Il caso Calas: l’errore giudiziario che fu rettificato nientemeno che da Voltaire – Écrasez l’infâme!

Tolosa, 13 ottobre 1761. A casa di Jean Calas, commerciante ugonotto, si sta cenando. In casa si trovano sei persone: lui stesso, sua moglie, la domestica di fede cattolica Jeanne Viguier, i figli Pierre e Marc-Antoine e un amico di famiglia, Gubert Lavaysse.

Durante in pasto, Marc-Antoine si alza da tavola scusandosi, accusando un leggero malessere. Esce dalla sala da pranzo. Sarà ritrovato poco dopo, appeso ad una trave, suicida per impiccagione.

A quel tempo ai suicidi veniva inflitto un trattamento tremendo. Come scrive Lorenzo Manetta nel suo saggio “Voltaire, l’affaire Calas e altri casi giudiziari. Il grido del sangue innocente“:

Il padre, per evitare al cadavere del figlio il trattamento disonorevole che a Tolosa veniva riservato ai suicidi (per la legge francese, il suicida era soggetto ad un vergognoso processo farsa, veniva trascinato lungo le strade per i talloni e impiccato come se fosse stato un infame criminale)  dichiarò alle autorità che il figlio era stato ucciso da uno sconosciuto che era riuscito ad entrare in casa.

Le cause dell’estremo gesto possono essere ricercate nella depressione che affliggeva Marc-Antoine: egli, pur avendo una laurea in legge dal 1759, non era abilitato ad esercitare la professione di avvocato perché a tale scopo era necessario un attestato di ortodossia religiosa rilasciato dal prete della propria parrocchia; Marc-Antoine cercò di convertirsi, ma invano dal momento che l’attestato gli venne comunque negato. Il giovane Calas assunse un atteggiamento malinconico e dissoluto, si diede al gioco d’azzardo, motivo per cui il padre non lo ritenne adatto a partecipare agli affari di famiglia.
Le testimonianze contraddittorie dei membri della famiglia indussero le autorità giudiziarie a credere che Marc-Antoine fosse stato ucciso dal padre con l’aiuto dei suoi familiari e del suo ospite – teorema che venne amplificato dalla folla che intanto si era radunata attorno a casa Calas – il movente del figlicidio venne individuato nel tentativo di conversione al cattolicesimo del figlio, per questo punito dal padre. David de Beudrigue, magistrato cittadino che era presente in mezzo alla folla, fece arrestare seduta stante i membri della famiglia insieme a Gaubert Lavaysse, i quali rimasero in prigione per i cinque mesi successivi.


Pierre Calas scopre il cadavere del fratello

Il processo fu una farsa: le testimonianze accettate per vere non erano altro che stupidi pettegolezzi sorti intorno ad una vicenda triste e tragica, fomentati dalle malelingue. La ricostruzione del crimine in casa Calas fu una beffa ed il tutto non fece altro che mettere in mostra i difetti del sistema giuridico francese di allora.

Marc-Antoine ebbe un funerale cattolico con tutti gli onori possibili. Fu anche dichiarato martire. Suo padre, invece, fu condannato a morte il 9 maggio del 1762: finì torturato sulla ruota, strangolato ed infine messo sul rogo.

Il suo atteggiamento di sopportazione e l’aver continuato a professarsi innocente, anche sotto tortura, iniziarono a far serpeggiare il dubbio che si fosse trattato di un enorme errore giudiziario. Le condanne inflitte agli altri imputati si rivelarono molto blande: esilio per il fratello di Marc-Antoine, non luogo a procedere per la madre e l’amico di famiglia, piena assoluzione per la serva cattolica.

Voltaire

In questo clima di dubbio, Voltaire si interessò al caso, coinvolgendo anche Madame Pompadour, sua amica e corrispondente, lanciando petizioni, scrivendo e pubblicando memoranda sul caso, raccogliendo denaro per la famiglia Calas, ormai caduta in disgrazia. Per sostenere questa giusta causa scrisse anche il suo famoso “Trattato sulla tolleranza”, il cui titolo completo non è altro che “Traité sur la tolérance à l’occasion de la mort de Jean Calas” che potete consultare qui.

Sempre Manetta scrive:


Nonostante i notevoli sforzi, i magistrati di Tolosa non ammisero mai l’errore commesso, quindi Voltaire ritenne opportuno fare pressione sul
Conseil du roi affinché il processo venisse rivisto. Il 7 marzo 1763 la petizione fu accolta e nel giugno 1764 il Consiglio annullò i verdetti emessi dalla corte di Tolosa nei confronti di Jean Calas, mentre tutti gli altri imputati furono definitivamente assolti il 9 marzo 1765.

