Il gadget: da una fonderia francese agli omaggi venduti insieme alle riviste

La parola gadget, la cui forma e pronuncia ce la fanno pensare come un anglicismo che l’italiano ha accolto nel proprio dizionario, ha un’origine ben lontana dalle sponde del Tamigi o dalle brughiere scozzesi.

Siamo in Francia nel 1871: uno scultore di nome Auguste Bartholdi, insieme all’architetto Eugène Viollet-le-Duc e, in seguito alla morte di quest’ultimo, all’ingegnere Gustave Eiffel, uniscono i loro geni per la progettazione e la realizzazione di una statua che raffiguri la Libertà che rischiara il mondo. La Francia farà dono di quest’opera monumentale agli Stati Uniti d’America: un gesto che celebri il centenario della Dichiarazione di Indipendenza e che suggelli l’amicizia tra i due paesi.

Bartholdi, per la parte relativa all’esecuzione, si rivolgerà ad una fonderia parigina, Gaget-Gauthier et Cie., situata dans le 17eme arrondissement, precisamente a rue de Chazelles: con Monsieur Gaget, Bartholdi deciderà di realizzare la statua in fogli di rame battuto con la tecnica dello sbalzo, cioè lavorando il materiale in negativo, dal rovescio.

Qualche dato su questa scultura: la statua è alta 46,05 metri; considerando anche il basamento, essa arriva a 93 metri. La struttura è in acciaio, il rivestimento in rame, la torcia, sostituita durante i lavori di restauro iniziati nel 1984 e terminati nel 1986, in occasione del centenario, è placcata d’oro a 24 carati. La torcia originale è conservata nella hall del basamento.

La torcia originaria nella hall del basamento

Per portare Liberty dalla Francia all’altra sponda dell’Atlantico furono necessarie 1883 casse in cui furono stipate le varie componenti. Una volta portati a New York tutti i materiali, si dovette procedere alla costruzione del piedistallo,

Questa fu una delle prime operazioni di crowdfunding più di successo della storia. Contribuirono il New York Times ma anche un’intelligente strategia ideata nientemeno che da Monsieur Gaget, il direttore della fonderia parigina dove si era lavorato il rame di Liberty. Fece arrivare dalla Francia delle repliche in miniatura della statua, come quelle che oggi l’amico in viaggio di nozze a New York porta come souvenir un po’ banale e prevedibile ai compagni e ai familiari. Il prezzo di ciascuna miniatura era davvero irrisorio, tanto da spingere anche i meno abbienti a comperare un ricordino di questo straordinario evento commemorativo della Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti. La vendita fu un gran successo e permise in poco tempo di raccogliere abbastanza fondi per finanziare la costruzione del piedistallo e portare finalmente a termine il progetto.

Monsieur Gaget, durante la produzione delle miniature, aveva fatto scrivere il suo cognome sui piedistalli dei souvenir: una mossa pubblicitaria per favorire gli affari della sua fonderia ed associarla per sempre alla lavorazione del rame di Liberty. Non male, come idea!

Quello che Monsieur Gaget non sapeva era che il suo cognome francese, arrivato sulle bocche di migliaia di newyorkesi grazie ai souvenir di Liberty, da gajé divenne gaghet e poi, col tempo, gadget come lo diciamo oggi, come il nome dell’Ispettore dei cartoni animati, per capirci meglio.

In effetti, nel senso odierno, le statuine in miniatura che aiutarono l’operazione di finanziamento del piedistallo di Liberty sono considerati dei gadget, come il ciarpame di cui sono pieni i negozietti di souvenir, come gli oggettini che d’estate si trovano acclusi alle riviste per aumentare le vendite e solleticare la curiosità dei vacanzieri che non sanno che giornale leggere sotto l’ombrellone.

Foto d’epoca: la Statua della Libertà in costruzione a Parigi.

Come è noto, a Parigi esiste una replica di Liberty, assai più piccola, che guarda verso ovest, cioè verso la ‘sorella maggiore’. Essa è stata posta sull’Île aux Cygnes, ma non è l’unica: ce ne stanno anche nei giardini du Louxembourg, all’entrata del Musée d’Orsay e nel Museo delle Arti e dei Mestieri.

Il francese, dunque, che ha così tanto orrore dell’invasione linguistica operata dagli angli e dai sassoni, può ammettere senza paura la parola gadget nei suoi dizionari: alla fine si tratta semplicemente di un ritorno a casa di un cognome illustre che ha compiuto un lunghissimo viaggio oltreoceano!

Il podcast di De amore gallico

Buon 14 luglio! Il podcast di De amore gallico celebra la festa nazionale francese con un episodio dedicato ad un eroe poco conosciuto a cui dobbiamo moltissime cose, dalla forma degli aghi di sutura all’idea di ambulanza. Venite a scoprirlo qui:

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Buon ascolto e buona estate!

La Mauresse de Moret: un mistero alla corte di Luigi XIV

Sœur Louise Marie de Sainte-Thérèse, detta la Mauresse de Moret, è un nome avvolto ancora oggi dalle tenebre del mistero più fitto.
Fu una religiosa benedettina di etnia mista, vissuta tra il 1658 circa e il 1730 nel convento di Moret-sur-Loig, non lontano da una residenza reale molto famosa, il castello di Fontainebleau.

Il solo ritratto esistente della Mauresse

Non si conoscono con certezza né la data di nascita né quando e in quali circostanze la donna entrò nel convento. Si sa però che nomi importanti della corte del re Luigi XIV facevano sovente visita alla suora, senza che il motivo di questo illustre andirivieni sia stato delucidato: spiccano tra i vari visitatori della Mauresse de Moret la regina Maria Teresa d’Austria, moglie del re Sole, il Gran Delfino, il Duca di Saint-Simon, Voltaire e molti altri.

Il mistero si infittisce quando fonti storiche attendibili affermano che la casa reale versava donazioni cospicue al convento, un istituto dalla storia umile che non aveva mai ospitato suore di sangue nobile, ed elargiva perfino una pensione regolare alla religiosa.

