Mademoiselle Maupin, la miglior spadaccina del ouest

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Segnatevi questo nome: Julie d’Aubigny. Poco conosciuto, forse, magari perché è passata alla storia come Mademoiselle Maupin. Se non vi dice niente nemmeno sotto questo pseudonimo, De amore gallico corre subito ai ripari parlandovi di questo personaggio davvero fuori dell’ordinario.

Lo scrittore Théophile Gautier, il papà di Gargantua e di Pantagruel, si ispirò alla sua vicenda per scrivere il romanzo “Madeleine de Maupin”. Non l’ho letto ma l’ho inserito nella lista dei libri da affrontare presto o tardi. Per quello che riguarda l’attendibilità delle notizie qui di seguito riportate, ho controllato il volume “La Maupin (1670-1707), sa vie, ses duels, ses aventures” di G. Letainturier-Fradin, il blog Savoirs d’Histoire ed il sito The adventures of Maupin. Tutte le fonti fanno fatica a separare la leggenda dalla storia, ma immagino che ai lettori di De amore gallico questo non dispiacerà.

Nacque nel 1670 in una famiglia vicina alla corte di Versailles: suo padre era segretario del palafreniere reale, il Conte d’Armagnac. Prima che l’educazione à la graçonne diventasse di moda grazie a Lady Oscar (sto scherzando, ovviamente), Julie d’Aubigny fu istruita dal padre in molte discipline quali la danza, la musica, il disegno, le lettere e non in ultimo la scherma. Il genitore fece appello ai migliori spadaccini di Francia perché la fanciulla potesse apprendere a difendersi e a maneggiare sapientemente le armi.

Era bella, di corporatura atletica, con gli occhi azzurri e i capelli castano chiaro. Crescendo sviluppò un carattere forte e indomito che intrigò il Conte di Armagnac il quale ne fece la sua amante. Era molto giovane, quando questo accadde, talmente giovane che aveva a malapena quindici anni quando lo stesso Conte la diede in sposa, per comodità, ad un tale sieur de Maupin, un funzionario mite e ubbidiente che fu prontamente trasferito in provincia ad espletare le sue funzioni amministrative. Ciò senza portar con sé la moglie, la quale lo aveva abilmente convinto a lasciarla in città a menar la vita che pareva a lei.

Libera da vincoli e doveri, Mademoiselle Maupin, come iniziò a farsi chiamare, sembra si innamorò di uno spadaccino fuorilegge di nome Sérannes che riuscì a batterla in un duello. I due, in preda al colpo di fulmine, scapparono nel sud della Francia perché lui era un ricercato e Parigi non era più un luogo sicuro. Lei ne approfittò per vestirsi da uomo.

Sebbene non vi siano documenti che provino la presenza di Mademoiselle Maupin a Marsiglia, sembra che, a causa dell’indigenza in cui i due fuggiaschi si trovarono, Julie pensò bene di guadagnare un po’ di spiccioli cantando e dando spettacolo per le vie di Marsiglia. Il successo fu tale che fu chiamata ad esibirsi all’Opéra.
Sempre secondo la leggenda, durante il periodo trascorso nel midi, Mademoiselle Maupin, vestendo i suoi famigerati abiti maschili, ebbe una liason con una nobile fanciulla del posto. La famiglia della dulcinea, scandalizzata da questo amore omosessuale, fece rinchiudere in un convento la giovanetta. Ma la passione che legava le due ragazze era tale che Julie si finse novizia per penetrare nel convento e continuare la relazione amorosa con l’oggetto dei suoi sospiri. Il piano per fuggire dal monastero fu poi assai rocambolesco: disseppellirono una suora che era appena stata tumulata, misero il cadavere nel letto di Maupin, appiccarono il fuoco alla cella e, approfittando del tumulto generato dall’incendio, se la diedero a gambe.

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La storia d’amore finì così, con la giovane che tornò in seno alla famiglia e Julie che si diede alla macchia, alla volta di Parigi. Lungo il tragitto incappò in un nobile, tale Louis-Joseph d’Albert de Luynes che, prendendola per un ragazzo, gli disse qualcosa che alla Maupin non andò giù. Fu la volta di un nuovo duello galeotto. Scoperta la vera identità della Maupin, de Luynes se ne innamorò e i due divennero amanti. L’idillio ebbe vita breve, ma lasciò campo ad una duratura amicizia epistolare testimoniata dalle numerose lettere ritrovate nei carteggi del nobile cavaliere.