Dunque è nel “Trattato sulla tolleranza” che Voltaire enuclea alcune idee cardine della sua filosofia, specie nell’arcinota “Preghiera a Dio”, che molti studenti francesi hanno affrontato in sede di Bac, nel tempo:

Ce n’est donc plus aux hommes que je m’adresse ; c’est à toi, Dieu de tous les êtres, de tous les mondes et de tous les temps : s’il est permis à de faibles créatures perdues dans l’immensité, et imperceptibles au reste de l’univers, d’oser te demander quelque chose, à toi qui a tout donné, à toi dont les décrets sont immuables comme éternels, daigne regarder en pitié les erreurs attachées à notre nature ; que ces erreurs ne fassent point nos calamités. Tu ne nous as point donné un cœur pour nous haïr, et des mains pour nous égorger ; fais que nous nous aidions mutuellement à supporter le fardeau d’une vie pénible et passagère ; que les petites différences entre les vêtements qui couvrent nos débiles corps, entre tous nos langages insuffisants, entre tous nos usages ridicules, entre toutes nos lois imparfaites, entre toutes nos opinions insensées, entre toutes nos conditions si disproportionnées à nos yeux, et si égales devant toi ; que toutes ces petites nuances qui distinguent les atomes appelés hommes ne soient pas des signaux de haine et de persécution ; que ceux qui allument des cierges en plein midi pour te célébrer supporte ceux qui se contentent de la lumière de ton soleil ; que ceux qui couvrent leur robe d’une toile blanche pour dire qu’il faut t’aimer ne détestent pas ceux qui disent la même chose sous un manteau de laine noire ; qu’il soit égal de t’adorer dans un jargon formé d’une ancienne langue, ou dans un jargon plus nouveau ; que ceux dont l’habit est teint en rouge ou en violet, qui dominent sur une petite parcelle d’un petit tas de boue de ce monde, et qui possèdent quelques fragments arrondis d’un certain métal, jouissent sans orgueil de ce qu’ils appellent grandeur et richesse, et que les autres les voient sans envie : car tu sais qu’il n’y a dans ces vanités ni envier, ni de quoi s’enorgueillir. 

      Puissent tous les hommes se souvenir qu’ils sont frères ! Qu’ils aient en horreur la tyrannie exercée sur les âmes, comme ils ont en exécration le brigandage qui ravit par la force le fruit du travail et de l’industrie paisible ! Si les fléaux de la guerre sont inévitables, ne nous haïssons pas, ne nous déchirons pas les uns les autres dans le sein de la paix, et employons l’instant de notre existence à bénir également en mille langages divers, depuis Siam jusqu’à la Californie, ta bonté qui nous a donné cet instant. 

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Pantheon e Panthéon

Parigi e Roma possiedono due edifici chiamati allo stesso modo: Pantheon.
Che cosa li accomuna oltre alla monumentalità e alle dimensioni gargantuesche?
La morte.
Ma procediamo con calma, senza che vi scandalizziate.

Nel cuore della capitale italiana si erge questa portentosa costruzione le cui vicende si intrecciano agli accadimenti della città, al susseguirsi di imperi, papi e uomini.
L’iscrizione che ancora oggi leggiamo recita:

M AGRIPPA LF COS TERTIUM FECIT

Sarebbe a dire:

Marco Agrippa, figlio di Lucio, lo costruì durante il suo terzo consolato

Anche se poi in realtà il Pantheon che vediamo noi è la versione “moderna”, fatta fare dall’imperatore Adriano, ché di quello agrippiano non resta nulla, visto che andò distrutto in un incendio nell’80.
La storia di questo edificio è alla portata di tutti, su internet, pertanto non mi cimenterò in una lezione di storia dell’arte, né darò luogo ad una complessa spiegazione della sua architettura incredibile (l’oculus). Appassionata come sono di sepolture e cimiteri, vi parlerò delle celebri spoglie che vi sono conservate.

Pantheon, Rome
Pantheon

Nel Pantheon riposano infatti due re d’Italia, Vittorio Emanuele II e suo figlio Umberto I con la consorte Margherita. In generale i regnanti di casa Savoia, per volere di Vittorio Amedeo III, erano soliti essere tumulati nella cripta reale della basilica di Superga, in Piemonte. Tuttavia seppellire Vittorio Emanuele II a Roma era un gesto dal grande significato, così potente da spingere Depretis e Crispi (rispettivamente primo ministro e ministro dell’interno alla morte del sovrano) ad “impuntarsi” sulla faccenda. I due statisti ebbero la meglio e i funerali di stato si tennero il 16 febbraio 1878; il Pantheon accolse dunque la salma del re savoiardo divenuto re d’Italia. Roma, la terza capitale del Regno in ordine cronologico dopo Torino e Firenze, veniva in sostanza legittimata come tale grazie a questo atto solenne. L’Italia era fatta, gli italiani ancora no, ma almeno la capitale era stata resa “laicamente sacra” dalla presenza delle spoglie di un re. Una curiosità: l’iscrizione “Vittorio Emanuele – Padre della Patria” è stata fabbricata con il  bronzo dei cannoni austriaci, acquisiti dal nostro esercito dopo aver battuto gli Asburgo nelle guerre del  ’48,’49 e ’59. Wikipedia la conferma qui.

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La tomba del primo re d’Italia

Ancora più importanti, per me, sono le altre sepolture che si trovano al Pantheon romano, prima tra tutti quella di colui la cui stella brilla fulgida nel firmamento dell’arte universale: Raffaello Sanzio, il maestro delle mani e delle Madonne.
A fianco dell’urbinate riposa Annibale Carracci, che chiese espressamente di poter passare il suo eterno riposo vicino a Raffaello. Beato lui che ha potuto.
Anche la musica ha un suo esponente di spicco le cui spoglie giacciono al Pantheon: Arcangelo Corelli, compositore e violinista barocco vissuto tra il ‘600 e il ‘700.

