Aventuriers des mers, lupi di mare, esploratori e navigatori in mostra al MuCEM

Il MuCEM di Marsiglia è un bellissimo impianto museale a vocazione prettamente mediterranea. La collezione permanente che racconta la storia delle civiltà nate intorno al bacino del Mare Nostrum è spesso affiancata da mostre temporanee interessantissime e di natura estremamente variegata.
Mesi fa ho visitato la fantastica esposizione “Après Babel, traduire“, di cui potete leggere un resoconto qui.
Ieri ho avuto modo di avventurarmi nella storia degli esploratori e dei lupi di mare, dei coraggiosi pionieri delle rotte mercantili del Mediterraneo, dell’Oceano Indiano e dell’Atlantico: un periplo salmastro e piccante, ricco di colori e di poesia che De amore gallico è lieto di raccontarvi.

Ad accogliere il visitatore all’ingresso della mostra c’è nientemeno che una mascella. Non è specificato a quale tipo di mostro marino sia appartenuta: Moby Dick, forse? No, la balena di Giona. O Scilla? Magari Cariddi… no, sono certa che si trattasse del pesce-cane che divorò Geppetto e Pinocchio.

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Un’enorme proiezione di un oceano in piena tempesta accompagna questa terrificante gnatovisione. A quel punto il visitatore onirico è ben presto scaraventato sul ponte del Pequod, da poco salpato da Nantucket.

“Dans le même voyage, l’homme de terre et l’homme de mer ont deux buts differents. Le but du premier est d’arriver, le but du deuxième est de repartir. La terre nous tire vers le passé, la mer les pousse vers le futur.”

Albert Londres, “Marseille, porte du sud”, 1927

Una giostra di sapienze e conoscenze forma un puzzle variopinto: ci sono le mappe dei navigatori arabi, gli estratti della Bibbia, le illustrazioni preziosissime e miniaturizzate della vicenda di Giona. C’è perfino la proiezione di un interessante documentario in cui un autorevole sociologo delle isole Comore spiega come, nei secoli passati, l’Oceano Indiano era considerato un Mar Mediterraneo molto più grande: terre africane a ovest, Arabia, India e sud-est asiatico a nord, il continente Oceania a est, solo il sud è aperto sulla terra più sconosciuta di tutte: l’Antartide. La tesi è supportata dalla rappresentazione cartografica fatta dagli arabi nel “Libro delle curiosità”, un tomo composto nel secolo XI e ritrovato qualche anno fa in Egitto. Lì vi si trovano carte che indicano l’Oceano Indiano come un bacino d’acqua interamente circondato dalla terra.

La cartografia, in effetti, ottiene la pars leonis di questo percorso espositivo: gli spagnoli, dominatori dell’emisfero occidentale del globo a partire dal trattato di Tordesillas (1497), patto stretto con il Portogallo per spartirsi i domini del nuovo mondo, hanno prodotto dei capolavori di inestimabile valore. Ecco, ad esempio, l’Atlas Catalan, del 1450, composto da sei fogli di pergamena, che rappresenta con minuzioso dettaglio, ogni dominio dell’uomo allora conosciuto.

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Ma la più spettacolare di tutte è la carta del planisfero di Fra Mauro, monaco camaldolese, vissuto a cavallo tra il 1300 e il 1459. Egli è l’autore di uno dei planisferi più importanti della storia. A questo progetto dedicò quasi tutta la vita: raccolse le informazioni geografiche e cartografiche disponibili all’epoca, attuando un metodo di ricerca certosina negli archivi e nei testi storici, aggiungendo le informazioni ricavate dai resoconti dei marinai che, di ritorno dai loro viaggi, si fermavano a Venezia. Di fatto, Fra Mauro compose un’opera di proporzioni sesquipedali senza aver mai lasciato le sponde dell’Adriatico.
Le vicissitudini di questa mappa sono molto complesse, Wikipedia ne fornisce un buon sunto. Il lettore che volesse approfondire l’argomento può cliccare qui.

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Come potete notare, il planisfero è concepito capovolto rispetto a come siamo abituati noi.

La mostra continua con una sontuosa carrellata di tesori: oggetti d’avorio, oro, pietre preziose, spezie, resine e incensi. Si posso ammirare meraviglie di vetro e maiolica provenienti dalla Turchia, dall’Iran, dalla Siria, stoffe e sete cinesi, broccati bizantini. Qui di seguito qualche foto che ho scattato durante il percorso.