L’incontro che cambiò il destino di Julie fu quello con il cantante d’opera Gabriel-Vincent Thévenard. Lui ne divenne il pigmalione, istruendola e migliorando le sue doti canore. La introdusse poi all’Opéra, al tempo conosciuta come Accademia Reale di Musica. La sua voce da contralto le valse il debutto nel ruolo di Pallade Atena nell’opera Cadmus et Hermione del Lully. Il successo fu enorme e la sua carriera operistica condita dalla sua stravaganza le valsero una grande popolarità.

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Durante la sua permanenza all’Opéra i litigi coi colleghi furono innumerevoli: gelosie e passioni fungevano da micce per esplosioni plateali che culminavano con duelli arditi. Si innamorò della bellissima soprano Fanchon Moreau, amante del Gran Delfino di Francia. La cantante rifiutò le avances di Julie, la quale si disperò a tal punto che tentò il suicidio.

Ma la terrible Maupin si rimise presto in carreggiata e tornò a far parlare di sé nel 1692, quando ad un ballo di corte ove era intervenuta vestita da uomo, sfidò e vinse in duello ben tre gentiluomini. I duelli erano fuorilegge e affrontarne ben tre sotto il naso del re significava una cosa sola: darsi nuovamente alla fuga.

Julie riparò a Bruxelles e lì rimase, invischiata in una relazione col principe elettore di Baviera Massimiliano Emanuele, fino all’anno seguente, quando rientrò a Parigi trionfalmente, riprendendo il suo posto al teatro dell’Opéra. Passarono degli anni in cui la Mupin fece sempre parlare di lei, salvo poi innamorarsi perdutamente della magnifica Marchesa di Florensac. La loro storia d’amore durò a malapena due anni e fu spezzata dall’improvvisa morte della Florensac. Annichilita dal dolore e annientata dalla perdita, la Maupin si ritirò dalle scene e dalla vita pubblica e morì due anni dopo, nel 1707, all’età di trentaquattro anni. Sembra che alla fine si sia riunita al marito, quel povero funzionario inviato chissà dove nella provincia francese dal Conte d’Armagnac.

Che vita, questa d’Aubigny!

Comunicazione di servizio:

i lettori di De amore gallico, pochi ma buoni e soprattutto fedelissimi, avranno notato che di recente scrivo con minor frequenza, limitandomi a tre – quattro articoli al mese. Questo perché da settembre ho affiancato al lavoro anche la ripresa degli studi. Non me ne vogliate, ma continuate a seguire De amore gallico, perché sono sempre alla ricerca di storie, personaggi, tradizioni, fatti e curiosità galliche da raccontarvi, solo con una cadenza più rilassata e meno impegnativa per me.

A presto con un nuovo articolo e tante belle storie da proporvi.

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L’Hermione a Tolone, la plus belle de la rade

Sulla fregata Hermione scrissi a suo tempo un articolo in cui spiegavo di quale straordinario progetto di archeologia e filologia navale si trattasse. Il link per rileggerlo lo trovate qui. E già che ci siamo metto anche il link per un altro articolo al sapore di mare, in cui si parla delle superstizioni dei navigatori francesi. Casomai ve li foste persi per strada.

Ieri pomeriggio sono stata a Tolone a vedere dal vivo la splendida Hermione. Armata del mio tricorno da capitano settecentesco e abbigliata in blubiancorosso, ho potuto avvicinarmi a questo capolavoro di ingegneria e di filologia. Una bellezza mozzafiato, che mi ha catapultata dritta tra le pagine di Capitani Coraggiosi, Gordon Pym, L’isola del tesoro, Il corsaro nero, Peter Pan e La tigre di Mompracen. Purtroppo i biglietti per salire a bordo erano tutti esauriti, corpo di mille balene, ma al prossimo scalo non mancherò di prenotarmi per tempo, e mi ci fionderò sopra vestita da ufficiale della marina borbonica.

Intanto accludo qualche foto scattata dal molo.

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Lo so, sono solo quattro, ma nelle altre ci sono sempre io con il volto estasiato e non mi sembrava il caso di pubblicarle.

A presto, lupi di mare!