Finito. Niente, Nisba. Non si sa altro. C’è un’omertà totale sulle sue origini, il che è quantomai intrigante quando si pensa al tipo di relazioni sociali che stavano alla base della vita di corte: ricatti, segreti, pettegolezzi, affaires… il silenzio stampa che è stato tramandato su questa figura, la cui storicità è irrefutabile, risulta molto strano: i fascicoli che normalmente dovrebbero riguardarla sono stati forse rubati dall’archivio del convento e tutto il resto tace.

Nei secoli sono state avanzate diverse teorie, delle più fantasiose a dire il vero, ma gli storici ne hanno scartate la maggior parte per lasciare solo tre carte sul tavolo da gioco: la prima ipotesi è che si tratti di una figlia avuta dal Re Sole con un’attrice di origini africane, la seconda è che la Mauresse sia stata una figlia nascosta di Maria Teresa regina di Francia, la terza è che questa donna fosse semplicemente una figlioccia della coppia di sovrani (la qual cosa sarebbe totalmente ‘innocente’ e non spiegherebbe in alcun modo i misteri legati alla sua figura, all’andirivieni che si creò tra la corte e il convento e al silenzio tombale nella documentazione storica).

Il Re Sole

La prima ipotesi non è affatto peregrina, perché il Re Sole collezionò conquiste a destra e manca, si sa, generando figli illegittimi un po’… a getto continuo, se mi è permessa l’espressione. Tra l’altro Madame la Marquise de Maintenon, che in maniera molto succinta possiamo definire la dama incaricata di occuparsi dei figli illegittimi del re, fece visita alla Mauresse in convento innumerevoli volte. Voltaire stesso scrive a proposito di queste visite e, soprattutto, della somiglianza tra la religiosa e il re. Inoltre è storicamente accertata la presenza di cortigiani e membri del personale del re che avevano origini africane.

Se queste sono solo prove indiziarie, come si suol dire in linguaggio tribunalesco, vi sono degli incartamenti, o meglio, un ammanco di incartamenti di cui la sola traccia è un ritratto di religiosa dalla pelle scura con l’annotazione “Moresque fille de Louis 14”. La carta su cui questi documenti sono stati stampati è molto rara e costituirebbe una prova di autenticità di tale ritratto.

L’annotazione sulla Moresque

La tesi secondo cui la suora fosse una figlia segreta della Regina Maria Teresa è stata molto apprezzata dal pubblico, soprattutto grazie al racconto che ne fa Victor Hugo nel romanzo ‘L’homme qui rit’.
L’idea è che la Mauresse e la principessa Marie-Anne di Francia, terzogenita della coppia reale, vissuta poco più di un mese alla fine dell’anno 1664, siano in realtà la stessa persona. Pare che la principessa Marie-Anne, partorita pubblicamente dalla regina come era uso al tempo, sia morta il 26 dicembre, che la salma sia stata esposta al popolo, come da tradizione, che il cuore sia stato deposto nelle urne reali nella chiesa Val-de-Grace more teutonico e che il feretro sia stato poi tumulato a Saint-Denis come tutti i reali defunti. Solo che questa, secondo i sostenitori della tesi sulla Mauresse figlia della regina, fu tutta una messinscena organizzata usando un altro infante morto in fasce, poverino, per nascondere la verità, ovvero che la bambina partorita dalla regina aveva la pelle nera!

Maria Teresa regina di Francia

Il pettegolezzo correva a corte… i medici cercavano di spiegare la cosa con la passione della sovrana per la cioccolata (proprio così) o col fatto che la regina aveva troppo spesso assistito agli spettacoli del buffone nano e di colore Nabo (il quale poi sparì dalla circolazione, poverino). Gli storici tuttavia sono quasi tutti concordi nell’affermare che questa possibilità sia più adatta alla trama di un romanzo feuilleton che al rigore di un’indagine storica fatta bene.

La terza ipotesi è invece la più noiosa, trattandosi di una spiegazione semplice come quella del rapporto tra padrino e madrina reali con una figlioccia. La sola cosa inedita, per l’epoca, è il colore della pelle della figlioccia in questione.

Io, per quello che vale la mia opinione, credo che si sia trattato di una dei tanti figli illegittimi del Re Sole. Ma resterà per sempre un mistero, come quello della famigerata Maschera di Ferro.

Per approfondire:
https://www.ina.fr/video/CPF86600807 oppure http://une-autre-histoire.org/la-mauresse-de-moret/ oppure https://www.europe1.fr/emissions/Au-coeur-de-l-histoire/les-grands-portraits-dau-coeur-de-lhistoire-la-mauresse-de-moret-2642823 o ancora http://archives.seine-et-marne.fr/louise-marie-therese-1675-1731

L’incendio del Bazar de la Charité di Parigi

Gli appassionati di period drama, ovvero di serie televisive a sfondo storico, non si saranno certamente persi una produzione TF1 e Netflix che sta avendo un gran successo in Francia, ‘Le Bazar de la Charité’. La serie tratta della vita di tre donne appartenenti a ceti sociali diversi nella Parigi di fin de siècle e le cui esistenze sono stravolte dal terribile incendio del Bazar de la Charité.

Al di là della sceneggiatura e delle storie dei personaggi, il fatto storico da cui la trama del telefilm prende le mosse è molto interessante e vale la pena raccontarlo ai lettori di De amore gallico.

Il Bazar de la Charité di Parigi, fondato nel 1885, era una sorta di grande fiera delle associazioni di beneficenza che allestivano stand, spettacoli, mostre e bancarelle per raccogliere denaro e finanziare le cause che sostenevano. Era un appuntamento annuale delle opere pie, nonché una vetrina per l’alta società, per le famiglie dei politici che stavano conducendo campagne e che desideravano essere riconosciuti per la loro generosità. Non stupisce che fossero in prevalenza donne, dunque, sia le organizzatrici, sia il pubblico a cui una simile manifestazione era indirizzata.

L’edizione del Bazar che più ci interessa è quella del 1897. Quell’anno la decisione fu di organizzare la fiera seguendo il tema ‘Parigi nel medioevo’ e di installarla nell’ottavo arrondissement, a rue Jean Goujon, dove sorgeva un grande capannone in legno, ampio abbastanza da ospitare una simile manifestazione: più di mille metri quadrati in cui sarebbe stata riprodotta, grazie a scenografie teatrali e oggetti di scena, una strada che avrebbero potuto percorrere Quasimodo ed Esmeralda nel 1482.