Se siffatti nomi hanno trovato riposo a Roma, sotto l’enorme cupola forata, a Parigi la lista è ancor più lunga ed impressionante.

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Panthéon

Quella che in origine era stata pensata come chiesa di Santa Genoveffa, patrona della città, è divenuta un tempio laico, nella cui cripta sono stati tumulati, nei secoli, le grandi personalità francesi, donne e uomini, rendendo così il Panthéon un mausoleo collettivo a tutti gli effetti.
A ciò si aggiunga anche la vocazione di questo edificio a tempio della scienza, un ruolo ufficializzato nel 1851, quando il fisico Léon Foucault scelse la cupola del Panthéon per farci appendere il suo famoso pendolo, dimostrando così, con un esperimento visibile a tutti i cittadini di Parigi, la rotazione del pianeta intorno al proprio asse. Non ho conoscenze sufficienti per spiegare con parole semplici in che modo l’oscillazione del pendolo dimostri che il nostro pianeta gira su se stesso, ma accludo un link interessante ed utile per chi volesse approfondire l’argomento e rispolverare le nozioni di fisica (nel mio caso non) apprese a scuola.

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Il pendolo di Foucault al Panthéon

Chi riposa, dunque, sotto l’enorme mole del Panthéon della Ville Lumière?
Cominciamo con l’accoppiata più mal assortita di tutta la Francia: Rousseau e Voltaire, intellettualmente ostili, umanamente nemici. Un odio di tutto rispetto li legò durante le loro rispettive parabole in questo mondo, per farli finire, ironia del destino, nello stesso luogo: giacciono infatti a pochi metri di distanza l’uno dall’altro, in due bellissimi sarcofagi istoriati. Ogni volta che vado in visita in questo tempio, la commozione lascia lo spazio all’ilarità: sghignazzo senza sosta al pensiero di quei due addormentati fianco a fianco per l’eternità.
Un altro grande trovò riposo al Panthéon, anche se per poco tempo: quel povero Marat, la cui morte è forse più celebre delle sue imprese politiche grazie al dipinto di David e alle modalità con cui fu compiuto l’assassinio.

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“La morte di Marat” dipinto di Jacques-Louis David, 1793.

La salma di Marat fu custodita al Panthéon per un anno soltanto. Una tesi accettata anche da Victor Hugo afferma che le sue spoglie, poi, considerate quelle di un traditore della patria, vennero traslate prima in una tomba anonima e poi disperse nella cloaca di Parigi.
Hugo stesso si trova tuttora sepolto nella cripta pantheoniana, così come Lazare Carnot, matematico e fisico, lo scienziato italo-francese Lagrange (in origine Lagrangia), Emile Zola, anche lui italo-francese, l’inventore Louis Braille, a cui si deve il sistema di lettura tattile per non vedenti, Alexandre Dumas padre e la coppia d’assi Pierre e Marie Curie.

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Madame Curie e consorte

Denis Diderot è idealmente sepolto al Panthéon: il suo corpo è andato perduto nelle devastazioni ad opera dei Sanculotti avvenute nel 1791 nella chiesa di saint-Roch. Sotto la cupola, tuttavia, si trova un grande cenotafio che lo celebra e lo ricorda.

In entrambi i Pantheon l’atmosfera è densa: nel primo si è sopraffatti dalla rotondità del luogo. dalla circolarità degli spazi e dalle proporzioni gigantesche. Non in ultimo il caos turistico che lo affligge come un male incurabile rende la visita al Pantheon romano un pellegrinaggio affannoso e caciaresco, svuotando la propria presenza sotto l’oculus di ogni significato simbolico e pienezza.
Al contrario, recarsi al Panthéon parigino è un’azione intima e profonda, una transumanza meccana priva dei rischi che si incontrerebbero nel marciare attorno alla Kaaba, ma pur sempre pervasa da una sacralità che perfettamente si sposa con la laicità celebrata in quel tempio.
Le dimensioni del posto, partendo dal colonnato, passando per le proporzioni impressionanti degli affreschi che decorano le pareti, per la lunghezza del pendolo oscillante, per l’ampiezza dei volumi e per le centinaia di metri cubi d’aria contenutivi fanno andare il sangue al cervello, provocando una reazione simile alla sindrome di Stendhal.
Solo che in quel caso il panico, il senso di impotenza e di terribile fragilità e struggimento non son dati da un’opera d’arte di indicibile bellezza, ma dalla consapevolezza che quel luogo è un tempio al sapere, all’arte, alla scienza, a tutto ciò che di meglio l’umanità ha saputo produrre; in breve è un santuario del cervello umano, un luogo dove fermarsi a contemplare le vette a cui si è giunti e riflettere sugli abissi inenarrabili in cui, purtuttavia, noi stirpe umana siamo capaci di precipitare.