I numeri nella lingua francese e la soluzione dei belgi

Chiunque si sia accostato all’apprendimento del francese ha dovuto far fronte ad una difficoltà da non sottovalutare: i numeri.

Fino al sessantanove nessun problema. Dal settanta in poi iniziano i guai.

Sessanta e dieci = 70
Sessanta e undici = 71
Sessanta e dodici = 72

Eccetera fino ad arrivare al tanto temuto ottanta: quattro venti.

Quattro venti e uno, e due, e tre e quattro… e dieci, e undici, e dodici…

(4 x 20) + …

Ricordo che alla scuola media snobbavo la lingua francese, preferendole l’inglese, e detestavo cordialmente la matematica. La fusione delle mie due nemesi scolastiche fu l’argomento che mi valse uno dei peggiori voti mai avuti.

Mi ci sono voluti ben due anni di permanenza stabile in Francia per riuscire a gestire con facilità la numerazione vigesimale, anche se, come tutti sanno, si conta, si prega e si insulta sempre nella propria lingua madre.

Sono andata a dare un’occhiata all’origine di questo sistema e ho trovato la seguente spiegazione nel sito dell’Accademia di Lione:

Difficile de comprendre la suite des noms des dizaines. Cela commence par dix, vingt. Puis, tous les noms suivants se terminent par le suffixe -ante. Puis un mélange avec soixante-dix et retour de “vingt” dans quatre-vingt, quatre-vingt-dix.

Pourquoi ce changement alors que cela semblait plus être logique de continuer à mettre -ante à la fin de chaque mot?

Actuellement, personne ne peut dire exactement le pourquoi, mais voici quelques éléments pour comprendre :

Au Moyen-Age, les gens comptent par paquet de vingt : vingt-dix (30), deux vingt (40), deux vingt-dix (50), trois vingt (60), trois vingt-dix (70), quatre vingt (80), quatre vingt dix (90). L’origine de ce comptage remonterait aux Celtes, qui auraient influencé les Gaulois.

A la fin du Moyen-Age, les langues évoluent et de nouveaux mots apparaissent dont trente, quarante, cinquante, soixante, septante, octante, nonante qui sont basés sur un comptage de dix en dix.

Ce n’est qu’au XVIIe Siècle, l’époque où l’on rédige les premiers dictionnaires que la décision est prise d’utiliser les mots en usage aujourd’hui : dix, vingt, quatre-vingt, quatre-vingt-dix de l’ancien système ; trente, quarante, cinquante, soixante.

Certains historiens avancent que l’usage de soixante-dix, quatre-vingt et quatre-vingt-dix auraient été conservés car ils facilitent le calcul mental.

Non paga di questa spiegazione, ho cercato ancora e ho scoperto dal Wikizionario che l’antico popolo Vascone, originario della Navarra e da cui discendono i Baschi e i Guasconi ( e quindi anche D’Artagnan), utilizzava il sistema vigesimale. L’origine risiede nel numero totale di dita del corpo umano: la base dieci è più immediata, forse, perché abbiamo dieci dita della mani, ma in tempi in cui ancora non si usavano calzature, come 20 000 anni fa, esattamente dopo l’ultima glaciazione, era normale tenere in considerazione anche le altre dieci laggiù. Che siano stati dunque i Vasconi a suggerire il sistema ai Celti, i quali poi lo hanno trasmesso ai Galli?

Con una punta di ironia più che sapida viene da affermare che i francesi, nello scegliere questo modo di contare, abbiano voluto distinguersi e mettersi bene in mostra. Io dico pure che è per far dispetto agli altri, tanto per rendere ancor più difficile il tutto.
Questa cervellotica e machiavellica cospirazione numerica gallica mi fa pensare a quanto le cose siano complicate nella lingua araba: infatti nell’arabo classico, se si conta un oggetto il cui genere è maschile, l’aggettivo numerale sarà declinato al femminile e viceversa, con trappole sparse qua e là quando di mezzo ci si mettono le decine e le centinaia, che costituiscono esse stesse delle “cose contate” (es. due  di centinaia e nove di scarpe = 209 scarpe). Quel bazar!

I belgi, benedetti loro, che per ammissione degli stessi francesi sono “dei francesi simpatici” (e io potrei metterci la mano sul fuoco visto che una delle mie più care amiche è belga) e gli svizzeri sono francofoni meno integralisti e perciò hanno adottato un sistema che non costituisce un ostacolo all’apprendimento della lingua per chi coi numeri ha sempre fatto a cazzotti sin dall’asilo.