Oltre a ciò, il Bazar offriva agli avventori anche un’attrazione nuova e meravigliosa, qualcosa che al tempo veniva considerato ancora un passatempo da fiera paesana, ma che poi divenne nientemeno che la settima arte e una delle maggiori industrie del mondo: il cinematografo.

Un fotogramma del celebre corto dei Fratelli Lumière ‘Il treno che arriva alla stazione de La Ciotat’

Chi ha ancora nelle orecchie la colonna sonora di “Nuovo cinema Paradiso”, sa che, fino a pochi decenni fa, le pellicole ed il materiale di proiezione erano tra le cose più infiammabili al mondo. Figuriamoci nel 1897, quando i Fratelli Lumière avevano da poco girato il film del treno che arriva alla stazione di La Ciotat, vicino Marsiglia, e i macchinari funzionavano ad etere e ossigeno. Pare che i due addetti alle manovre tecniche del cinematografo del Bazar, Monsieur Normandin e Monsieur Bagrachow, si fossero lamentati delle dimensioni ridotte dello spazio a loro dedicato: non avevano abbastanza posto per muoversi agevolmente e per posare i bidoni con il materiale ed erano separati dalla sala di proiezione solo per mezzo di una tenda. Ma insomma, ecco come andarono le cose:

il 4 maggio 1897, il secondo giorno della fiera, che avrebbe dovuto durarne quattro, verso le ore 16.15, la lampada di proiezione aveva esaurito la riserva di etere che andava dunque rifornito. Normandin chiese all’assistente Bagrachow di fargli un po’ di luce per poter vedere bene. Bagrachow, invece di scostare la tenda che separava il loro spazio tecnico dal resto della sala, commise un errore fatale: accese un fiammifero. La fiammella incendiò i vapori di etere che si sprigionavano dall’apparecchio. In poco tempo la tenda prese fuoco e le fiamme si propagarono velocemente, anche perché la struttura era completamente fatta di legno.

In quegli istanti, all’interno del capannone, provvisto di due sole porte di accesso e di uscita, erano presenti circa 1200 persone.

Il panico si diffuse, le persone cercavano disperatamente di uscire dalla fiera, accalcandosi verso le porte. Molti caddero e furono schiacciati dalla folla pressante, col risultato che una delle due porte fu presto bloccata dai cadaveri.

Alcuni tentarono di uscire dall’edificio in fiamme attraversando la corte posteriore e volgendosi verso le costruzioni adiacenti, ovvero la tipografia del giornale ‘La Croix’, tuttora vivo e vegeto, e l’Hôtel du Palais. In meno di un quarto d’ora tutto bruciò, tutto arse, tutto si consumò e persero la vita più di centoventi persone.

Immagine d’epoca che raffigura le operazioni di recupero dei cadaveri dopo l’incendio del Bazar de la Charité del 1897

Tra le vittime si ricorda la Duchessa d’Alençon, Sofia Carlotta di Baviera, sorella dell’Imperatrice Sissi, il cui cadavere carbonizzato fu riconosciuto nientemeno che dal suo dentista personale, Monsieur Davenport, il quale individuò nella dentatura la presenza di un ponte in oro che lui stesso aveva installato alla nobildonna. L’odontostomatologia forense, in effetti, ebbe grande importanza nei penosissimi momenti che seguirono la tragedia, quando i familiari delle vittime dovettero rendersi al Palais de l’Industrie, trasformato in obitorio, per riconoscere i resti carbonizzati delle vittime, 126 in totale, di cui 118 donne.

Vi sono delle testimonianze di sopravvissute molto toccanti, come ad esempio questa che potete ascoltare qui: una donna, all’epoca dei fatti bambina, ha raccontato i suoi ricordi in un’intervista del 1956.

Ovviamente ci furono un’inchiesta ed un processo. Ecco qualche estratto degli atti processuali che furono pubblicati su alcuni numeri del gazzettino giuridico e politico tra il Maggio e l’Agosto di quell’anno, in cui si parla del destino dei due tecnici del cinematografo che fecero divampare il tragico incendio:

Bagrachow, di fatto, non scontò mai nessuna pena perché durante la tragedia dimostrò eroismo e coraggio e salvò tantissime persone dirigendo al meglio delle sue capacità le operazioni di evacuazione. Negli anni seguenti si diede anche ad esperimenti e ricerca per migliorare la sicurezza dei macchinari di proiezione. Come spesso accade, infatti, le tragedie sono l’input perché il progresso tecnico, scientifico e di prassi porti a protocolli di sicurezza efficaci, garanzia che disastri come quelli del Bazar de la Charité o dell’affondamento del Titanic non si ripetano più.

Sul luogo dell’incendio sorge ora la Chapelle Notre-Dame-de-Consolation, edificata nel 1900 in stile neo-barocco e dedicata alle vittime delle fiamme, mentre al cimitero Père Lachaise si può vedere anche un monumento in ricordo dei caduti che non furono identificati.

La serie televisiva di TF1, a mio avviso, non è fatta molto bene ed è poco accurata nei dettagli, nonché mal interpretata (sia chiaro che questa non è altro che la mia opinione), tuttavia le va riconosciuto un pregio: quello di aver portato sullo schermo il dramma dell’incendio del Bazar de la Charité e di aver stimolato la curiosità storica di molti spettatori, tra cui la mia.

Se volete approfondire potete visitare il sito ufficiale dell’associazione delle vittime del Bazar de la Charité, i cui discendenti si occupano di mantenere vivo il ricordo della tragedia come monito per le generazioni future.

Pillola: la Santa Barbara e le tradizioni provenzali

Oggi, 4 Dicembre, è il giorno di Santa Barbara martire. Patrona dei vigili del fuoco, della marina militare, degli artiglieri, degli artificieri e degli architetti, è un personaggio storico attorno cui sono sorte moltissime leggende, nutrite senza dubbio dalla Legenda Aurea, il best-seller di Jacopo da Varagine, frate domenicano e grande agiografo vissuto nel Duecento.

