Pillola: la Santa Barbara e le tradizioni provenzali

Oggi, 4 Dicembre, è il giorno di Santa Barbara martire. Patrona dei vigili del fuoco, della marina militare, degli artiglieri, degli artificieri e degli architetti, è un personaggio storico attorno cui sono sorte moltissime leggende, nutrite senza dubbio dalla Legenda Aurea, il best-seller di Jacopo da Varagine, frate domenicano e grande agiografo vissuto nel Duecento.

Dicevamo, le vicende di Santa Barbara sono variegate e differenti, a seconda della fonte a cui ci si accosta per apprendere sulla sua vita. Ad ogni modo, tutte hanno alcuni tratti in comune: un padre orribile che la vuol costringere all’abiura del cristianesimo e che le fa subire tutti i più inenarrabili supplizi, la capacità di attraversare i muri, la volontà di far aprire una terza finestra nella torre in cui è rinchiusa per simboleggiare così la Santa Trinità, il dono del volo, qualche folgore qua e là sparsa che si porta via uomini malvagi che l’hanno osteggiata nella sua fede in Cristo.

In Provenza c’è una tradizione che riguarda il giorno di Santa Barbara: si devono mettere a germinare in tre ciotoline, con un po’ di terra o di cotone inumidito, tre manciate di chicchi di grano del raccolto precedente, o qualche lenticchia, o dei piselli. Se i chicchi germinano a dovere, allora l’anno venturo si prospetta buono, secondo l’adagio provenzale:

Quand lou blad vèn bèn, tout vèn bèn !

Quando il grano viene su bene, tutto andrà bene!

Perché le ciotoline debbono essere tre? Per simboleggiare la Santa Trinità, così come Santa Barbara insisteva tanto per far costruire una terza finestra nella torre in cui il padre la teneva prigioniera.

Buona Santa Barbara a voi, nella speranza di un anno in cui la terra dia buoni frutti e sia meno ferita dalle azioni dell’uomo. Un saluto dalla costa provenzale, martoriata dalle intemperie di queste ultime settimane.

Santa Barbara Martire

Che il diavolo ti porti… a Bessans!

Bessans è un minuscolo villaggio del dipartimento della Savoia, sulle Alpi francesi, non lontano dal confine italiano e situato a 2000 metri di altitudine. Il censimento del 2016 ha attestato che vi risiedono circa 345 persone, implicando una densità di 2,7 abitanti per kilometro quadrato. Una metropoli!

Questo pittoresco paesino, già incanutito a metà novembre e pronto ad accogliere gli appassionati dello sci di fondo, ha una bella storia da raccontare agli affamati di curiosità e bizzarrie. In un sabato pomeriggio autunnale, grigio e piovoso, un intrigante racconto dal sapore doncamillesco, fatto di diavoli e curati, è l’ideale per accompagnare una profumata tazza di tè fumante. Mettetevi comodi, sta per iniziare la storia dei diavoli di Bessans.

Il diavolo ha da sempre fatto parte dei racconti folkloristici locali. Appare, ben raffigurato con corna e coda puntuta, in diversi episodi sacri affrescati all’interno della cappella di Sant’Antonio. Non stupisce che ai bambini fossero raccontate favole e leggende in cui esso compariva come personaggio principale; tuttavia è solo a metà del XIX secolo che il diavolo ci mette veramente lo zampino, a Bessans.

Tutto ebbe inizio nel 1857: viveva al tempo in paese un tale, Etienne Vincedet, detto Etienne dei santi, perché, oltre ad essere sacrestano della parrocchia e membro della corale del paese, si dilettava anche di scultura ed era molto noto per le belle figurine di santi che intagliava sapientemente nel legno. All’epoca era tradizione che il curato offrisse un pasto speciale ai cantori della corale in occasione della festa di Santa Cecilia, patrona della musica, il giorno 22 novembre. Quell’anno, non si sa bene perché, o forse io non sono riuscita a risalire al motivo, la corale non si esibì e il curato si rifiutò dunque di offrire il pranzo ai cantori.