Quanto è piacevole e familiare sentir dire septante, huitante e nonante!

O tempora, o libertates

Il discorso sulle indipendenze e le autonomie delle nazioni è quantomai di attualità.
In internet gira una mappa politica dell’Europa che rappresenta la frammentazione degli stati se tutti i movimenti indipendentisti avessero successo: sembra un bel guazzabuglio medievale, per citare Mago Merlino ne “La spada nella roccia”.
La Scozia, il Galles, i Paesi Baschi, la Catalogna, le Fiandre, la Baviera ed il Veneto sono forse gli acerrimi indipendentisti europei le cui istanze son cosa nota da molto tempo.
Anche in Francia ci sono correnti indipendentiste locali: la Corsica, Nizza, la Bretagna, la Normandia, la Provenza, la Savoia, l’Occitania, le Fiandre francesi, la Catalogna settentrionale, i Paesi Baschi settentrionali, la Piccardia. Tutti questi movimenti nazionalisti ed indipendentisti hanno radici più o meno antiche e sono giustificati da diverse ragioni di natura storica, linguistica, etnica e politica.

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La Corsica, ad esempio, fu venduta alla Francia da Genova nel 1768. La cosa non piacque ai corsi, i quali già da tempo affermavano la loro identità e anelavano all’indipendenza e all’autodeterminazione. Come si erano battuti coi genovesi, così fecero coi francesi. L’eroe e simbolo del nazionalismo corso è Pasquale Paoli, detto “U babbu di a Patria“. La sua storia è molto appassionante e per certi aspetti ricorda assai la vicenda foscoliana.

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Pasquale Paoli

I francesi del continente dicono spesso che, se ti capita di incontrare un automobilista con targa corsa, è sempre meglio rigare dritto ed evitare qualsiasi gatta da pelare: i corsi son gente che non perdona, fieri e senza paura, il parigino non avrebbe speranze contro di loro!

Oggi il Fronte di Liberazione Nazionale Corso ha cessato la sua lotta armata, ma le tensioni e la corrente sotterranea che lo animano non si sono placate, così come avviene per le altre regioni francesi animate da nazionalismo e spinta autonomista.

La Bretagna è tra queste, avanzando delle istanze indipendentiste basate sulla sua radice etnica celtica. Essa è infatti membro della Celtic League insieme a Irlanda, Scozia, Galles, Isola di Man e Cornovaglia. Il sito della Celtic League afferma:

Political freedom for the Celtic countries is one of the fundamental aims of the League, because without this freedom it would be extremely difficult to secure our other aims. This freedom can only be achieved if the Celtic countries become independent states in their own right. In turn the Celtic League believes that all peoples have the right to pursue self determination should they so wish. This is one of the reasons why the League shows solidarity in its work with other peoples of the world who are also striving for that freedom e.g. Basques, Catalans, Tibetans, Maoris, etc. and are congratulatory of those people who finally obtain it.

Un altro movimento indipendentista interessante riguarda l’area nizzarda, di cui Wikipedia spiega:

Le nationalisme niçois désigne un ensemble de mouvements culturels et politiques revendiquant entre autres une large autonomie voire l’indépendance du pays niçois, la défense de la langue niçoise, la révocation du traité de Turin de 1860 qui incorpora le comté de Nice, devenu arrondissement de Nice à la France centralisée.

Plus généralement il s’agit d’affirmer l’identité culturelle de Nice, trop souvent assimilée à la Provence dominée par Marseille et s’étendant jusqu’à l’embouchure du Var à l’ouest de la ville, ou à une Côte d’Azur à la délimitation géographique assez floue.

Il nazionalismo nizzardo affonda le sue radici nel barbetismo, un movimento spontaneo che nacque a Nizza nel 1793 in seguito alle violenze compiute dalle truppe francesi all’indomani dell’annessione forzata della città – che prima faceva parte del regno di Sardegna – alla Francia rivoluzionaria. Quanto detto per Nizza non va confuso con l’irredentismo italiano.