Uno degli oggetti più bizzarri e che ogni appassionato di Harry Potter potrà riconoscere è stato il bezoar, la pietra che si forma nel ventre di alcuni ruminanti e che nell’antichità

20170901_174233[1]era considerato il più potente degli antidoti contro ogni veleno. Il bezoar esposto a “Aventuriers des mers” è incastonato nell’oro, come una preziosa reliquia cristiana.

A proposito di reliquie… un bel segmento è dedicato alle crociate, evento storico che ha creato contatti, violenti e non, tra popoli diversi ma tutti collegati da un fattore chiave: il mar Maditerraneo.

La mostra ci lascia, storicamente, all’inizio del 1600, poco dopo la battaglia di Lepanto che segnò il trionfo della Lega Santa, composta dalle marine di Stato Pontificio, Spagna, Repubblica di Venezia, Malta, Genova, Lucca e i granducati italiani, sulla flotta ottomana, al tempo in piena espansione.
Ci illustra l’esplorazione di Marco Polo e di Colombo, Magellano e Da Gama senza arrivare toccare, però, il delicato argomento del colonialismo, forse troppo politicamente sensibile e recente.

Se ne esce soddisfatti, anche se, personalmente, avrei preferito gustare un sapore più letterario che storico: un’attenzione maggiore al rapporto dell’uomo con l’elemento naturale, richiami ai grandi romanzi e racconti marinareschi come Moby Dick, Capitani coraggiosi, L’isola del tesoro, le saghe dei pirati della Malesia, l’Odissea omerica, la Ballata del vecchio marinaio, Il lupo di mare, magari pure il popolarissimo Jack Sparrow, o il caro vecchio Capitan Uncino.

Però, forse, l’assenza più dolorosa, almeno per me, resta Corto Maltese.
MuCEM, a quando una bella expo sul marinaio senza la linea della fortuna sulla mano?

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Tarrare, che fece impallidire Pantagruel

Pantagruel è un personaggio letterario nato dalla penna di Rabelais. A lui e al padre Gargantua sono dedicati cinque romanzi di genere satirico che furono pubblicati nel ‘500. L’antonomasia anche questa volta ci ha messo lo zampino ed è probabile che, qualora incontrassimo un omaccione di proporzioni gargantuesche, questi sia abituato a consumare pasti pantagruelici.
Ma c’è una figura storica che Pantagruel se lo potrebbe mangiare a colazione, riservandosi Gargantua come dessert a pranzo. Sto parlando di Tarrare; se avete desinato da poco e intendete continuare la lettura di questo articolo, tenete accanto a voi un bel secchio per vomitare. Se invece dovete andare a tavola tra qualche minuto, sappiate che quanto segue vi toglierà tutto l’appetito.
Uomo avvisato.

Tutto ciò che so su questa vicenda lo ho appreso da Wikipedia, da Quarz Media, da diversi video che ho ricercato su Youtube e da un sito che è una vera chicca per gli amanti del bizzarro; non a caso si chiama bizzarrobazar.com. C’è anche un libro che narra della vita di Tarrare. Lo ho ordinato su Amazon e lo sto aspettando. Si chiama “Freaks: The Pig-Faced Lady of Manchester Square and Other Medical Marvels” ed è stato scritto da Jan Bondeson. Molti dei fatti riportati da Wikipedia sono tratti da questo libro.

Tarrare nacque nella campagna lionese nel 1771 e morì a Versailles ventisei anni più tardi. Una parabola breve ma intensa, a quanto pare, sebbene le notizie certe su di lui siano poche e pervase da un alone di favola. Ancora piccolo, sembra che sia stato cacciato di casa dai genitori che non sapevano più come fare per sfamarlo. Badate bene: non si parla dei genitori di Pollicino, tirchi e malvagi, no! si trattava di povera gente che non aveva i mezzi economici per soddisfarne l’appetito: in un solo giorno Tarrare riusciva a divorare un quantitativo di carne superiore al proprio peso.
Fu così che, vagando in giro per il mondo sin dall’infanzia, Tarrare apprese a mettere a frutto la sua bizzarra dote: divenne un fenomeno da baraccone per una compagnia di circo itinerante.

Tarrare, professione: freak.

Stava seduto ad ingurgitare qualsiasi cosa il pubblico di porgesse: materiali edibili e non (animali vivi, pietre, oggetti). Lui mandava giù tutto. A pensarci bene, la performance di Marina Abramovic del ’74, Rythm 0, non si discosta poi tanto da quello che faceva Tarrare col suo pubblico.