Il “Poema sul disastro di Lisbona” di Voltaire, 1756

Poème sur le désastre de Lisbonne

O malheureux mortels ! ô terre déplorable !
O de tous les mortels assemblage effroyable !
D’inutiles douleurs, éternel entretien !
Philosophes trompés qui criez : « Tout est bien » ;
Accourez, contemplez ces ruines affreuses,
Ces débris, ces lambeaux, ces cendres malheureuses,
Ces femmes, ces enfants l’un sur l’autre entassés,
Sous ces marbres rompus ces membres dispersés ;
Cent mille infortunés que la terre dévore,
Qui, sanglants, déchirés, et palpitants encore,
Enterrés sous leurs toits, terminent sans secours
Dans l’horreur des tourments leurs lamentables jours !
Aux cris demi-formés de leurs voix expirantes,
Au spectacle effrayant de leurs cendres fumantes,
Direz-vous : « C’est l’effet des éternelles lois
Qui d’un Dieu libre et bon nécessitent le choix ? »
Direz-vous, en voyant cet amas de victimes :
« Dieu s’est vengé, leur mort est le prix de leurs crimes ? »
Quel crime, quelle faute ont commis ces enfants
Sur le sein maternel écrasés et sanglants ?
Lisbonne, qui n’est plus, eut-elle plus de vices
Que Londres, que Paris, plongés dans les délices :
Lisbonne est abîmée, et l’on danse a Paris.
Tranquilles spectateurs, intrépides esprits,
De vos frères mourants contemplant les naufrages,
Vous recherchez en paix les causes des orages :
Mais du sort ennemi quand vous sentez les coups,
Devenus plus humains, vous pleurez comme nous.
Croyez-moi, quand la terre entr’ouvre ses abîmes,
Ma plainte est innocente et mes cris légitimes.
Partout environnés des cruautés du sort,
Des fureurs des méchants, des pièges de la mort,
De tous les éléments éprouvant les atteintes,
Compagnons de nos maux, permettez-nous les plaintes.
C’est l’orgueil, dites-vous, l’orgueil séditieux,
Qui prétend qu’étant mal, nous pouvions être mieux.
Allez interroger les rivages du Tage ;
Fouillez dans les débris de ce sanglant ravage ;
Demandez aux mourants, dans ce séjour d’effroi,
Si c’est l’orgueil qui crie : « O ciel, secourez-moi !
O ciel, ayez pitié de l’humaine misère ! »
« Tout est bien, dites-vous, et tout est nécessaire. »
Quoi ! l’univers entier, sans ce gouffre infernal,
Sans engloutir Lisbonne, eût-il été plus mal ?
Êtes-vous assurés que la cause éternelle
Qui fait tout, qui sait tout, qui créa tout pour elle,
Ne pouvait nous jeter dans ces tristes climats
Sans former des volcans allumés sous nos pas ?
Borneriez-vous ainsi la suprême puissance ?
Lui défendriez-vous d’exercer sa clémence ?
L’éternel artisan n’a-t-il pas dans ses mains
Des moyens infinis tout prêts pour ses desseins ?
Je désire humblement, sans offenser mon maître,
Que ce gouffre enflammé de soufre et de salpêtre
Eût allumé ses feux dans le fond des déserts.
Je respecte mon Dieu, mais j’aime l’univers.
Quand l’homme ose gémir d’un fléau si terrible,
Il n’est point orgueilleux, hélas ! il est sensible.
Les tristes habitants de ces bords désolés
Dans l’horreur des tourments seraient-ils consolés
Si quelqu’un leur disait : « Tombez, mourez tranquilles ;
Pour le bonheur du monde on détruit vos asiles ;
D’autres mains vont bâtir vos palais embrasés,
D’autres peuples naîtront dans vos murs écrasés ;
Le Nord va s’enrichir de vos pertes fatales ;
Tous vos maux sont un bien dans les lois générales ;
Dieu vous voit du même oeil que les vils vermisseaux
Dont vous serez la proie au fond de vos tombeaux ? »
A des infortunés quel horrible langage !
Cruels, à mes douleurs n’ajoutez point l’outrage.
Non, ne présentez plus à mon cœur agité
Ces immuables lois de la nécessité,
Cette chaîne des corps, des esprits, et des mondes.
O rêves des savants ! ô chimères profondes !
Dieu tient en main la chaîne, et n’est point enchaîné;
Par son choix bienfaisant tout est déterminé :
Il est libre, il est juste, il n’est point implacable.
Pourquoi donc souffrons-nous sous un maître équitable?
Voilà le nœud fatal qu’il fallait délier.
Guérirez-vous nos maux en osant les nier ?
Tous les peuples, tremblant sous une main divine,
Du mal que vous niez ont cherché l’origine.
Si l’éternelle loi qui meut les éléments
Fait tomber les rochers sous les efforts des vents,
Si les chênes touffus par la foudre s’embrasent,
Ils ne ressentent point les coups qui les écrasent :
Mais je vis, mais je sens, mais mon cœur opprimé
Demande des secours au Dieu qui l’a formé.
Enfants du Tout-Puissant, mais nés dans la misère,
Nous étendons les mains vers notre commun père.
Le vase, on le sait bien, ne dit point au potier :
« Pourquoi suis-je si vil, si faible et si grossier ? »
Il n’a point la parole, il n’a point la pensée ;
Cette urne en se formant qui tombe fracassée,
De la main du potier ne reçut point un cœur
Qui désirât les biens et sentît son malheur.
Ce malheur, dites-vous, est le bien d’un autre être.
De mon corps tout sanglant mille insectes vont naître ;
Quand la mort met le comble aux maux que j’ai soufferts,
Le beau soulagement d’être mangé des vers !
Tristes calculateurs des misères humaines,
Ne me consolez point, vous aigrissez mes peines ;
Et je ne vois en vous que l’effort impuissant
D’un fier infortuné qui feint d’être content.
Je ne suis du grand tout qu’une faible partie :
Oui ; mais les animaux condamnés à la vie,
Tous les êtres sentants, nés sous la même loi,
Vivent dans la douleur, et meurent comme moi.
Le vautour acharné sur sa timide proie
De ses membres sanglants se repaît avec joie ;
Tout semble bien pour lui : mais bientôt à son tour
Un aigle au bec tranchant dévora le vautour ;
L’homme d’un plomb mortel atteint cette aigle altière :
Et l’homme aux champs de Mars couché sur la poussière,
Sanglant, percé de coups, sur un tas de mourants,
Sert d’aliment affreux aux oiseaux dévorants.