Curiosamente una parte della Francia che si trova verso i Pirenei, al confine con la Spagna, si proclama in tutto e per tutto parte della Catalogna. Ciò implica che il nazionalismo catalano coinvolge non soltanto Madrid ma anche Parigi, e che in questi giorni si deciderà molto del destino futuro di questa terra. Stessa cosa dicasi per i Paesi Baschi. Nelle due cartine allegate si possono vedere evidenziate le parti della Catalogna e dei Paesi Baschi che si trovano in Francia.

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Ovviamente le questioni aperte sono di una natura così complessa che un breve articolo in un blog non potrebbe mai spiegare in modo esaustivo e completo. Per chi volesse approfondire, dunque, ecco qualche link utile in aggiunta a quelli già forniti:

Questione catalana:
http://gauneau.marcel.pagesperso-orange.fr/Html/roussintro.html
http://www.maison-pays-catalans.eu/presentation/la-catalogne-et-les-pays-catalans/

Questione basca:
https://www.nytimes.com/2015/06/07/travel/the-french-side-of-basque-country.html
https://en.wikipedia.org/wiki/Basque_Country_(greater_region)

Questione corsa:
http://www.corsicalibera.com/
http://www.uribombu.corsica/

Questione nizzarda:
http://les-cahiers-de-lannexion.over-blog.net/
http://www.paisnissart.com/archives/2007/05/11/4897530.html

Questione bretone:
http://www.agoravox.fr/actualites/politique/article/bretagne-l-impossible-independance-143417

Quando mi dicono che sono “bravo!”

Non sempre accade, ma quando mi sento dire “Bravo!” qualcosa stona alle mie orecchie. Come biasimarmi, visto che io invece mi sento “brava”? Vaglielo un po’ a dire, ai francesi!
Sono andata a dare un’occhiata all’etimo della parola e a fare qualche ricerca translinguistica, memore delle minacce a Don Abbondio, del cuore impavido di Mel Gibson e di “Bene, bravo, sette più!”. Quello che è venuto fuori è molto interessante e, se lo leggerete, vi farà diventare più belli e più superbi che pria.
Bravo!
Grazie.
Petrolini a parte, la questione etimologica del termine “bravo” è complessa. Il significato che comunemente diamo a questa parola è “in gamba”, “abile”, ma anche “diligente a scuola”. In inglese brave significa “coraggioso”, in spagnolo bravo può voler dire sia “in gamba” che “arrabbiato” e in certe parti della Francia, nel sud per la precisione, brave vuol dire “buono” quasi nell’accezione di “tanto buono e tanto tonto”.

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Il Nerone di Petrolini (più bello e più superbo che pria)

Però, come Manzoni insegna, i bravi erano anche gli sgherri dei signorotti prepotenti e “de’ birboni”: non dimentichiamo che gli scagnozzi di cui si racconta ne “I promessi sposi” erano alle dipendenze di Don Rodrigo, il cui nome sottolinea la dominazione spagnola del nord Italia nel 1600. L’etimo di “bravo” passa dunque necessariamente per l’idioma castigliano, arrivandovi dal latino. Da pravus? O forse da barbarus (latinizzazione del greco βάρβαρος)? Il primo termine è chiaramente all’origine di parole  con connotazione negativa come “depravato”, e infatti significa “distorto, cattivo, malvagio”. Il secondo è un’onomatopea per indicare l’incapacità degli stranieri di articolare bene la lingua ellenica, per cui lo si usava per i forestieri in generale. Poi, con la caduta dell’impero romano d’occidente nel 476 d.C., divenne la parola che designava i rozzi e bellicosi popoli che avevano invaso l’Europa, quindi “selvaggio”.

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“Questo matrimonio non s’ha da fare”

Il dizionario etimologico online, non pago, ci ficca dentro anche una radice celtica (brau = “terrore”) e una possibile origine germanica con significato di “indomito, impetuoso, che abbatte gli ostacoli”. La cosa interessante è che, se fosse questa la vera origine di “bravo”, l’etimologia sarebbe comune a quella di un’altra parola molto simile, “brado” (libero, selvaggio, invincibile, come gli animali che sono “allo stato brado”).