Dicevamo, le vicende di Santa Barbara sono variegate e differenti, a seconda della fonte a cui ci si accosta per apprendere sulla sua vita. Ad ogni modo, tutte hanno alcuni tratti in comune: un padre orribile che la vuol costringere all’abiura del cristianesimo e che le fa subire tutti i più inenarrabili supplizi, la capacità di attraversare i muri, la volontà di far aprire una terza finestra nella torre in cui è rinchiusa per simboleggiare così la Santa Trinità, il dono del volo, qualche folgore qua e là sparsa che si porta via uomini malvagi che l’hanno osteggiata nella sua fede in Cristo.

In Provenza c’è una tradizione che riguarda il giorno di Santa Barbara: si devono mettere a germinare in tre ciotoline, con un po’ di terra o di cotone inumidito, tre manciate di chicchi di grano del raccolto precedente, o qualche lenticchia, o dei piselli. Se i chicchi germinano a dovere, allora l’anno venturo si prospetta buono, secondo l’adagio provenzale:

Quand lou blad vèn bèn, tout vèn bèn !

Quando il grano viene su bene, tutto andrà bene!

Perché le ciotoline debbono essere tre? Per simboleggiare la Santa Trinità, così come Santa Barbara insisteva tanto per far costruire una terza finestra nella torre in cui il padre la teneva prigioniera.

Buona Santa Barbara a voi, nella speranza di un anno in cui la terra dia buoni frutti e sia meno ferita dalle azioni dell’uomo. Un saluto dalla costa provenzale, martoriata dalle intemperie di queste ultime settimane.

Santa Barbara Martire

Che il diavolo ti porti… a Bessans!

Bessans è un minuscolo villaggio del dipartimento della Savoia, sulle Alpi francesi, non lontano dal confine italiano e situato a 2000 metri di altitudine. Il censimento del 2016 ha attestato che vi risiedono circa 345 persone, implicando una densità di 2,7 abitanti per kilometro quadrato. Una metropoli!

Questo pittoresco paesino, già incanutito a metà novembre e pronto ad accogliere gli appassionati dello sci di fondo, ha una bella storia da raccontare agli affamati di curiosità e bizzarrie. In un sabato pomeriggio autunnale, grigio e piovoso, un intrigante racconto dal sapore doncamillesco, fatto di diavoli e curati, è l’ideale per accompagnare una profumata tazza di tè fumante. Mettetevi comodi, sta per iniziare la storia dei diavoli di Bessans.

Il diavolo ha da sempre fatto parte dei racconti folkloristici locali. Appare, ben raffigurato con corna e coda puntuta, in diversi episodi sacri affrescati all’interno della cappella di Sant’Antonio. Non stupisce che ai bambini fossero raccontate favole e leggende in cui esso compariva come personaggio principale; tuttavia è solo a metà del XIX secolo che il diavolo ci mette veramente lo zampino, a Bessans.

Tutto ebbe inizio nel 1857: viveva al tempo in paese un tale, Etienne Vincedet, detto Etienne dei santi, perché, oltre ad essere sacrestano della parrocchia e membro della corale del paese, si dilettava anche di scultura ed era molto noto per le belle figurine di santi che intagliava sapientemente nel legno. All’epoca era tradizione che il curato offrisse un pasto speciale ai cantori della corale in occasione della festa di Santa Cecilia, patrona della musica, il giorno 22 novembre. Quell’anno, non si sa bene perché, o forse io non sono riuscita a risalire al motivo, la corale non si esibì e il curato si rifiutò dunque di offrire il pranzo ai cantori.

«Niente musica? Niente pranzo!» sbottò indispettito il prete.

Etienne dei santi non era d’accordo. Ci mancava solo di dover rinunciare all’appuntamento annuale per la festa di Santa Cecilia! Rimuginò a lungo su come ottenere una vendetta, innocua, ma comunque abbastanza efficace da far ritornare sui suoi passi quel testardo del prete. L’idea gli balenò in testa mentre era chino ad intagliare una delle sue famose figurine sacre: stava scolpendo un San Bernardo di Mentone, il patrono degli alpinisti, quello a cui si deve il nome del cane e anche il toponimo del Grande e Piccolo San Bernardo. Codesto santo è tradizionalmente raffigurato insieme al diavolo, quest’ultimo tenuto prigioniero con una catena o un pezzo di corda.

Etienne riprese a scolpire una nuova statuina e, una volta terminatala, l’andò a posare nottetempo sotto la finestra del curato di Bessans. Il prete, svegliatosi e aperta la finestra, vide la scultura e non ebbe dubbi su chi ne fosse l’autore. Irritato, la osservò bene: un diavolo grande e grosso portava sottobraccio un prete con le mani giunte in preghiera, forse intento a profferire parole di rimorso e pentimento per la sua pessima decisione di revocare il pranzo di Santa Cecilia. “Che il diavolo ti porti, prete!” era il chiaro messaggio della statuetta.

Il curato non perse tempo e, con sdegnoso orgoglio, andò a mettere la statua sotto la finestra dello scultore, il quale non esitò a riportarla davanti la porta della sagrestia. Il prete, il giorno seguente, la rimise alla finestra di Etienne che in risposta la pose nuovamente davanti la casa del curato. Via così per un bel pezzo, con il diavolo ed il sacerdote di legno che facevano la spola tra la dimora di Etienne e quella del prete. La gente del paese si divertì un mondo a vedere come curato e sacrestano si facevano la guerra a suon di statuina. Quando poi i due fecero la pace, Etienne decise di tenere la figurina alla sua finestra, in ricordo della burla.

Qualche tempo dopo, un forestiero di passaggio a Bessans, camminando davanti la finestra di Etienne, scorse la sculturina e, trovandola interessante ed originale, volle acquistarla. Etienne, nel guardare il tale andarsene con la famosa statua sottobraccio, si disse che forse poteva essere una potenziale fonte di guadagno. Ecco che quindi Etienne dei santi non si limitò più solo a produrre e vendere figurine sacre e personaggi del presepe, ma anche il diavolo col prete sottobraccio, avviando così il fiorente commercio dei diavoli di Bessans.

Se andate in vacanza da quelle parti, tra una sciata di fondo e una raclette davanti al caminetto in baita, non mancate di acquistare una riproduzione della famosa statua da uno dei numerosi artigiani locali che continuano a far vivere la tradizione e a raccontare la storia del curato avaro, del sagrestano scultore e del diavolo che si porta il prete!