Ainsi du monde entier tous les membres gémissent :
Nés tous pour les tourments, l’un par l’autre ils périssent :
Et vous composerez dans ce chaos fatal
Des malheurs de chaque être un bonheur général !
Quel bonheur ! Ô mortel et faible et misérable.
Vous criez « Tout est bien » d’une voix lamentable,
L’univers vous dément, et votre propre cœur
Cent fois de votre esprit a réfuté l’erreur.
Éléments, animaux, humains, tout est en guerre.
Il le faut avouer, le mal est sur la terre :
Son principe secret ne nous est point connu.
De l’auteur de tout bien le mal est-il venu ?
Est-ce le noir Typhon, le barbare Arimane,
Dont la loi tyrannique à souffrir nous condamne ?
Mon esprit n’admet point ces monstres odieux
Dont le monde en tremblant fit autrefois des dieux.
Mais comment concevoir un Dieu, la bonté même,
Qui prodigua ses biens à ses enfants qu’il aime,
Et qui versa sur eux les maux à pleines mains ?
Quel oeil peut pénétrer dans ses profonds desseins ?
De l’Être tout parfait le mal ne pouvait naître ;
Il ne vient point d’autrui, puisque Dieu seul est maître :
Il existe pourtant. O tristes vérités !
O mélange étonnant de contrariétés !
Un Dieu vint consoler notre race affligée ;
Il visita la terre, et ne l’a point changée!
Un sophiste arrogant nous dit qu’il ne l’a pu ;
« Il le pouvait, dit l’autre, et ne l’a point voulu :
Il le voudra, sans doute » ; et, tandis qu’on raisonne,
Des foudres souterrains engloutissent Lisbonne,
Et de trente cités dispersent les débris,
Des bords sanglants du Tage à la mer de Cadix.
Ou l’homme est né coupable, et Dieu punit sa race,
Ou ce maître absolu de l’être et de l’espace,
Sans courroux, sans pitié, tranquille, indifférent,
De ses premiers décrets suit l’éternel torrent ;
Ou la matière informe, à son maître rebelle,
Porte en soi des défauts nécessaires comme elle ;
Ou bien Dieu nous éprouve, et ce séjour mortel
N’est qu’un passage étroit vers un monde éternel.
Nous essuyons ici des douleurs passagères :
Le trépas est un bien qui finit nos misères.
Mais quand nous sortirons de ce passage affreux,
Qui de nous prétendra mériter d’être heureux ?
Quelque parti qu’on prenne, on doit frémir, sans doute.
Il n’est rien qu’on connaisse, et rien qu’on ne redoute.
La nature est muette, on l’interroge en vain ;
On a besoin d’un Dieu qui parle au genre humain.
Il n’appartient qu’à lui d’expliquer son ouvrage,
De consoler le faible, et d’éclairer le sage.
L’homme, au doute, à l’erreur, abandonné sans lui,
Cherche en vain des roseaux qui lui servent d’appui.
Leibnitz ne m’apprend point par quels nœuds invisibles,
Dans le mieux ordonné des univers possibles,
Un désordre éternel, un chaos de malheurs,
Mêle à nos vains plaisirs de réelles douleurs,
Ni pourquoi l’innocent, ainsi que le coupable,
Subit également ce mal inévitable.
Je ne conçois pas plus comment tout serait bien :
Je suis comme un docteur ; hélas ! je ne sais rien.
Platon dit qu’autrefois l’homme avait eu des ailes,
Un corps impénétrable aux atteintes mortelles ;
La douleur, le trépas, n’approchaient point de lui.
De cet état brillant qu’il diffère aujourd’hui !
Il rampe, il souffre, il meurt ; tout ce qui naît expire ;
De la destruction la nature est l’empire.
Un faible composé de nerfs et d’ossements
Ne peut être insensible au choc des éléments ;
Ce mélange de sang, de liqueurs, et de poudre,
Puisqu’il fut assemblé, fut fait pour se dissoudre ;
Et le sentiment prompt de ces nerfs délicats
Fut soumis aux douleurs, ministres du trépas :
C’est là ce que m’apprend la voix de la nature.
J’abandonne Platon, je rejette Épicure.
Bayle en sait plus qu’eux tous ; je vais le consulter :
La balance à la main, Bayle enseigne à douter,
Assez sage, assez grand pour être sans système,
Il les a tous détruits, et se combat lui-même :
Semblable à cet aveugle en butte aux Philistins,
Qui tomba sous les murs abattus par ses mains.
Que peut donc de l’esprit la plus vaste étendue ?
Rien : le livre du sort se ferme à notre vue.
L’homme, étranger à soi, de l’homme est ignoré.
Que suis-je, où suis-je, où vais-je, et d’où suis-je tiré?
Atomes tourmentés sur cet amas de boue,
Que la mort engloutit, et dont le sort se joue,
Mais atomes pensants, atomes dont les yeux,
Guidés par la pensée, ont mesuré les cieux ;
Au sein de l’infini nous élançons notre être,
Sans pouvoir un moment nous voir et nous connaître.
Ce monde, ce théâtre et d’orgueil et d’erreur,
Est plein d’infortunés qui parlent de bonheur.
Tout se plaint, tout gémit en cherchant le bien-être :
Nul ne voudrait mourir, nul ne voudrait renaître.
Quelquefois, dans nos jours consacrés aux douleurs,
Par la main du plaisir nous essuyons nos pleurs ;
Mais le plaisir s’envole, et passe comme une ombre ;
Nos chagrins, nos regrets, nos pertes, sont sans nombre.
Le passé n’est pour nous qu’un triste souvenir ;
Le présent est affreux, s’il n’est point d’avenir,
Si la nuit du tombeau détruit l’être qui pense.
Un jour tout sera bien, voilà notre espérance ;
Tout est bien aujourd’hui, voilà l’illusion.
Les sages me trompaient, et Dieu seul a raison.
Humble dans mes soupirs, soumis dans ma souffrance,
Je ne m’élève point contre la Providence.
Sur un ton moins lugubre on me vit autrefois
Chanter des doux plaisirs les séduisantes lois :
D’autres temps, d’autres mœurs instruit par la vieillesse,
Des humains égarés partageant la faiblesse,
Dans une épaisse nuit cherchant à m’éclairer,
Je ne sais que souffrir, et non pas murmurer.
Un calife autrefois, à son heure dernière,
Au Dieu qu’il adorait dit pour toute prière :
« Je t’apporte, ô seul roi, seul être illimité,
Tout ce que tu n’as pas dans ton immensité,
Les défauts, les regrets, les maux, et l’ignorance.
Mais il pouvait encore ajouter l’espérance