«Niente musica? Niente pranzo!» sbottò indispettito il prete.

Etienne dei santi non era d’accordo. Ci mancava solo di dover rinunciare all’appuntamento annuale per la festa di Santa Cecilia! Rimuginò a lungo su come ottenere una vendetta, innocua, ma comunque abbastanza efficace da far ritornare sui suoi passi quel testardo del prete. L’idea gli balenò in testa mentre era chino ad intagliare una delle sue famose figurine sacre: stava scolpendo un San Bernardo di Mentone, il patrono degli alpinisti, quello a cui si deve il nome del cane e anche il toponimo del Grande e Piccolo San Bernardo. Codesto santo è tradizionalmente raffigurato insieme al diavolo, quest’ultimo tenuto prigioniero con una catena o un pezzo di corda.

Etienne riprese a scolpire una nuova statuina e, una volta terminatala, l’andò a posare nottetempo sotto la finestra del curato di Bessans. Il prete, svegliatosi e aperta la finestra, vide la scultura e non ebbe dubbi su chi ne fosse l’autore. Irritato, la osservò bene: un diavolo grande e grosso portava sottobraccio un prete con le mani giunte in preghiera, forse intento a profferire parole di rimorso e pentimento per la sua pessima decisione di revocare il pranzo di Santa Cecilia. “Che il diavolo ti porti, prete!” era il chiaro messaggio della statuetta.

Il curato non perse tempo e, con sdegnoso orgoglio, andò a mettere la statua sotto la finestra dello scultore, il quale non esitò a riportarla davanti la porta della sagrestia. Il prete, il giorno seguente, la rimise alla finestra di Etienne che in risposta la pose nuovamente davanti la casa del curato. Via così per un bel pezzo, con il diavolo ed il sacerdote di legno che facevano la spola tra la dimora di Etienne e quella del prete. La gente del paese si divertì un mondo a vedere come curato e sacrestano si facevano la guerra a suon di statuina. Quando poi i due fecero la pace, Etienne decise di tenere la figurina alla sua finestra, in ricordo della burla.

Qualche tempo dopo, un forestiero di passaggio a Bessans, camminando davanti la finestra di Etienne, scorse la sculturina e, trovandola interessante ed originale, volle acquistarla. Etienne, nel guardare il tale andarsene con la famosa statua sottobraccio, si disse che forse poteva essere una potenziale fonte di guadagno. Ecco che quindi Etienne dei santi non si limitò più solo a produrre e vendere figurine sacre e personaggi del presepe, ma anche il diavolo col prete sottobraccio, avviando così il fiorente commercio dei diavoli di Bessans.

Se andate in vacanza da quelle parti, tra una sciata di fondo e una raclette davanti al caminetto in baita, non mancate di acquistare una riproduzione della famosa statua da uno dei numerosi artigiani locali che continuano a far vivere la tradizione e a raccontare la storia del curato avaro, del sagrestano scultore e del diavolo che si porta il prete!

Pillola: candelora, candelora, dall’inverno semo fora

La Candelora è una festa sentita non solo in Italia, ma anche in Francia, che per tradizione associa le crêpes a questa ricorrenza religiosa.

Essendo la Candelora la commemorazione della presentazione di Gesù al tempio e anche della purificazione di Maria dopo il parto, essa diventa una ricorrenza legata alla luce e alla catarsi, uno spartiacque tra il cuore dell’inverno, tempo di buio e ristrettezze, e le prime avvisaglie di primavera, ovvero il periodo dell’abbondanza e della prosperità: si dice allora che, nel giorno di Candelora, si debbano far saltare le crêpes tenendo stretta in mano una moneta d’oro.