Wikipedia, riprendendo dal volume di Bondeson, riporta un interessante paragrafo sull’aspetto fisico e sulle abitudini di Tarrare: a diciassette anni pesava a malapena 45 kg, nonostante il suo regime alimentare disumano. La sua pelle, durante il digiuno, si raggrinziva e pendeva  in modo disgustoso, nella bocca poteva contenere ben venti uova tutte insieme ed emanava un odore repellente, forse causato dalla sudorazione estremamente abbondante di cui soffriva. Era di temperamento apatico e letargico, specialmente dopo aver mangiato (esattamente come accade ai coccodrilli), e spesso aveva attacchi di diarrea che si dice esser stata fetida oltre ogni immaginazione.

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Tarrare

Tarrare fece anche il soldato, sebbene le razioni giornaliere dell’esercito fossero ben lontane dall’essere anche solo vagamente sazianti, per lui. Si sentì male a causa della mancanza di cibo e fu ricoverato all’ospedale. Là gli fu quadruplicato il rancio, ma ciò non fu sufficiente: mangiava gli scarti altrui, l’immondizia, i cataplasmi e, durante alcuni esperimenti condotti dai medici del nosocomio, anche anguille, gatti vivi, un pasto per quindici commensali e serpenti, della cui carne era molto ghiotto.
Nell’esercito il suo appetito formidabile fu messo a frutto: gli affibbiarono il ruolo di corriere di documenti supersegreti. Tarrare doveva ingurgitarli e defecarli dopo aver superato le linee nemiche. La tattica non funzionò: Tarrare fu acciuffato dai nemici e si beccò un bel po’ di bastonate prima di essere rispedito in Francia. I documenti che avrebbe dovuto trasportare, comunque, si rivelarono essere dei falsi: il generale Beauharnais non si fidava granché del giovane ingordo e non affidò mai i veri piani segreti alle sue budella.

Dopo questa fallimentare esperienza, Tarrare si fece ricoverare in ospedale per subire qualsiasi trattamento i medici ritenessero di opportuna sperimentazione al fine di guarirlo dalla fame disumana che lo affliggeva. Durante questo periodo strisciava di soppiatto nell’obitorio per divorare cadaveri, si ingolfava di sangue salassato, frattaglie, carogne e ogni immondizia che poteva reperire. Fu sospettato anche di aver fatto fuori un bambino piccolo e di averlo ingoiato nelle sue fauci orribili.

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Tarrare mentre mangia il bambino

Fu espulso dall’ospedale e fece perdere le sue tracce per i quattro anni successivi, passati i quali si ripresentò al nosocomio, in fin di vita. Gli fu diagnosticata la tisi e perì poco dopo di dissenteria.
L’autopsia dell’uomo presentò le seguenti anomalie: corpo pieno di muco, compatibile col tipo di diarrea che se lo portò all’altro mondo, un esofago abnorme, uno stomaco sesquipedale, un fegato e una cistifellea orrendamente ingrossati.

Le spiegazioni cliniche della sua iperfagia potrebbero essere degli squilibri endocrini, specialmente legati alla tiroide. Io, che dottoressa non sono, sono ho alcuna idea di quale possa essere stata la causa di siffatto appetito. La cosa che più mi ha sconvolto è stato leggere che Tarrare fece fuori un gatto vivo sbranandolo a partire dal ventre, lasciando solo le ossa, ingurgitando tutto il resto, per poi vomitare pelo e pelle. Un pitone, un varano o qualsivoglia rettile non avrebbe fatto diversamente, credo!

Quando mi sono imbattuta in questa storia, ieri sera, ho provato un misto di disgusto, spavento e fascinazione che mi hanno accompagnata per tutto il pasto.
Un po’ come m’accadde dopo aver guardato “La grande abbuffata”, qualche anno fa.

Tra poco sarà ora di cena. Avete fame?

La melusina, una figura mitologica antichissima

Qualche giorno fa mi è capitato per le mani un volumetto quantomai interessante: si tratta della traduzione in italiano di un poema medievale scritto in tedesco ma che è già a sua volta la versione tradotta di un originale francese.
Io ci vado pazza per questi complicati giri storico-linguistici, ed oggi voglio presentarvi il mito oggetto del poema in questione: la melusina.
Può essere usato come nome comune, o inteso come nome proprio. Diventa allora Melusina, appellativo della dama protagonista dell’interessantissima storia medievale che ho letto negli ultimi giorni.