I gioielli della corona italiana e della corona francese, un’indagine appassionata – parte 1

Sebbene siano due repubbliche, la Francia e l’Italia hanno un passato fatto di splendori reali se non addirittura imperiali.

Ogni tanto, in occasione di cerimonie importanti come le aperture dei parlamenti, le cene di stato, i matrimoni reali, le premiazioni Nobel, vediamo le case regnanti ancora esistenti in Europa (Gran Bretagna, Spagna, Monaco, Belgio, Lussemburgo, Danimarca, Svezia, Norvegia) sfoggiare i gioielli di famiglia. Talvolta a queste riunioni partecipano anche i membri di case reali non più in auge, come la famiglia reale greca, spodestata dalla dittatura dei colonnelli, gli eredi Savoia, i pretendenti al trono delle Due Sicilie (un ramo borbonico), gli eredi della corona di Portogallo, nobili di antichissime case tedesche, i pretendenti al trono asburgico e anche discendenti della famiglia reale di Francia. Essi hanno ancora molti gioielli di famiglia nelle loro casseforti, pezzi storici ed importanti.

Ma il grosso dei gioielli della corona italiana e della corona francese non si trova più in mano ai pretendenti al trono. In linea di massima si può affermare che la maggior parte dei gioielli reali francesi si trova oggi al Museo del Louvre, mentre quelli italiani si trovano in parte in possesso dei pretendenti al trono che hanno ricevuto in eredità i pazzi portati dalla famiglia in esilio in Portogallo, e in parte in un caveau della Banca d’Italia. Fu lo stesso re Umbero II a consegnarli alla banca, tramite l’avvocato Falcone Lucifero che, all’indomani del referendum del giugno 1946, si presentò alla Banca  d’Italia portando un cofanetto a tre piani in cui erano custoditi i gioielli della corona e l’ordine manoscritto di re Umberto II di ridarli alla nazione, ad uso “di chi di dovere”. Pare che codesto scrigno, chiuso da ben dodici sigilli possa essere aperto solo in presenza del presidente della repubblica e del governatore della Banca d’Italia. Il valore di questi oggetti ad oggi sarebbe di circa un miliardo e mezzo di euro: in totale, in quel tesoro, ci sono pietre per più di 1200 carati.

De amore gallico vi porterà in viaggio alla scoperta di bellezze scintillanti, preziosissime e che farebbero gola anche al più morigerato degli individui. Signore e signori, mesdames et messieurs, mettetevi comodi, lo spettacolo sta per iniziare.

Per gioielli reali si intende l’insieme dei gioielli della corona di uno stato, ovvero tutti quegli oggetti di valore (corone, diademi, tiare, spille, parures e demi-parures, regalie, globi, scettri etc.) che appartengono alla casa reale e che vengono usati dai suoi componenti. Vi sono i gioielli ufficiali, che hanno un alto valore simbolico e che sono utilizzati esclusivamente durante cerimonie di stato il cui significato storico, morale, financo religioso, è altissimo (l’incoronazione e l’intronazione, ad esempio). Codesti non sono al centro della nostra indagine, anche perché, strano davvero, i re italiani non sono mai stati protagonisti di vere e proprie cerimonie di incoronazione.
Poi ci sono i gioielli privati, ovvero oggetti che sono stati donati personalmente ad alcuni membri della casa reale e che son divenuti parte dell’eredità che si è tramandata di sovrano in sovrano, o magari di madre regale in regale figlia. Le parures e le demi-parures fanno parte di questa categoria.
Sarà su questi gioielli che la nostra attenzione si concentrerà.

Specifichiamo una cosa: le parures sono dei set di gioielli che comprendono un diadema o tiara (i due termini sono oggi usati indifferentemente), una o più collane, orecchini, spille, devant de corsage (che altro non è che una grossa spilla), e anche braccialetti, spesso ricombinabili in diverse configurazioni come collarini o cinture. Una demi-parure è un set che può comprendere tutto questo tranne la tiara.

La corona ferrea

Per quello che riguarda i gioielli ufficiali della corona italiana, desidero menzionare esclusivamente la Corona Ferrea, simbolo sacro del potere sulla penisola. Si dice che la lamina di ferro posta all’interno del cerchio regale sia stata fatta fondendo uno dei chiodi della croce di Gesù; per questa ragione essa è anche una reliquia sacra ed è oggi conservata nel duomo di Monza. Nonostante la sua importanza, essa non è stata mai utilizzata per le incoronazioni; è antichissima, la datazione fatta con il carbonio 14 indica che alcune parti sono databili addirittura tra i V e il VI secolo.

Ma veniamo agli oggetti privati, il clou della nostra ricerca, la parte più frivola dei miei interessi personali. Le tiare, i diademi, le collane… solo a pensarci viene il capogiro! Casa Savoia, tradizionalmente, ordinò quasi tutti i gioielli che nel tempo entrarono a far parte della collezione ad una gioielleria in particolare, Musy, fondata a Torino addirittura nel 1707. Ora, non dovete aspettarvi una quantità di gioielli che possa far concorrenza alle segrete londinesi o ai forzieri svedesi o agli scrigni olandesi. La monarchia italiana fu di breve durata e sicuramente molto meno ricca di altre corone europee, ma la collezione è comunque molto bella e in ogni caso più vasta di quella belga (pappappero). Ecco qui di seguito una selezione degli oggetti più interessanti dal punto di vista storico ed estetico. Per la maggior parte si tratta di tiare e diademi. Le collane, i bracciali e le spille sono numerosissimi e di difficile reperibilità, almeno per quello che riguarda i gioielli italiani, e si è preferito tralasciarli.

Iniziamo con la parure di diamanti e tormaline rosa. Questo ensemble eccezionale è stato visto di recente nel 2003, al matrimonio di Emanuele Filiberto con l’attrice francese Clotilde Coureau. La mariée per l’occasione indossò la tiara e gli orecchini, ma la parure consta anche di una collana, un collarino, una spilla e dei bracciali. Questa parure fu donata dalla Regina Maria Teresa di Sardegna alla sposa di suo figlio, il principe Ferdinando, Duca di Genova, nel 1850. Oro, diamanti e tormaline rosa, intercambiabili inizialmente con granati, coralli e pare anche acquamarine, fanno di questo set una vera meraviglia.