Questo perché sin dall’antichità il soldino presente in ogni rituale apotropaico o benaugurale ha la funzione di attirare ricchezze e di scacciare la penuria e la carestia (mettiamo sempre una moneta nel portamonete nuovo che regaliamo ad un amico per il compleanno, o rendiamo sempre un soldino all’amica che ci dona un foulard a Natale).

Dunque non mi resta che augurarvi buona Candelora ed un 2018 di abbondanza e gioia!

Ah… e anche bon appétit avec les crêpes!

Ringrazio Anna Maria Fedeli per il suggerimento.

Pillola: fiori, confetti e superstizioni

Essendo periodo di cerimonie, di recente mi è capitato di ricevere bomboniere italiane e bomboniere francesi. Ho potuto notare una cosa, nelle due, che consiste di un minuscolo particolare ma che, almeno per me, fa un’enorme differenza.
La bomboniera della cresima che ho ricevuto da parte di una famiglia di carissimi amici siciliani recava all’interno cinque confetti, mentre quella francese, che proveniva dagli zii del mio compagno, ne aveva otto.

Allarmata, al momento dell’apertura, ho domandato quale sciagurata idea fosse venuta in mente agli zii francesi: confetti pari? Non si era mai sentito! Mi hanno spiegato che in Francia non esiste la superstizione dei confetti dispari, così come non è importante accertarsi del numero di fiori che si offrono a qualcuno. Da che mondo è mondo, almeno per me, ai vivi si donano fiori in numero dispari (a parte la famosa dozzina di rose rosse, sempre benaccetta), mentre ai morti si portano fiori in numero pari.

Sono andata a controllare l’origine di queste superstizioni, che per me sono un po’ la “noce moscata della vita”: il confetto, tra l’altro uno dei cavalli di battaglia del made in Italy, nacque nell’antica Roma sotto forma di mandorla ricoperta di una mistura di miele, acqua e farina. La stessa parola sbandiera ai quattro venti la sua origine latina: confectum da conficere, ovvero confezionare. La tradizione vuole che, nei matrimoni, si offrano agli ospiti confetti in numero dispari per rappresentare l’indivisibilità della coppia. Più in generale, i detti popolari attribuiscono ai numeri dispari una carica fortunata, forse dovuta alla presenza massiccia degli stessi nella religione cristiana: tre come la Trinità, sette come i doni dello Spirito Santo e le Virtù, nove come potenza di tre e pertanto una “super Trinità”. Il dodici, però, pur essendo un numero pari, è benigno perché ricorda le dodici tribù di Israele e i dodici apostoli.

Presumo che lo stesso discorso valga per i mazzi di fiori.
Ma ora che so che in Francia non si fa caso a queste cose, mi sono resa conto di non aver mai contato i fiori che il mio compagno mi ha regalato nel corso del tempo. Temo di aver ricevuto sovente mazzi pari, ed è da cinque minuti, ormai, che ho il piede attaccato alla base del tavolino, fatta di ferro.
La cosa non si ripeterà più, dopo la lezione di superstizione che gli ho propinato all’apertura delle bomboniere di cui sopra. Confido nel fatto che non lo dimenticherà mai.

Le superstizioni dei marinai francesi

Il marinaio, il contadino, la guaritrice e la levatrice sono figure che condividono sin dalla notte dei tempi un tratto in particolare: la superstizione. E come biasimarli: a Odisseo, marinaio esperto e uomo intelligentissimo, bastò offendere Poseidone per essere alla mercé delle tempeste e delle sventure per ben dieci anni!

Entrare in contatto con gente di mare, qui in Francia, mi ha fatto conoscere alcune pittoresche superstizioni e riti scaramantici che ho il piacere di condividere con i lettori del blog De amore gallico.
La prima, e la più buffa, forse, mi è stata raccontata un giorno a pranzo, mentre rosicchiavo verdure crude come un coniglietto:
– Lo sai che sulle navi è proibito portare conigli? Anzi, molti detestano che si pronunci perfino la parola lapin.
– E perché mai?
-Pensaci: è una superstizione che risale ai tempi dei navigli in legno.