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J. Hubner “Raimondo e Melusina”

L’enciclopedia Treccani, fonte di inesauribili informazioni, dice in proposito:

Melusina (fr. Mélusine) Personaggio letterario dell’Histoire de Lusignan, intitolata anche Roman de Mélusine, scritta fra il 1387 e il 1394 dallo scrittore francese Giovanni di Arras. Melusina è una fata che una volta alla settimana si trasforma in serpente; essa sposa Raimondino, figlio del re dei Bretoni, che diviene, per le doti soprannaturali della moglie, valoroso principe di Lusignano; ma questi, rompendo il giuramento fatto alla moglie, la sorprende nel bagno e assiste alla sua metamorfosi in serpente; la scoperta, che lo priva della presenza della donna amata, lo getta in uno straziante dolore. Nel romanzo è espressa per la prima volta la leggenda della donna-serpente derivata dalle tradizioni popolari del Poitou intorno alla casa dei Lusignano.

La leggenda di Melusina, che ebbe larga diffusione nelle età successive e nelle varie letterature, specie nella poesia romantica tedesca, fu ripresa da J. W. Goethe nella fiaba Die neue Melusine (scritta prima del 1797 ma pubblicata soltanto nei Wilhelm Meisters Wanderjahre, 1821 segg.).

Il vocabolario Treccani approfondisce invece il nome comune “melusina”, con

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Melusina

particolare attenzione all’araldica:

meluina s. f. [dal nome di Melusina, fata della mitologia celtica, che nel romanzo Histoire de Lusignan (o Roman de Mélusine), scritto da J. d’Arras verso il 1390, si trasforma in serpente]. – In araldica, figura chimerica raffigurata come una sirena a due code, ch’essa tiene con ambedue le mani, uscente da un tino.

L’etimologia di questa parola è molto intrigante: il dictionnaire Littré la chiama “Merlusigne”, dando un’accezione acquatica al nome, che giustificherebbe la raffigurazione della donna dalla coda di pesce. Essendo legata alla Maison de Lusignan, Melusina potrebbe derivare da “Mère Lusigne“.
Non si può essere certi. Ci sono tesi che sostengono l’origine bretone del nome, collegandola alla fabbricazione del miele. Se si percorre quella via etimologica si arriva fino alle radici linguistiche celtiche che la Francia del nord condivide con le isole Britanniche.

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Raimondo vede Melusina al bagno in un’illustrazione del 1478 del poema di Jean dDArras

Di certo la figura della donna dalla coda di serpente o di pesce non ha origine nell’Europa medievale, ma la si ritrova nelle mitologie antiche e, perché no, anche nella Bibbia, precisamente nel libro della Genesi, dove la donna ed il serpente non sono riuniti in un’unica figura, è vero, ma interagiscono in modo oserei dire privilegiato.
Il binomio ginorettileo è ripetuto nelle raffigurazioni della Vergine Maria che pesta la testa di una serpe, eco del “Ella ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno” del primo testamento.
La mitologia greca propone diverse creature con elementi femminili e bestiali: le arpie (donna+volatile), le Gorgoni (donne+svariate bestie tra cui i serpenti in testa di Medusa), l’Echidna (donna+serpe), le Sirene (donne+pesce), le Erinni, o Eumenidi o Furie (donne+una miriade di animali pericolosissimi). La cultura egizia invece ha la Sfinge, che in Grecia non possiede un’identità tipicamente femminile, ma nell’immaginario collettivo, influenzato dalla rappresentazione più nota di questa bestia, è spesso rappresentata come un leone dalla testa di donna.

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“Susanna e i vecchioni” di Artemisia Gentileschi

Un altro tòpos che accomuna la versione medievale della storia di Melusina ad altre narrazioni antichissime è il voyerismo. Raimondino infrange il giuramento fatto alla moglie Melusina al momento dello sposalizio e la spia nel giorno del sabato:

“Il vit Mélusine dans le bassin. Jusqu’au nombril elle avait l’apparence d’une femme et elle peignait ses cheveux ; à partir du nombril elle avait une énorme queue de serpent, grosse comme un tonneau pour mettre les harengs, terriblement longue, avec laquelle elle battait l’eau qu’elle faisait gicler jusqu’à la voûte de la salle.”