Il diadema Musy della regina Margherita è un oggetto spettacolare risalente al 1904. Esso può essere indossato in ben otto diverse configurazioni. Nelle foto sono illustrati sette modi diversi in cui la tiara può presentarsi.

Questo ornamento meraviglioso, fatto di oro, diamanti e perle, alla morte di Margherita fu ereditato dal nipote Umberto II, che lo donò a sua moglie Maria Josè, l’ultima regina d’Italia, che lo indossò il giorno del suo matrimonio. Maria Josè lo portò con sé in esilio e lo lasciò in eredità alla nuora, Marina Doria.

La tiara a nodi e stelle della duchessa di Aosta è un altro pezzo da novanta, manufatto sempre dalla gioielleria Musy nel 1895. La struttura di questo diadema, interamente incrostato di diamanti, è molto elaborata: la base, che si può portare come un bandeau secondo la moda degli anni ’20, o come un diademino puntellato di smeraldi (smeraldi che si trovano oggi al collo della principessa Astrid del Belgio – eh sì) è decorata con un motivo di nodi Savoia, la parte superiore è composta da un motivo a festone e a stelle. La prima foto mostra la configurazione originale di questa corona, con le stelle molto elaborate e attorniate da diamanti satelliti. Oggi essa è meno flamboyant, ma mantiene pur sempre una certa imponenza e regalità. Nella seconda foto potete vedere le trasformazioni subite da quando la corona era indossata da Elena, Duchessa d’Aosta nata d’Orléans, fino ai giorni nostri, più o meno. Il diadema appartiene al ramo cadetto dei Savoia, gli Aosta, che contendono il trono italiano a Vittorio Emanuele, a causa dei suoi problemi con la giustizia e per aver sposato la borghese Marina Doria senza l’assenso di Umberto II.

La tiara di perle e diamanti a nodo Savoia della regina Margherita fu prodotta da Musy nel 1883 e pare si trovi attualmente nel famoso scrigno alla Banca d’Italia. Ecco qui una foto d’epoca che ne illustra la bellezza. Quando divenne Regina d’Italia, Margherita non aveva delle gioie degne della sua posizione. Ecco quindi che, per l’anniversario del quindici anni di matrimonio, re Umberto le donò il gran diadema. Esso è composto da undici ampie volute di diamanti di taglio circolare, intersecate da un giro di perle e sormontate anche da undici perle a goccia. In questo oggetto assolutamente incredibile sono incastonati in totale 541 brillanti per un peso pari a 292 carati

La tiara Mellerio a motivi di alloro raffigurata qui sopra fu prodotta nel 1867 ed è composta di diamanti incastonati in oro e argento. Margherita la ricevette in dono da parte del futuro suocero, il re Vittorio Emanuele II, per il suo matrimonio con il principe Umberto. Oggi appartiene all’Albion Art Institute, poiché fu venduta dopo la morte di Maria Josè da una delle sue figlie.

Ecco qui un breve sunto sui diademi principali appartenuti alla casa reale italiana. Vi sarebbero molti altri pezzi da includervi, ma risulta complesso fare delle ricerche esaustive e complete sulla totalità dei gioielli Savoia. Le vicende storiche che si sono abbattute sulla casata piemontese hanno reso molto difficile rintracciarli tutti. Non si sa quali e quanti gioielli siano contenuti nella Banca d’Italia. La stima riportata in questo post è approssimativa. Speriamo che prima o poi sia possibile visitare una mostra permanente in cui questi preziosi siano esposti al pubblico. D’altra parte ora appartengono allo Stato Italiano e sarebbe bene che si potesse godere della loro bellezza e della loro importanza storica.

Qui si è trattato principalmente di tiare e diademi, che sono simbolo della regalità e della dignità dei sovrani. Un giorno, forse, De amore gallico vi presenterà “I paralipomeni dei gioielli della corona”, una lista dettagliata di tutte le collane, anelli, spille e altri ornamenti che non sono stati discussi in questa sede. Per il momento, però, preparatevi alla seconda parte di questo articolo, focalizzata sui gioielli francesi. A bientôt!

Le foto non sono mie, sono state trovate nel web e il copyright appartiene ai legittimi proprietari.

La Forêt de Broceliande: leggende, fate, maghi, storie fantastiche e cavalleresche

La canicola, quella vera (per info su quella falsa leggere qui), è infine arrivata e ci sta stritolando nella sua morsa feroce. Spesso mi sorprendo a rinfrescarmi viaggiando col pensiero verso climi più rigidi, verso terre più fredde: la mente mi porta tra i fiordi scandinavi, sui laghi scozzesi, nelle verdeggianti brughiere irlandesi. Questi luoghi straordinari sono dalla notte dei tempi l’ambientazione di storie fantastiche, racconti di fate e mitologie appassionanti.

Anche la Francia ha un luogo profondamente legato ai cicli mitologici arturiani e alle tradizioni ancestrali del popolo celtico. È la meravigliosa Bretagna, penisola protesa verso le infinità oceaniche nel nord-ovest dell’Esagono, terra di fascino e magia. Uno dei siti bretoni più favolosi è la Foresta di Brocelandia.

Ufficialmente denominata “Forêt de Paimpont”, Brocelandia è spesso citata nei menù delle crêperies bretonnes, le quali non mancano mai di intitolare una delle specialità della casa al bosco incantato, teatro delle avventure della Dama del Lago, Viviana, e di Merlino.

Chrétien de Troyes (circa 1135 – 1190), poeta francese medievale, maggiore esponente della letteratura cavalleresca e cortese in Francia, ne parla nelle sue opere Erec et Enide, Cligès, Lancelot ou le chevalier de la charrette, Yvain ou le chevalier au lion, Le Roman de Perceval ou le conte du Graal, titoli che compongono il cosiddetto “ciclo bretone”.

Merlino e Viviana in un’incisione di Gustave Doré

Brocelandia è una foresta di latifoglie e conifere. Qui potete trovare la mappa che vi illustra la sua estensione e i sentieri più suggestivi da percorrere per godere della sua magica atmosfera.