Bunnies Attract Tourists To A Japanese Islet Okunoshima
La bête aux grandes oreilles

A quanto pare questi adorabili roditori, quando venivano trasportati nelle stive per lunghissimi viaggi, rosicchiavano coi dentoni ogni cosa si frapponesse tra loro e la libertà, incluse le chiglie dei bateaux. I danni che causavano ve li lascio immaginare: sventura e disgrazia su ogni nave che li trasportasse!

Altrettanto malanimo c’è stato, almeno fino a tre secoli fa, nei confronti delle donne a bordo. Per nessuna ragione esse potevano far parte dell’equipaggio ed erano accettate solo come passeggere. Non vi è una spiegazione legata alla magia o all’ira degli dei ma piuttosto un ragionamento logico che chiunque può comprendere: una donna in mezzo ad una ciurma di soli uomini poteva creare rivalità e rancori per motivi di cuore o di sesso. D’altro canto chissà quanti litigi e ammutinamenti sono avvenuti, nei secoli, non a causa di femmes fatales ma di uomini innamorati di altri uomini? La storia non prende mai troppo in considerazione l’omosessualità e se lo fa non ne comprende mai la dimensione ed il peso nel vivere quotidiano.

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Hermione 2014 – Il suo equipaggio è composto da uomini e donne in egual misura: bando alle superstizioni!

Ascoltando i racconti di un ex marinaio si viene a sapere anche che il venerdì non si salpa mai. Dalle mie parti si dice: “Di Venere e di Marte non si dà principio all’arte”. Ma non è questo il caso. La storia di tale usanza risale infatti ai tempi in cui i marinai ricevevano la loro paga di giovedì: uscivano dalla nave e finivano dritti in qualche osteria o in qualche casa di piacere a godersi i soldi guadagnati. Il venerdì non si vedeva anima viva sul ponte della nave: chi era alle prese con il post-sbornia, chi si riprendeva da traumi cranici e facciali multipli dovuti a risse furibonde, chi si ritrovava con un coltello piantato nella schiena, buttato in qualche vicolo a morire dissanguato, chi a dormire tra le braccia di qualche fanciulla o fanciullo… la partenza doveva essere rimandata per forza.

A proposito delle abitudini sessuali dei marinai ritengo che sia necessario fare menzione della divisa ufficiale della Marina Militare Francese: firmata da Jean Paul Gaultier, si ispira alle divise tradizionali dei navigatori dell’hexagone aggiungendo però l’estro che contraddistingue il gusto dello stilista e i colori della bandiera di Francia. Se avete occasione di vederne una dal vivo fate caso ad un particolare: l’apertura delle brache.

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La parte anteriore si sbottona completamente lasciando cadere un lembo quadrato di stoffa e denudando del tutto i genitali. Perché? Per mantenere i pantaloni puliti anche durante il coito frettoloso consumato all’angolo di un vicolo del porto con la prima prostituta incontrata! Di necessità virtù, è proprio il caso di dirlo. Jean Paul Gaultier ha poi fatto sua cifra distintiva sia la triade blubiancorosso sia la maglia marinière, tenuta d’ordinanza dei pescatori bretoni.

In ultimo voglio ricordare l’importanza del nome Maria: specialmente in Bretagna, terra di tradizioni e superstizioni fortissime. marseille-la-bonne-mere-273x300Maria, la madre di Gesù, è ritenuta protettrice dei marinai ed è uso comune tra i pescatori includere il prénom Marie quando si battezzano i propri figli, sia maschi che femmine.
Dopotutto non è un caso chesia dedicata proprio a Maria la basilica di Notre-Dame-de-la-Garde, la Bonne Mère che domina il porto di Marsiglia proteggendo tutti i marinai che salpano e accogliendo quelli che attraccano, di ritorno da un viaggio pericoloso nelle sterminate acque dei sette mari.