Ma come è possibile che una parola dalle origini etimologiche così negative sia passata a significare caratteristiche positive e desiderabili? L’interessantissimo sito Una parola al giorno lo spiega favolosamente:

Non dobbiamo però scordare il cuore levantino in cui questa mediterranea parola ha ribollito per secoli, acuto nello scovare qualità positive nella canaglia.
Lo storto, fuori regola, è anche eccezionale, e così il selvaggio è indomito, valoroso, e non conosce paura. È vero, restano ancora in piedi i connotati più torbidi delle bravate, delle notti brave, dei bravi di Don Rodrigo, ma sono marginali: la radice di questa parola è esplosa nel mondo in un cristallino odore di apprezzamento, stima, nel vigore dell’abilità volta al bene. Così possiamo pensare al coraggioso inglese, il “brave”, e pensiamo all’universale “bravó” che rimbomba acclamante nei teatri più eleganti di tutto il globo.
Da noi è una parola normale, fondamentale – in virtù della sua storia, forse quasi identitaria, per la nostra cultura. Da piccoli facciamo i bravi a modo nostro e poi diventiamo bravi nel nostro lavoro, tornando a casa ci gustiamo una brava cena – splendido rafforzativo – e portiamo fuori il cane, dicendogli bravo quando ringhia alla vicina bisbetica. Il bravo resta ciò che spicca senza frastuoni, armoniosamente, al suo posto, in un modo anche originale, ormai ripulito dalle passate depravazioni – di cui è però rimasto lo smalto allegro e capace.

Una parola al giorno è un sito per amanti della linguistica e dell’etimologia. Potete iscrivervi e ricevere notifiche quotidiane su parole desuete e significati nascosti dei termini più comunemente usati. Io mi sono iscritta e trovo magnifico ricevere il buongiorno per mail con un approfondimento linguistico mai scontato né noioso.

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Un attivista pro-indipendenza della Scozia

Per quello che mi riguarda, sono riuscita ad educare il mio compagno a dirmi “brava” anziché “bravò!” quando vuole complimentarsi con me. Non solo: al nostro cane ora dice “bràvo”, con l’accento sulla a. Sono risultati di cui vado molto fiera. La contaminazione linguistica a casa nostra, però, è a doppio senso ed anche io, oramai, ho adottato espressioni così francesi che qualche volta devo andare a controllare il mio passaporto per essere sicura di essere ancora italiana. Succede a tutti gli espatriati o solo a me?

Inchiesta: la Francia ed il suo amour fou per gli assegni

Quando si abita in Francia, o più semplicemente ci si viene in visita, una cosa salta subito all’occhio dello straniero: la presenza ancora importante dei pagamenti par chèque, per assegno.
Negli esercizi commerciali non è raro trovare la specifica accanto alla cassa con cui il patron avvisa i clienti se i pagamenti per assegno sono accettati o meno. Allo stesso modo mi è capitato spesso di voler pagare con la carta di credito e di trovarmi di fronte un no secco perché “Nous n’acceptons que les payements par espèces ou par chèque.

Fenomenologia di una tradizione tutta française. Ricordo con allegria gli aneddoti familiari riguardanti mia nonna che se andava a Roma in pompa magna a trovare la figlia (mia zia) negli anni ’90 e che voleva pagare ovunque con assegno: ristoranti, negozi, gioiellerie… La sua “mania per gli assegni” era oggetto di benevolo scherno in famiglia, perché in Italia, già vent’anni fa, gli assegni erano roba vecchia, che nessun esercizio commerciale avrebbe mai accettato.
Lo stesso mi pare sia avvenuto nel resto d’Europa: la carta di credito ha assunto un ruolo predominante tra i vari mezzi di pagamento, finendo per rendere la Francia la sola ed unica roccaforte dell’assegno. Non è un caso se i paesi anglofoni, detentori di un’egemonia linguistica senza pari nel mondo della politica, della finanza e dell’economia, abbiano mantenuto l’espressione francese per indicare l’assegno. Cheque senza accento sulla prima e è infatti la scrittura corrente usata in Gran Bretagna.
Gli etimologi però vogliono far risalire l’origine della parola al mondo degli scacchi (échecs in francese, chess in inglese). Vedere per credere l’Online Etymology Dictionary.