La punizione è esemplare: Melusina fugge per non tornare mai più. Raimondino è abbandonato per sempre dalla sua amatissima sposa e sarà preda di tormenti e dolori fino alla fine dei suoi giorni.
Atena, spiata da Tiresia nel momento del bagno, accortasi del guardone che viola la sua intimità, lo acceca, dandogli però il dono della profezia. Anche Artemide, vista nel momento delle abluzioni, si vendica sul malcapitato cacciatore Atteone, che non ci aveva nemmeno fatto apposta, e lo tramuta in cervo, lasciandolo preda dei suoi stessi cani da caccia.

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La statua di Atteone nel giardino della reggia di Caserta

La Bibbia invece racconta di Susanna, colta nel momento del bagno da due vegliardi  e stimati giudici della comunità, i quali la ricattano dicendole che se non si concede loro, la accuseranno di aver fatto la sgualdrina con un giovanotto. Lei non cede e purtroppo i due vecchi mettono in atto le loro minacciose parole, salvo poi essere smascherati da Daniele, il profeta.

Trovo molto appagante ricongiungere i punti in questo modo, formando delle intricate costellazioni di tòpoi, personaggi, temi ricorrenti e universali. I simboli e le creature immaginifiche hanno parlato per secoli e secoli alle generazioni. Noi non dobbiamo dimenticare di continuare a leggere e a tramandare questo patrimonio inestimabile di racconti e storie che costituiscono trama e ordito della nostra cultura e della nostra identità.

La pallacorda, un gioco ancora vivo e vegeto

Spesso, quando a scuola si affronta la rivoluzione francese, una delle cose che restano di più impresse nella mente degli studenti è l’aneddoto del Giuramento nella sala della pallacorda. Questo sport è considerato l’antenato del tennis odierno, e le sue origini sono contese tra Italia e Francia.
Pochi però sanno che questo sport è tuttora praticato da ben 5000 appassionati in tutto il mondo e che oggi il centro principale e cuore pulsante si trova nientemeno che a Oxford, in Inghilterra.

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Il gioco della pallacorda

In Francia questo gioco si diffuse enormemente tra i nobili, nei secoli scorsi. Veniva chiamato jeu de paume, perché la palla era colpita col palmo della mano e non con l’ausilio della racchetta. Lo strumento infatti fu adottato in particolar modo dagli inglesi, che perfezionarono il gioco chiamandolo a loro volta real (royal) tennis o court tennis.

La pallacorda in generale si gioca al chiuso e gli eventuali rimbalzi effettuati dalla pallina sui muri sono considerati validi, così come avviene nella pelota basca. I punteggi si calcolano in modo analogo a quelli del tennis. Alcune varianti del gioco possono prevedere partite disputate all’aperto. In questi casi il nome dello sport cambia in longue paume.

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Il giuramento nella sala della pallacorda

Vi è una particolarità affascinante, a mio parere, che riguarda le palline utilizzate: sono tutte rigorosamente cucite a mano dal capitano della sezione locale. Il cuore è in sughero e il rivestimento, che prevede un numero ben preciso di punti, è fatto in lana. Ogni pallina ha vita media di una settimana, trascorsa la quale perde di rimbalzo e di resistenza.

Il sito ufficiale della Oxford University Tennis Club dice a proposito della pallacorda:

Real Tennis is a game where subtlety and thought are as valuable as power and fitness. This ancient precursor of tennis is played indoors on a court resembling a Medieval street, complete with sloping roofs, openings (like windows) in the walls and the two sides of the court are not the same shape. You only serve from one end of the court and the main objective is to win the serve, as most point are won from this end. It is a racquet sport, played on a stone floor with a heavy wooden asymetrical racquet and using balls hand-made made by the club Pros. Played by Henry VIII, written about by Shakespeare, and wildly popular in the Middle Ages, this game is now rare.  Merton’s court was first built in 1595.

Il famosissimo e antichissimo Merton’s college è infatti sede dei campi di pallacorda di Oxford.