Voltaire lo scrisse in occasione del terribile terremoto che devastò la città di Lisbona.
Un fatto epocale, riccordato anche nel suo racconto Candide.

Sono vicina col cuore ai parenti delle vittime, dei dispersi e a chi ha perduto tutto ciò che possedeva.

Fonti e approfondimenti relativi all’articolo: “Alchimia, massoneria, furfanteria e libertinaggio”

Per tutti coloro che fossero interessati ad approfondire i temi trattati nel precedente articolo, raccomando la visita delle seguenti pagine web:

  • la onnisciente e affidabile Wikipedia (consiglio spassionato: andare sempre a guardare le note a piè di pagina e le fonti da cui son tratte le informazioni, il più delle volte rimandano a loro volta a siti e pagine web davvero interessanti);
  • Per il Conte di Saint Germain: quiquiqui e qui;
  • Per Madame de Pompadour: quiqui e qui;
  • Per Maria Antonietta: qui;
  • Per Mozart: quiquiqui e qui;
  • Per Casanova: quiqui e qui;
  • Per Da Ponte: quiqui, e qui;
  • Per Cagliostro: quiqui e qui;
  • Per Voltaire: qui e qui.
  • Per Madame d’Urfé: qui.
  • Per De Sade: qui.

 

Consiglio inoltre la consultazione/piacevolissima lettura dei seguenti libri:

  • “Memorie scritte da lui medesimo” di Giacomo Casanova, ed. Garzanti i grandi libri;
  • “Memorie – libretti mozartiani” di Lorenzo da Ponte, ed. garzanti i grandi libri;
  • “Il conte di Saint Germain. L’iniziato immortale. Storia e leggenda” di Paul Chacornac, ed. Mediterranee;
  • “Lettere alla cugina” di Wolfgang Amadeus Mozart, ed. SE.

Alchimia, massoneria, furfanteria e libertinaggio: quel fil rouge licenzioso e oscuro tra Italia e Francia

Il settecento è un secolo magico: non solo corrisponde al periodo delle grandi rivoluzioni, ma, nella sua struggente bellezza e contraddizione, può esser considerato il canto del cigno di un’epoca dorata che si conclude con la decapitazione dell’ancien régime a Place de la revolution.
Personaggi di varia levatura intellettuale e di diverso carisma intrecciarono i loro percorsi per le contrade europee, in quel periodo. Oggi voglio dipanare quella fitta matassa di fili per tessere una piccola rete di coincidenze e curiosità che, spero, appassionerà il lettore.