La storia dell’assegno è molto antica: forme di pagamento con firma furono utilizzate addirittura dai mercanti carovanieri della penisola arabica. In Italia, con la nascita delle banche a Firenze, Siena, Venezia e Genova, iniziarono a circolare le lettere di credito e i buoni del tesoro. L’invenzione assunse maggiore importanza con l’avvento del capitalismo che, ricordiamo, non nacque con la rivoluzione industriale (1700), bensì vide la luce con le compagnie di armatori e di commercianti marittimi olandesi nel 1600. Già si rischiava moltissimo trasportando essenzialmente merci, non stupisce molto che gli olandesi non ritenessero un’idea brillante mandare in giro per i sette mari un vascello pieno di monete d’oro.
La Francia, dal canto suo, iniziò a produrre assegni nel 1826 chiamandoli “mandats blancs“. Come dice il sito della banca BNP Paribas alla voce “Source d’histoire:

Les chèques en France: une adhésion tardive mais ferme […]

La Banque de France émet ses premiers chèques en 1826, sous le nom de « mandats blancs ». Mais la véritable introduction du chèque en France, sous sa forme actuelle, date du 14 juin 1865. Cependant, avant la Première Guerre mondiale, très peu de Français l’utilisent.

En 1918, juste avant la fin des combats, le gouvernement crée le compte chèque postal pour diffuser plus largement le chèque grâce au réseau des bureaux de poste et éviter ainsi les paiements en espèces. Etienne Clémentel, ministre des Postes et Télégraphes, montre l’exemple et devient le premier titulaire d’un compte courant postal. […]

En 1966, seuls 17% des Français ont un compte chèque. En 1972, ils sont 62%. Cette évolution est liée au développement du paiement des salaires par chèque et à la liberté d’ouverture des guichets de banque à partir de 1967. Depuis, la France est l’un des plus gros utilisateurs de chèques au monde : plus de 3 milliards émis en 2010, soit près de 20% des paiements. Selon la Banque de France, le nombre moyen de chèques émis par habitant était de 43 en 2012.

Dunque nel corso del novecento gli assegni hanno acquisito sempre più importanza in Francia, tanto da essere tutt’ora il paese europeo che ne fa più largo uso.

Sebbene mi trovi in Francia da due anni, ci sono ancora questi piccoli aspetti della vita quotidiana che mi stupiscono ed incuriosiscono. Mi domando quante altre differenze inaspettate troverò nel corso del tempo.

Quanti di voi lettori di De amore gallico, se ve ne sono, sono Ritals? Quali sono le cose che vi provocano il cosiddetto cultural shock? Sono curiosa di sapere e di confrontarmi con voi.

Aventuriers des mers, lupi di mare, esploratori e navigatori in mostra al MuCEM

Il MuCEM di Marsiglia è un bellissimo impianto museale a vocazione prettamente mediterranea. La collezione permanente che racconta la storia delle civiltà nate intorno al bacino del Mare Nostrum è spesso affiancata da mostre temporanee interessantissime e di natura estremamente variegata.
Mesi fa ho visitato la fantastica esposizione “Après Babel, traduire“, di cui potete leggere un resoconto qui.
Ieri ho avuto modo di avventurarmi nella storia degli esploratori e dei lupi di mare, dei coraggiosi pionieri delle rotte mercantili del Mediterraneo, dell’Oceano Indiano e dell’Atlantico: un periplo salmastro e piccante, ricco di colori e di poesia che De amore gallico è lieto di raccontarvi.

Ad accogliere il visitatore all’ingresso della mostra c’è nientemeno che una mascella. Non è specificato a quale tipo di mostro marino sia appartenuta: Moby Dick, forse? No, la balena di Giona. O Scilla? Magari Cariddi… no, sono certa che si trattasse del pesce-cane che divorò Geppetto e Pinocchio.

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Un’enorme proiezione di un oceano in piena tempesta accompagna questa terrificante gnatovisione. A quel punto il visitatore onirico è ben presto scaraventato sul ponte del Pequod, da poco salpato da Nantucket.

“Dans le même voyage, l’homme de terre et l’homme de mer ont deux buts differents. Le but du premier est d’arriver, le but du deuxième est de repartir. La terre nous tire vers le passé, la mer les pousse vers le futur.”