Ma che cosa avvenne a Versailles il 20 giugno 1789 e perché gli Stati Generali optarono per questa “invasione di campo” che è passata alla storia? In primis dobbiamo chiarire il termine Stati Generali: in Francia, all’alba della rivoluzione, la monarchia era di tipo assoluto, come i machiavellici Richelieu e Mazarino avevano lungamente pianificato, e il Parlamento, chiamato appunto Stati Generali, non era stato più convocato dal lontano 1614, quando Maria de’ Medici era reggente. L’assemblea degli Stati Generali era costituita dai notabili delle tre classi sociali principali: nobiltà, clero e terzo stato, ovvero la plebe. Dato che a ciascuno stato era concesso un voto soltanto e che gli interessi del clero e della nobiltà convergevano, il popolo si trovava sovente in svantaggio nelle votazioni decisive, pur essendo il partito più numeroso (rappresentava infatti il 98% della popolazione francese).
La crisi economica, agraria e sociale stava ineluttabilmente rodendo il Regno di Francia dall’interno; fu per questo motivo che nell’agosto del 1788 Luigi XVI si vide costretto a convocare il Parlamento, dietro forti pressioni della nobiltà, per riuscire a trovare una soluzione in accordo con le varie classi sociali. Purtroppo si arrivò ben presto ad un impasse, proprio perché, col sistema elettorale allora in vigore, il terzo stato non aveva quasi voce in capitolo. Ecco dunque che il 10 giugno i deputati del popolo e del basso clero convocarono un’assemblea, invitando i membri delle altre classi a prendervi parte. Nobiltà e alto clero ignorarono l’invito. L’assemblea ebbe comunque luogo, ma visto che non poteva essere considerata una riunione parlamentare tout court si decise di ribattezzarla Assemblea Nazionale. Da lì le cose si svolsero in una reazione a catena, nella quale ogni azione intrapresa dall’Assemblea era sempre più rivoluzionaria. Nobiltà e alto clero non se ne stettero con le mani in mano, protestando animatamente col re. Luigi XVI, ovviamente, non poteva che parteggiare per questi ultimi, visto che la costituzione dell’Assemblea Nazionale era un vero e proprio affronto alla corona e alla monarchia stessa. Fu così che con una scusa fece chiudere la sala dove si riuniva normalmente l’Assemblea. Questo non bloccò i lavori dei deputati, anzi, li fece arrabbiare e li spronò a trovarsi un nuovo posto in cui riunirsi. Fu scelta la famosa sala della pallacorda, dietro suggerimento dell’arcinoto Gullotin, medico rivoluzionario, ideatore della macchina della morte più conosciuta al mondo. Se ci pensiamo, anche oggi le palestre sono spesso usate come luoghi di riunione collettiva, sia per le assemblee studentesche che per le riunioni condominiali, come Benigni ci ricorda animatamente nel film “Il mostro”.

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Firme dei deputati dell’Assemblea Nazionale

Nella palestra di Versailles si stipulò il Giuramento della sala della pallacorda, la cui stesura avvenne per mano di Jean-Baptiste-Pierre Bevière. In esso si legge:

L’Assemblée nationale, considérant qu’appelée à fixer la constitution du royaume, opérer la régénération de l’ordre public et maintenir les vrais principes de la monarchie, rien ne peut empêcher qu’elle continue ses délibérations dans quelque lieu qu’elle soit forcée de s’établir, et qu’enfin, partout où ses membres sont réunis, là est l’Assemblée nationale;

Arrête que tous les membres de cette assemblée prêteront, à l’instant, serment solennel de ne jamais se séparer, et de se rassembler partout où les circonstances l’exigeront, jusqu’à ce que la Constitution du royaume soit établie et affermie sur des fondements solides, et que ledit serment étant prêté, tous les membres et chacun d’eux en particulier confirmeront, par leur signature, cette résolution inébranlable.

Lecture faite de l’arrêté, M. le Président a demandé pour lui et pour ses secrétaires à prêter le serment les premiers, ce qu’ils ont fait à l’instant ; ensuite l’assemblée a prêté le même serment entre les mains de son Président. Et aussitôt l’appel des Bailliages, Sénéchaussées, Provinces et Villes a été fait suivant l’ordre alphabétique, et chacun des membres * présents [en marge] en répondant à l’appel, s’est approché du Bureau et a signé.

[en marge] * M. le Président ayant rendu compte à l’assemblée que le Bureau de vérification avait été unanimement d’avis de l’admission provisoire de douze députés de S. Domingue, l’assemblée nationale a décidé que les dits députés seraient admis provisoirement, ce dont ils ont témoigné leur vive reconnaissance ; en conséquence ils ont prêté le serment, et ont été admis à signer le procès verbal l’arrêté.

Après les signatures données par les Députés, quelques uns de MM. les Députés, dont les titres ne sont pas [….] jugés, MM. les Suppléants se sont présentés, et ont demandé qu’il leur fût donc permis d’adhérer à l’arrêté pris par l’assemblée, et à apposer leur signature, ce qui leur ayant été accordé par l’assemblée, ils ont signé.

M. le Président a averti au nom de l’assemblée le comité concernant les subsistances de l’assemblée dès demain chez l’ancien des membres qui le composent. L’assemblée a arrêté que le procès verbal de ce jour sera imprimé par l’imprimeur de l’assemblée nationale.

