interessanti: il diario personale della d’Aubray, delle lettere d’amore scritte dalla marchesa e al Sainte-Croix indirizzate (erano infatti amanti), obbligazioni controfirmate dalla dama in date successive alla morte del padre di lei e alcune fiale piene di veleno.

Fu questo il casus belli del cosiddetto affaire des poisons, lo scandalo dei veleni che scosse l’opinione pubblica francese durante il regno di Luigi XIV.

La Marchesa d’Aubray

Il Sainte-Croix e la d’Aubray erano stati amanti per tanto tempo: avevano condotto una vita dissoluta e dispendiosa che aveva macchiato la reputazione della donna e quella dei suoi familiari i quali si opponevano a questa unione adulterina. Curiosamente non era il marito di lei, Antoine Gobelin, marchese di Brinvilliers, a disapprovare la liason, ma il padre della nobile, Antoine d’Aubray.

Vi si opponeva così strenuamente che nel 1663 fece “imbastigliare” il Sainte-Croix per sei settimane. Non poteva sapere che, così facendo, aveva firmato la sua condanna a morte. L’amante della figlia, infatti, strinse un sodalizio col suo misterioso compagno di cella, tale Nicolò Egidi, un chimico e avvelenatore italiano passato alla storia con lo pseudonimo di Exili. Da costui, il Sainte-Croix apprese numerose nozioni di alchimia e chimica, destreggiandosi nell’arte della preparazione di veleni.

Una volta uscito dalla Bastiglia, ritrovò la sua amante e la introdusse a questo suo nuovo passatempo, per il quale ella si rivelò particolarmente dotata.

Fu l’inizio di un’ecatombe: dapprima la marchesa si esercitò sui malati in ospedale, sperimentando le dosi ed annotando accuratamente effetti collaterali, tempi di agonia, eventuali tracce lasciate dalle polveri di arsenico nell’organismo e il verdetto dei medici quando il malato spirava.

Dopo aver fatto pratica, la donna si volse ai suoi familiari ai quali somministrò quella che fu poi soprannominata “la polvere della successione”: dapprima il padre, poi i due fratelli e la sorella. L’eredità dei Brainvilliers sarebbe stata tutta sua e coloro che si opponevano alla sua focosa relazione col Sainte-Croix sarebbero stati tolti di mezzo. Il marito, occupato con le sue amanti a sua volta e sospettoso nei confronti della moglie, molto prudentemente fece finta di nulla e abbandonò Parigi per rifugiarsi nelle terre di famiglia e lasciare la consorte al suo amante alchimista.

Tuttavia la cosa fu scoperta quando il Sainte-Croix, mascalzone ricattatire, tirò le cuoia e fece ritrovare tra i suoi beni il famoso cofanetto rosso. Alla marchesa non restò che fuggire via lontano, nella speranza di scampare dalla mannaia della giustizia.

Ritratto della Marchesa durante il processo

Fu acciuffata in un convento nei pressi di Liegi, torturata con l’ingestione forzata d’acqua e il cavalletto, processata e condannata a morte. La donna non confessò mai, nemmeno durante i supplizi a cui fu sottoposta durante la prigionia, e si comportò sempre con un fare degno di una innocente: pacata, pietosa nei confronti di tutti coloro che la circondavano in prigione, dignitosissima. Presto si diffuse la voce, sostenuta dal prete confessore che si occupò di lei, che in realtà la d’Aubray fosse una santa, una martire, ingiustamente accusata e condannata. Ma nemmeno queste voci poterono risparmiarle il patibolo: la donna fu decapitata con la spada nel 1667. Il suo corpo fu cremato e le ceneri sparse.

Fu così che iniziò l’affare dei veleni che scosse Parigi tra il 1670 ed il 1680.

Fine prima parte