Albert Londres, “Marseille, porte du sud”, 1927

Una giostra di sapienze e conoscenze forma un puzzle variopinto: ci sono le mappe dei navigatori arabi, gli estratti della Bibbia, le illustrazioni preziosissime e miniaturizzate della vicenda di Giona. C’è perfino la proiezione di un interessante documentario in cui un autorevole sociologo delle isole Comore spiega come, nei secoli passati, l’Oceano Indiano era considerato un Mar Mediterraneo molto più grande: terre africane a ovest, Arabia, India e sud-est asiatico a nord, il continente Oceania a est, solo il sud è aperto sulla terra più sconosciuta di tutte: l’Antartide. La tesi è supportata dalla rappresentazione cartografica fatta dagli arabi nel “Libro delle curiosità”, un tomo composto nel secolo XI e ritrovato qualche anno fa in Egitto. Lì vi si trovano carte che indicano l’Oceano Indiano come un bacino d’acqua interamente circondato dalla terra.

La cartografia, in effetti, ottiene la pars leonis di questo percorso espositivo: gli spagnoli, dominatori dell’emisfero occidentale del globo a partire dal trattato di Tordesillas (1497), patto stretto con il Portogallo per spartirsi i domini del nuovo mondo, hanno prodotto dei capolavori di inestimabile valore. Ecco, ad esempio, l’Atlas Catalan, del 1450, composto da sei fogli di pergamena, che rappresenta con minuzioso dettaglio, ogni dominio dell’uomo allora conosciuto.

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Ma la più spettacolare di tutte è la carta del planisfero di Fra Mauro, monaco camaldolese, vissuto a cavallo tra il 1300 e il 1459. Egli è l’autore di uno dei planisferi più importanti della storia. A questo progetto dedicò quasi tutta la vita: raccolse le informazioni geografiche e cartografiche disponibili all’epoca, attuando un metodo di ricerca certosina negli archivi e nei testi storici, aggiungendo le informazioni ricavate dai resoconti dei marinai che, di ritorno dai loro viaggi, si fermavano a Venezia. Di fatto, Fra Mauro compose un’opera di proporzioni sesquipedali senza aver mai lasciato le sponde dell’Adriatico.
Le vicissitudini di questa mappa sono molto complesse, Wikipedia ne fornisce un buon sunto. Il lettore che volesse approfondire l’argomento può cliccare qui.

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Come potete notare, il planisfero è concepito capovolto rispetto a come siamo abituati noi.

La mostra continua con una sontuosa carrellata di tesori: oggetti d’avorio, oro, pietre preziose, spezie, resine e incensi. Si posso ammirare meraviglie di vetro e maiolica provenienti dalla Turchia, dall’Iran, dalla Siria, stoffe e sete cinesi, broccati bizantini. Qui di seguito qualche foto che ho scattato durante il percorso.

Uno degli oggetti più bizzarri e che ogni appassionato di Harry Potter potrà riconoscere è stato il bezoar, la pietra che si forma nel ventre di alcuni ruminanti e che nell’antichità

20170901_174233[1]era considerato il più potente degli antidoti contro ogni veleno. Il bezoar esposto a “Aventuriers des mers” è incastonato nell’oro, come una preziosa reliquia cristiana.

A proposito di reliquie… un bel segmento è dedicato alle crociate, evento storico che ha creato contatti, violenti e non, tra popoli diversi ma tutti collegati da un fattore chiave: il mar Maditerraneo.

La mostra ci lascia, storicamente, all’inizio del 1600, poco dopo la battaglia di Lepanto che segnò il trionfo della Lega Santa, composta dalle marine di Stato Pontificio, Spagna, Repubblica di Venezia, Malta, Genova, Lucca e i granducati italiani, sulla flotta ottomana, al tempo in piena espansione.
Ci illustra l’esplorazione di Marco Polo e di Colombo, Magellano e Da Gama senza arrivare toccare, però, il delicato argomento del colonialismo, forse troppo politicamente sensibile e recente.

Se ne esce soddisfatti, anche se, personalmente, avrei preferito gustare un sapore più letterario che storico: un’attenzione maggiore al rapporto dell’uomo con l’elemento naturale, richiami ai grandi romanzi e racconti marinareschi come Moby Dick, Capitani coraggiosi, L’isola del tesoro, le saghe dei pirati della Malesia, l’Odissea omerica, la Ballata del vecchio marinaio, Il lupo di mare, magari pure il popolarissimo Jack Sparrow, o il caro vecchio Capitan Uncino.

Però, forse, l’assenza più dolorosa, almeno per me, resta Corto Maltese.
MuCEM, a quando una bella expo sul marinaio senza la linea della fortuna sulla mano?