La fontana di Barenton, una fonte incantata che compare anche nell’opera Yvain ou le chevalier au lion, si trova vicino al villaggio La Folle Pensée, così chiamato per le virtù curative dell’acqua della fonte: si credeva infatti che essa potesse guarire gli spiriti pazzi, le menti disturbate. Pare comunque che l’acqua ogni tanto offra uno spettacolo notevole: malgrado la temperatura molto bassa, infatti, può capitare che essa ribollisca come in un pentolone sul fuoco. La tradizione popolare vuole inoltre che le fanciulle in cerca d’amore possano andare alla fontana, gettarci dentro uno spillo pronunciando una formula di buon augurio e ritrovarsi sposate prima di Pasqua!

La tomba di Merlino

La tomba di Merlino, o forse sarebbe meglio dire il luogo dove si trova la torre d’aria incantata costruita dalla fata Viviana per imprigionare il grande druido di lei follemente innamorato, è ciò che resta di un sito di sepoltura del neolitico. Esso era costituito di megaliti, ma purtroppo fu in parte distrutto nel XIX secolo. Ora non resta altro che una coppia di pietre che ricorda due amanti vicini, protesi l’uno verso l’altra.

Nella foresta di Brocelandia ci sono anche alcuni alberi notevoli, dei totem naturali, esseri viventi antichissimi che fanno pensare agli Ent della Terra di Mezzo: la quercia Gullotin, ad esempio, è un albero che ha tra gli 800 e i 1000 anni e il cui tronco sfiora i 10 metri di circonferenza. Il suo nome si deve all’abate Gullotin il quale, durante la Rivoluzione Francese, trovò rifugio in questo albero (in, non su, perché si nascose dentro un anfratto del tronco) per sfuggire alla furia anticlericale dei giacobini rivoluzionari.

La quercia Gullotin

Io non ci sono mai stata, ma desidero moltissimo visitare questa terra di fiaba e mistero. Mi piacerebbe molto poter fare un tour celtico, partendo dalla Bretagna, passando per l’Irlanda, la Scozia, scendendo verso il Galles, la Cornovaglia, per finire in Normandia.

Chissà che in questa peregrinazione non mi imbatta in qualche fata o folletto?

Le foto non sono mie, sono state trovate nel web e il copyright appartiene ai legittimi proprietari.

La Bravade di Saint Tropez, tradizione e fede

Quest’oggi è la giornata della Bravade de Saint Tropez, una festa che unisce fede cristiana, tradizione popolare e orgoglio cittadino.

La Bravade in sé per sé è una parata di tropeziani in costume tradizionale, muniti di tamburi, trombette, fucili e moschetti, costituita di diverse parti e fasi che si articolano nell’arco di tempo di tre giornate: il 16, 17 e 18 Maggio di ogni anno.

Il nome fa risuonare subito alle nostre orecchio la parola “bravo”. Andiamo ad analizzarne l’etimologia; il sito Una parola al giorno dice:

Dallo spagnolo: bravo, forse a sua volta dal latino: pravus storto, malvagio, o da barbarus selvaggio, indomito.
Vedendo l’etimologia paradossale di una parola tanto certa e comune qualcosa proprio non torna. Il bravo è l’esatto contrario del selvaggio e del malvagio. Un bravo bambino, una brava persona… hanno qualità di posatezza ed onestà!
Non dobbiamo però scordare il cuore levantino in cui questa mediterranea parola ha ribollito per secoli, acuto nello scovare qualità positive nella canaglia.
Lo storto, fuori regola, è anche eccezionale, e così il selvaggio è indomito, valoroso, e non conosce paura. È vero, restano ancora in piedi i connotati più torbidi delle bravate, delle notti brave, dei bravi di Don Rodrigo, ma sono marginali: la radice di questa parola è esplosa nel mondo in un cristallino odore di apprezzamento, stima, nel vigore dell’abilità volta al bene. Così possiamo pensare al coraggioso inglese, il “brave”, e pensiamo all’universale “bravó” che rimbomba acclamante nei teatri più eleganti di tutto il globo.
Da noi è una parola normale, fondamentale – in virtù della sua storia, forse quasi identitaria, per la nostra cultura. Da piccoli facciamo i bravi a modo nostro e poi diventiamo bravi nel nostro lavoro, tornando a casa ci gustiamo una brava cena – splendido rafforzativo – e portiamo fuori il cane, dicendogli bravo quando ringhia alla vicina bisbetica. Il bravo resta ciò che spicca senza frastuoni, armoniosamente, al suo posto, in un modo anche originale, ormai ripulito dalle passate depravazioni – di cui è però rimasto lo smalto allegro e capace


Le bravate e i bravi di Don Rodrigo hanno tutto a che fare con la Bravade de St.Tropez. A partire dal IX secolo, i pirati saraceni facevano spesso incursioni e scorribande lungo le coste provenzali. Si dice addirittura che la cittadina di Ramatuelle, nella cui municipalità si trova l’arcinota spiaggia di Pampelonne, sia stata fondata da alcuni turchi rimasti a terra dopo un attacco pirata. La prova sarebbe l’etimologia del toponimo: rahmat Allah significa infatti “provvidenza divina” in arabo.

Busto del santo in processione

Fu così che i cittadini tropeziani si organizzarono e si armarono per difendersi dai mori, nominando un condottiero, il Capitain de la ville. Con delle lettere patenti reali, la sua autorità e il suo raggio d’azione furono ufficialmente riconosciuti e la carica restò importante ed attiva fino all’arrivo dell’assolutismo e della centralizzazione totale del potere nella persona del Re Sole. Egli stabilì che una guarnigione fissa dovesse acquartierarsi sul promontorio strategico all’entrata del golfo di Saint Tropez, laddove ora sorge la Citadelle, che ospita un bellissimo museo di storia marinara. I cittadini furono così “espropriati del potere militare” e la difesa della zona fu delegata ai soldati professionisti. Ma i fieri tropeziani si rifiutarono di rendere le armi. Le conservarono e, non potendole usare per la difesa, iniziarono a rispolverarle ogni anno in occasione della festa del santo patrono, come a dire “siamo pronti, nel caso ci fosse bisogno di noi”. Una bravata bella e buona! Ecco perché i tre giorni di Bravade sono accompagnati da un continuo esplodere di colpi a salve.