Comincio da Venezia, città libera e indipendente che ha partorito spiriti peculiari e avventurosi. Uno tra tutti fu Giacomo Casanova (Venezia, 2 aprile 1725 – Dux, odierna Duchcov, 4 giugno 1798). Figura affascinante, tanto charmant da diventare un’antonomasia, privilegio concesso a pochi. Furono lui e le sue prodezze ad ispirare il Don Giovanni mozartiano? È vero che mise mano al testo di qualche scena dell’opera? Probabile. D’altra parte è storicamente provato che Casanova conobbe personalmente, tra Francia e Boemia, sia il coprolalico ed infantile genio austriaco (Salisburgo, 27 gennaio 1756 – Vienna, 5 dicembre 1791), sia il librettista Lorenzo da Ponte (Ceneda, 10 marzo 1749 – New York, 17 agosto 1838), veneto anche lui.
Ecco un altro libertino impenitente. C’è da scommetterci che Casanova e Da Ponte fossero una bella coppia d’assi e non meraviglia che avessero intrecciato una solida amicizia, cementata forse dalla condivisione del debole per il gentil sesso.
Lorenzo da Ponte, nato Emanuele Conegliano, israelita, fu fatto cristiano per volere del padre che, dopo una lunga vedovanza, volle risposarsi con una goyà. Entrato in seminario, affinò le proprie capacità di scrittore e prese i voti, salvo poi farsi bandire dalla Serenissima per “pubblico concubinaggio”. L’amor sacro non interessava tanto Da Ponte quanto quello profano. Dunque, cacciato da Venezia, peregrinò tra Gorizia e Dresda per arrivare, nel 1781, a Vienna. Là conobbe Mozart e, sebbene le sue annotazioni in proposito siano eccezionalmente stringate, la collaborazione tra loro fu talmente proficua da produrre le cosiddette tre opere italiane, che sono anche le più conosciute della produzione mozartiana.

Se Casanova e Da Ponte condividevano origini venete e libertinaggio e se Mozart e Da Ponte furono stretti collaboratori a Vienna, Casanova e Mozart, oltre che dal Don Giovanni, sono accomunati da un ulteriore fattore: la massoneria.
Che cos’è più emblematico del settecento se non la massoneria? In un mondo ancora attaccato alle vecchie regole feudali, è stata proprio lei a permettere ad individui come Casanova e Mozart di entrare in contatto con la casta del potere: Casanova non era altro che il figlio di attori e ballerini, Mozart veniva da una famiglia di musicisti. Gli artisti, per quanto acclamati, erano relegati agli appartamenti della servitù, mangiavano al tavolo dei valletti. Fu grazie alla loggia massonica che poterono invece sedere alla mensa dei potenti, rapportarsi con loro da uomini a uomini, non più da popolani a nobili. In tal senso, dunque, nulla fu più illuminista e rivoluzionario della massoneria.
Forse fu merito della rete di contatti sviluppata dalla Loggia che Casanova ebbe l’occasione di fare un incontro per la descrizione del quale scrisse numerose pagine nelle sue Memorie. Ferney, Svizzera, 1760: Casanova andò a trovare Voltaire (Parigi, 21 novembre 1694 – Parigi, 30 maggio1778), probabilmente il più importante intellettuale del ‘700, l’acerrimo rivale di Rousseau, vicino al quale per ironia della sorte è sepolto al Panthéon di Parigi.

Voilà le plus heureux moment de ma vie. Il y a vingt ans, Monsieur, que je suis votre écolier.

Il libertino lo considerava suo maestro, come potete leggere, ed era profondamente affascinato dai suoi scritti, sebbene fossero estremamente critici verso la classe sociale a cui lo sciupafemmine aveva desiderato di appartenere a pieno titolo per tutta la vita. Prova ne sia il passo delle sue Memorie in cui narra di quanto s’affannò per attirare l’attenzione di una nobile della corte di Versailles, famosa ancor oggi per la sua bellezza, una donna che esercitò il suo fascino non solo sul suo “prestigioso” amante (nientemeno che il re Luigi XV), ma anche su un circolo di dotti e intellettuali ch’ella riuniva nel suo salotto, il cui fiore all’occhiello era proprio, guarda un po’, Voltaire. Sto parlando di Madame de Pompadour (Parigi, 29 dicembre 1721 – Versailles, 15 aprile 1764).

È a questo punto che voglio introdurre un’altra figura. La sua identità è misteriosa, avvolta in una nebbia che è più impenetrabile del tempo. Costui è legato per diversi gradi a ciascuna delle persone che ho già citato in questo articolo. Quando si dibatte su quest’uomo si dà spazio a congetture e a possibilità di ogni sorta. Il buon senso si fa da parte per permettere alla mente di accettare cose inimmaginabili. Per citare un autore più recente

Una volta eliminato l’impossibile, ciò che resta, per quanto improbabile, deve essere la verità.