La séance a été continuée à Lundi vingt-deux de ce mois en la salle et à l’heure ordinaires ; M. le Président et ses Secrétaires ont signé.

Considerando che il prossimo 11 giugno il popolo francese sarà chiamato ad eleggere i membri dell’Assemblea Nazionale, a così tanti secoli di distanza, è chiaro che la pallacorda meriti di essere annoverata tra gli sport che più hanno avuto impatto e peso nella storia occidentale.

Fonti:
“Castelli d’Europa”, programma in onda su Rai 5;
Wikipedia per il testo del Giuramento della sala della pallcorda;
Sito ufficiale della Oxford University Tennis Club;
I miei appunti di storia di liceo e università;
I miei libri di storia dell’università.

La bête du Gevaudan, un caso ancora aperto?

Tempo fa sono andata a Marsiglia a trovare i parenti del mio compagno. Suo nonno, in quell’occasione, mi ha raccontato la storia della Bestia del Gevaudan.
Oggi voglio riferirvi la vicenda e tutte le speculazioni che nei secoli sono fiorite attorno a questi sanguinosi fatti, facendoli divenire un caposaldo dell’archeocriptozoologia quasi quanto il Sasquatch, lo Yeti, il Chupacabras o il mostro di Loch Ness.
Insomma: animali fantastici e dove trovarli, per citare J.K.Rowling.

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Incisione dell’epoca

I fatti si svolsero nel XVIII secolo, in una regione chiamata Gevaudan, oggi conosciuta come Lozère. Il nonno del mio compagno mi ha mostrato in un atlante dove si trova questo luogo e io riporto la cartina per maggiore accuratezza geografica. In quel tempo la provincia del Gevaudan era territorio prevalentemente dedito alla pastorizia, con diverse fattorie sparse qua e là per la campagna punteggiata di villaggi sparuti e poveri. La rivoluzione non sarebbe avvenuta che dopo qualche decade; i mezzi di comunicazione, le strade e il tenore di vita del popolino che abitava la regione  lasciavano molto a desiderare. gevaudanTutto questo non fece che aumentare l’aura di mistero e di terrore che avviluppò la vicenda, anche quando i racconti di quanto stava accadendo in quella remota provincia del centro-sud francese giunsero alla corte di Versailles, dove fu costituita una sorta di task force militare con il compito specifico di gettar luce sull’oscura e tragica sequela di morti e di stanare la bestia.

Andiamo con ordine: nell’aprile del 1764 una giovane pastora fu attaccata da un essere mostruoso, dotato di lunghi canini. La ragazza sopravvisse perché furono le mucche di cui si occupava a salvarla, intervenendo in branco.
Il sito “L’ombre de la bête” riporta che i testimoni oculari descrissero l’essere:

un corps massif, les oreilles courtes, un pelage fauve parcouru de bandes sombres, une bande noire sur le dos, la queue grosse et touffue, et une tache blanche en forme de cour sur la poitrine. Autre détail important: aucune victime ni témoin ne parlera jamais d’un loup.

Non passò molto tempo che la bestia riuscì ad uccidere qualcuno: era il 30 giugno e la vittima fu un’adolescente, Jeanne Boulet. Si susseguirono non meno di 124 morti in circa tre anni. La maggior parte delle vittime erano donne e bambini, sorpresi da soli nei pascoli mentre gli armenti si cibavano. La solitudine al momento dell’attacco era in qualche modo l’elemento in comune a tutte le aggressioni, insieme alla morte per sgozzamento. I corpi, poi, venivano mangiati, anche solo parzialmente. La bestia che aggrediva gli umani, nonostante non avesse in alcun modo l’aspetto di un lupo, venne subito bollata come lupo mannaro, loup garou, cosa che portò ad una strage di animali innocenti in tutta la regione. Altri dissero che si trattava di mastini particolarmente grossi, o di ibridi bizzarri, allevati da qualche famiglia di malintenzionati apposta per aggredire gli umani. Una sorta di Mastino dei Baskerville in piena campagna francese, senza le soluzioni fluorescenti e i mozziconi di sigaretta tanto cari a Conan Doyle.gevaudan2
Si pensò anche che la bestia fosse un animale messo sotto incantesimo da qualche magone che abitava nei paraggi, il quale amava stregarla per i suoi sadici scopi. Nella fattispecie, si sarebbe trattato di Jean Chastel, sospettato di essere un meneur de loups.
Altre teorie affermano che la bestia era in verità un animale esotico, come una iena o un licaone, magari giunto dall’Africa per divertire qualche nobiluomo bizzarro che voleva tenerlo in gabbia nel proprio giardino: l’animale, poi, sarebbe riuscito a darsi alla fuga fortunosamente, vivendo da allora come vagabondo in un habitat non suo.