Costumi tradizionali

Insieme ai fucili e ai costumi provenzali antichi, i tropeziani accompagnano in processione la statua del loro santo patrono, contornata di tanti mazzolini di pitosforo profumato e benedetto: si tratta si San Torpete, ufficiale altolocato della guardia imperiale romana, originario della città di Pisa il quale, al tempo di Nerone, ebbe il coraggio di “fare coming out” e annunciare al folle imperatore piromane la sua fede cristiana (fu convertito nientemeno che da San Paolo in persona). Torpete rifiutò l’abiura impostagli da Nerone e per questo fu martirizzato. Dapprima cercarono di darlo in pasto alle fiere, le quali si accucciavano docili ai suoi piedi. Poi lo vollero flagellare, ma la colonna a cui fu legato cadde a terra. Finirono con il decapitarlo alla foce dell’Arno il 29 Aprile del 68 d.C. I cristiani di Pisa raccolsero la sua testa e la conservarono come santa reliquia in una cappella a lui dedicata. Il corpo fu messo insieme ad un gallo e ad un cane, che presumibilmente dovevano cibarsene, dentro una barca, che fu sospinta al largo dai venti e fu trasportata placidamente dalle acque fino alle coste dell’antica Gallia. Fu una donna, Celerina, avvertita in sogno, che andò in spiaggia ad accogliere la salma del santo, rimasta miracolosamente intatta. Il cane restò con lei, il gallò saltellò fino a qualche chilometro dalla costa, e si fermò in mezzo ad un campo di lino. Era le coq au lin, il volatile che diede il nome al villaggio di Cogolin.

Un luogo di culto fu poi edificato velocemente e le spoglie del santo vi furono traslate il 17 Maggio.

Saint Tropez
Pisa

Ecco anche spiegato perché i colori della Bravade sono il bianco ed il rosso: stanno a simboleggiare il legame tra Saint Tropez e la città di Pisa, una delle grandi repubbliche marinare del medioevo, il cui stemma è proprio bianco e rosso.

Chiedere aiuto c’est français!

Per una serie di motivi mi sono imbattuta in un volume di teoria sulle procedure di sicurezza da implementare a bordo di un’imbarcazione o di un velivolo in caso di emergenza grave. Mayday, Pan pan, SOS... alte frequenze, medie frequenze… ci sono tante cose da imparare, è una materia interessante e anche molto vasta.

Con il mio solito piglio investigativo-linguistico, sono andata a guardare le etimologie delle espressioni di soccorso più comuni, e con grande sorpresa ho scoperto che derivano quasi tutte dalla lingua francese.

Mayday, ad esempio, è una parola che indica un’emergenza, una questione di vita o di morte e in radiofonia è utilizzata per le imbarcazioni e per i velivoli che hanno bisogno di aiuto. Nella gerarchia delle espressioni usate, è la più grave, la più importante, quella che annichilisce tutte le altre comunicazioni radio e che ottiene la precedenza. Va ripetuta tre volte all’inizio del messaggio. Questa espressione è il frutto dell’inglesizzazione di “veulliez m’aider”, vogliate aiutarmi (era pur sempre l’inizio del 1900, la formalità era all’ordine del giorno anche in caso di pericolo). Contratta in “m’aider”, diventa mayday per gli anglofoni. Essa è in utilizzo dal 1927, dopo che nel 1923 un radiofonista dell’aeroporto londinese di Croydon, Frederick S. Mockford l’aveva proposta per facilitare le comunicazioni tra l’aeroporto in cui lavorava e quello di Le Bourget, a Parigi, tra i quali avveniva un intenso traffico aereo.

La tomba di Mockford

Pan pan, sempre ripetuto tre volte all’inizio della comunicazione radiofonica, deriva dalla parola francese panne, che in italiano troviamo esclusivamente nella locuzione “rimanere in panne”, associata dunque a motori, mezzi di locomozione, meccanica in linea generale, ed è pronunciata come il plurale di “panna”. Come ci suggerisce questa espressione, in radiofonia questa formula è usata per urgenze di minor gravità rispetto al mayday.

Securité si utilizza per comunicazioni non gravi ma che possono influire sulla sicurezza del bastimento, come le condizioni meteorologiche, oggetti galleggianti sulla rotta, alberi maestri di navi affondate che riaffiorano in superficie. Anche in questo caso la parola va ripetuta tre volte all’inizio della telecomunicazione.

SOS ha una storia molto conosciuta: fu scelto come sigla universale per chiedere aiuto grazie alla semplicità con cui può essere computata nel codice Morse … – – – … Per dargli un senso, nelle varie lingue gli esperti di telegrafia e radiofonia hanno provato ad abbinare delle parole pertinenti al contesto di emergenza che iniziassero con la S e la O: save our ship, save our souls in inglese, salvateci o soccombiamo, soccorso occorre soccorso in italiano. Fu scelto nel 1906, a Berlino, durante la conferenza internazionale di telegrafia e probabilmente fu utilizzato nel 1912 dalla nave Titanic, quando entrò in collisione con l’iceberg.

Il Titanic

Quell’evento sfortunato sta all’origine di molte innovazioni nel campo della sicurezza e delle telecomunicazioni. All’indomani della tragedia furono organizzate numerose conferenze e incontri internazionali di esperti e studiosi delle varie discipline che concorrono a gestire la vita a bordo di un velivolo o di una nave: ingegneri, fisici, radiofonici, marinai, telegrafisti, meteorologi, cartografi etc. Ad esempio si stabilì l’obbligo di avere a bordo su ambo i lati di ogni bastimento il numero di scialuppe di salvataggio esatto per accogliere tutti i passeggeri presenti a bordo. Il che significa il doppio della capienza della nave sotto forma di scialuppe, in totale. Se uno ci pensa, è abbastanza ovvio: in caso di affondamento, la nave può ribaltarsi e impedire l’accesso delle persone a bordo ad uno dei due lati.

La fonte per questo articolo è stato un ex marinaio della marina nazionale francese, ora capitano su una barca privata, che mi ha raccontato tutte queste cose, facendomi anche degli esempi pratici di comunicazioni importanti di sicurezza.

Benvenuti a bordo, filibustieri!