Molti di voi avranno già trovato per caso in qualche testo il nome del Conte di Saint Germain (23 febbraio 1712? – Eckernförde, 27 febbraio 1784?).
Chi era costui? Non so dirvelo. Un massone, questo è sicuro, introdotto in diverse logge. Un alchimista, è risaputo. Un mago, è stato detto. Un Illuminato, hanno vociferato. Un immortale, si è sentito dire. Apparso in luoghi distanti e diversi allo stesso momento, testimonianze lo riportano, vissuto per un tempo indefinito, forse tuttora in vita, forse ancora giovane e uguale al se stesso di sempre. Gli si attribuisce la paternità di un libro ermetico e magico chiamato La très sainte Trinosophie.

saintgermain

L’unica cosa sicura è che questo Conte di Saint Germain è stato conosciuto da Casanova, quando questi si dilettava in esperimenti di magia e di alchimia; da Mozart, che ne lodava le abilità col violino; da Madame de Pompadour che lo introdusse alla corte di Francia; da Voltaire, che scrisse di essere impressionato dalla capacità del Conte di rimanere sempre giovane e immutato, anche a distanza d’anni.

C’est un homme qui ne meurt point, et qui sait tout.

Casanova, colpito dall’aura che circondava il misterioso nobile, gli riconosceva sapere e poteri. Nella sua autobiografia vi sono dei passi in cui riporta i discorsi del Conte a proposito del Concilio Tridentino: ne parlava come se vi fosse stato veramente, come se avesse visto e sentito tutto con i suoi occhi e le sue orecchie. Tuttavia il donnaiolo veneziano detestava il fatto di passare in secondo piano, agli occhi delle dame, nel momento stesso in cui il Conte faceva il suo ingresso nella stanza. Fu forse a causa di questo risentimento che arrivò a provocarlo a casa di Madame d’Urfé (1705 -13 novembre 1775), eccentrica dama francese, famosa al tempo per i suoi esperimenti magici e spiritici.
Questa donna costituisce uno snodo importante: ella fu un punto di contatto tra l’enigmatico Conte, Giacomo Casanova ed un altro italiano, un siculo per la precisione, anch’egli diventato antonomasia nella nostra lingua. Un furfante, un cialtrone, un lenone, uno spregiudicato massone e sedicente mago che si faceva chiamare Conte di Cagliostro (Palermo, 2 giugno 1743 – San Leo, 26 agosto 1795).

La D’Urfé praticava magie e sedute spiritiche. Fu Cagliostro, a quanto pare, ad evocare per lei l’anima di Paracelso e di un altro mago del passato. Fu il Conte di Saint Germain a lavorare con lei a pratiche alchemiche che includevano la cabala e la pietra filosofale. Fu Casanova a praticare riti e magie “rigeneratrici” assieme a lei.
Tralasciando il fatto che oltre ai sortilegi e alle stregonerie condividevano anche il letto, Casanova pare abbia attinto abbondantemente dalla borsa della marchesa, forte della credulità di lei e della propria impunità.

La magia e le logge massoniche fecero sì che Casanova e Cagliostro, come ho detto comuni conoscenti di madame d’Urfé, si incrociassero ad Aix-en-Provence, in un’osteria. Il donnaiolo veneto fece da cicerone al furfante e alla di lui moglie, poi insieme si diedero ad esperimenti alchemici e magici.

Cagliostro conobbe anche Saint Germain, e qui la cosa si fa interessante. Pare che i due fossero stati collaboratori: quando Cagliostro fu trasferito alla Rocca di San Leo per il carcere a vita, nella sua vecchia cella di Castel Sant’Angelo fu ritrovato proprio La très sainte Trinosophie. Sembra che la frequentazione tra i due alchimisti abbia avuto luogo a Parigi, negli anni in cui, presumibilmente, Cagliostro prese parte anche al famigerato affaire della collana, uno scandalo che coinvolse in prima persona la sventurata regina Maria Antonietta (Vienna, 2 novembre 1755– Parigi, 16 ottobre 1793). Ella stessa ebbe modo di conoscere personalmente il Conte di Saint Germain. La storia narra che nel 1774, all’indomani della morte di Luigi XV, avvenne l’incontro tra la sovrana e il mago: egli le predisse un funesto futuro, in cui la monarchia sarebbe stata rovesciata. Più volte, in seguito, il Conte fece pervenire messaggi a Maria Antonietta, per avvisarla, per metterla in guardia. Sappiamo che questi tentativi non ebbero un esito positivo.
La Bastiglia, che negli anni ’10 del ‘700 aveva avuto come illustre ospite lo stesso Voltaire, perseguitato per i suoi scritti satirici, fu presa il 14 luglio 1789. Meno di due settimane prima un detenuto del carcere parigino, affacciatosi attraverso le sbarre della finestra della sua cella, aveva urlato alla gente di sotto, in strada:

«Qui stanno sgozzando i prigionieri!»

In conseguenza a quest’atto di ribellione, il 4 luglio il prigioniero fu trasferito al manicomio di Charenton. Costui altri non era che il marchese Donatien-Alphonse-François De Sade (Parigi, 2 giugno 1740 – Charenton-Saint-Maurice, 2 dicembre 1814), anche noto come il Divin Marchese, il massimo perverso, il libertino più sfrenato e malato che la storia ricordi.

Il 16 ottobre 1793 Maria Antonietta, che nell’infanzia aveva anche fatto la conoscenza dell’impertinente Mozart, fu decapitata e l’Illuminismo giunse alle sue estreme conseguenze con il periodo del terrore. Un mondo tramontava, l’epoca moderna vedeva la sua fine e presto sarebbe iniziata quella che i manuali di storia riportano comunemente come “epoca contemporanea”.