Il 12 gennaio 1765, quando la bestia cercò di attaccare nuovamente, un gruppo di ragazzini riuscì a scacciarla, ligi al detto “l’unione fa la forza”. Re Luigi XV fu così colpito dall’audacia di quei fanciulli che donò loro 300 soldi.

Le morti continuarono e, come riporta il sito ufficiale del museo della Bestia del Gevaudan:

De 1764 à 1767, deux animaux (l’un identifié comme un gros loup, l’autre comme un canidé s’apparentant au loup) furent abattus. Le gros loup fut abattu par François Antoine, porte-arquebuse du roi de France, en septembre 1765, sur le domaine de l’abbaye royale des Chazes. À partir de cette date, les journaux et la cour se désintéressèrent du Gévaudan, bien que d’autres morts attribuées à la Bête aient été déplorées ultérieurement. Le second animal fut abattu par Jean Chastel, enfant du pays domicilié à La Besseyre-Saint-Mary, le 19 juin 1767. Selon la tradition, l’animal tué par Chastel était bien la Bête du Gévaudan car, passé cette date, plus aucune mort ne lui fut attribuée.

Sì, proprio lo stesso Chastel sospettato di essere meneur de loups. Giusto per aggiungere ulteriore foschia al quadro.
Alcune testimonianze di sopravvissuti hanno portato, nel tempo, a razionalizzare i fatti, mettendoli in un’ottica meno favolistica, forse, ma assai più inquietante, perché la realtà supera sempre di molto la fantasia, nel bene e nel male.
Riporto di seguito quanto scritto nella monografia “Notes sur ‘La bête du Gevaudan’ de Pascal Cazottes” redatta da Robert Dumont:

Il est flagrant que, sur le nombre de victimes (plus de 100 même en ne considérant que les estimations les plus restrictives), certaines ne sont pas imputables à la Bête elle-même. Les hommes étant ce qu’ils sont, il est inévitable que, lorsque sévit un « tueur en série » (qu’il soit humain ou animal), d’aucuns profitent de la circonstance pour régler un compte personnel, avec la quasi-certitude que ledit tueur endossera sans problème quelques meurtres de plus. Il semble également que, durant ces sanglants évènements, se soit manifesté un personnage plus ou moins « déguisé » en animal. Le 11 août 1765 la Bête attaque Marie-Jeanne Vallet, servante du curé de Paulhac. Notons au passage que pour ce faire, la Bête se dresse sur ses membres postérieurs. Sans perdre son sang-froid, Marie-Jeanne Vallet lui allonge un coup de baïonnette en plein poitrail. La Bête pousse un cri déchirant et porte l’une de ses pattes antérieures à sa blessure. A-t-on jamais vu un quadrupède accomplir un tel geste ? 

Gli attacchi sferrati in modo sistematico, con il modus operandi di cui sopra, a posteriori fanno pensare non solo ad un uomo, ma ad un gruppo di uomini, forse dedito a rituali magici di qualche tipo, che si dilettavano nella caccia all’umano nascondendo le loro fattezze sotto una pelle d’orso o di lupo. Una qualche setta, forse, contraddistinta da sadismo e perfidia.gevaudan4
Un’altra teoria afferma che il responsabile di questi attacchi potrebbe esser stato un uomo affetto da ipertricosi, emarginato dalla società per questa sua triste condizione, ridotto alla follia e assetato di vendetta nei confronti degli altri.
Ancora, si è pensato che gli autori di tutto l’affaire siano stati dei soldati divenuti antropofagi per necessità, di ritorno dalla guerra dei Sette Anni e nascostisi nelle campagne, ridotti ad uno stato psicologico di profonda prostrazione ed aggressività.

Comunque sia, la bestia del Gevaudan costituisce tuttora un mistero su cui gli appassionati di archeocriptozoologia continuano ad arrovellarsi. Che cos’era? O forse è meglio domandarsi chi era? Le ipotesi più disparate compongono questo puzzle misterioso e affascinante, sì, ma specialmente terribile, perché macchiato dal sangue di più di un centinaio di innocenti periti in circostanze davvero drammatiche.